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Lettera aperta al Ministro degli esteri e all’Ambasciatore d’Italia presso il Tfg della Somalia Andrea Mazzella

 

Le Associazioni Migrare e Articolo 21 seguono da tempo gli sviluppi della situazione in Somalia, un Paese scosso dalla guerra civile per oltre vent’anni e nel quale la comunità internazionale si è impegnata a lungo ed alacremente con le proprie organizzazioni, i propri uomini ed ingenti risorse.
Dallo scorso settembre quell’impegno si è concentrato nell’individuazione di un percorso destinato al superamento delle istituzioni di transizione che dal 2004 reggono le sorti del Paese con crescente insoddisfazione e la road map che si concluderà il prossimo 20 agosto con la nomina del presidente della Repubblica somalo, proprio in questi ultimi tempi è entrata nel vivo della formazione delle nuove istituzioni.

Non sussistendo ancora le condizioni per libere elezioni universali, la designazione dei componenti delle erigende istituzioni è stata affidata a 135 capi tradizionali – Elders – dei vari clan scelti secondo il principio “4.5” (un numero uguale di membri per i quattro clan principali e la metà per le minoranze) i quali, dopo aver già indicato gli 825 membri dell’Assemblea Nazionale Costituente, devono ora nominare i componenti del nuovo Parlamento Federale, cioè della più importante delle istituzioni previste dalla nuova Costituzione in quanto, a sua volta, nominerà le altre cariche dello Stato.

E’ adesso che la road map sta manifestando il suo punto più critico perché, inevitabilmente, i membri più in evidenza di ciascun clan e che possono influenzare le scelte degli Anziani, sono coloro che, in questi vent’anni di disordini, hanno saputo destreggiarsi tra guerre e commerci traendo ingentissimi vantaggi economici da traffici di ogni tipo e, non di rado, dall’attività politica, come ha denunciato pochi giorni fa il rapporto di Matt Bryden, coordinatore del Monitoring Group per Somalia ed Eritrea, il quale ha stimato che oltre il 70% del patrimonio pubblico finisce in uso privato.

Sugli Elders si stanno così scatenando, ora, le rivalità tra gli aspiranti ai nuovi ruoli politici e l’Ambasciatore Augustine Mahiga, inviato speciale per la Somalia del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, ha appena lamentato influenze indebite, intimidazioni, corruzione e il mercato nero dei seggi parlamentari. Ha inoltre segnalato i rischi che corrono le “quote rosa” del 30% nelle nuove istituzioni che costituiscono la parte più qualificante di una Costituzione che, costata l’incredibile (parola del Primo Ministro Abdiweli Ali) somma di 50 milioni di dollari, non sembra aver raggiunto i migliori risultati sul versante delle libertà individuali.

Ugaas Omar Xiireey, uno degli Elders, ha testualmente affermato che gli attuali esponenti delle istituzioni di transizione intimidiscono gli Anziani per essere confermati nelle nuove istituzioni. A sua volta Radio Shabelle ha sottolineato il timore che per due terzi il futuro Parlamento Federale finisca in mano ad Al Shabaab, ai pirati e agli aderenti ad Ala Sheikh – la corrente politica cui appartengono gli uomini più influenti delle attuali istituzioni di transizione – perché solo loro hanno i soldi in Somalia.

Se questi pronostici fossero confermati, la comunità internazionale avrebbe fallito ancora una volta la sua missione in soccorso del popolo somalo non essendo riuscita ad assicurare l’indipendenza degli Elders ai quali, in definitiva, ha delegato per intero il buon esito del rinnovamento delle istituzioni somale.

Gli Stati Uniti, proprio in questi giorni, hanno inviato a Nairobi il Segretario di Stato Hillary Clinton per vigilare sul buon esito finale della road map.
Chiediamo che anche l’Italia, che assieme agli Stati Uniti è tra i maggiori sostenitori del processo di riconciliazione, spieghi tutta l’influenza di cui è capace affinché un periodo di vera pace si apra finalmente per la Somalia con le sue rinnovate istituzioni.

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