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Siria, si aggrava l’emergenza profughi

 

Continua la controffensiva dell’esercito siriano volta a respingere le infiltrazioni dei ribelli sunniti a Damasco e scontri molto violenti si sono accesi, per la prima volta, anche ad Aleppo, la secondo città della Siria. Gli insorti arretrano nella capitale dopo aver lanciato martedi’ scorso un’operazione che chiamano “Il Vulcano di Damasco”.

Allo stesso tempo forti dei rifornimenti clandestini di armi, garantiti, si dice, dai finanziamenti messi a disposizione alcune monarchie del Golfo e forse anche dagli Usa e altri paesi occidentali, hanno conquistato terreno in altre zone del paese. Controllano inoltre alcuni varchi di frontiera con Turchia e Iraq, tra cui quelli di Abu Kamal e Bal al Hawa. L’Iraq ha inviato rinforzi militari al confine per impedire sconfinamenti.

Ieri, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una ong legata all’opposizione anti-regime, i combattimenti avrebbero fatto 310 morti (tra i quali un centinaio di soldati governativi), il bilancio più sanguinoso registrato in un solo giorno dall’inizio della crisi 17 mesi fa.

Tra i testimoni della guerra civile in atto, c’è mons. Samir Nassar arcivescovo maronita di Damasco, che in un messaggio inviato all’agenzia vaticana Fides ha riferito che «Da martedì i combattimenti infuriano a Damasco con armi pesanti, carri armati ed elicotteri, in una città affollata di civili. La distruzione è enorme». «Gli scontri – ha aggiunto – stanno avvenendo per le strade e si spostano da un quartiere all’altro. Mancano approvvigionamenti in molti settori, e si inizia ad avvertire la penuria: siamo a corto di pane, verdure, gas per cucinare e combustibile per i forni. La popolazione è terrorizzata e non sa dove rifugiarsi. Le strade verso la Giordania, l’Iraq, verso Aleppo e la zona a Nord di Homs sono chiuse. Si vede un lungo serpentone di gente che fugge, sulla strada per il Libano: un esodo che avviene nel panico generale».

L’emergenza profughi è la diretta conseguenza della violenza dei combattimenti tra forze governative e ribelli. Trentamila siriani si sono riversati in Libano in due giorni mentre 400 mila iracheni, che negli anni passati in Siria avevano trovato riparo dal bagno di sangue nel loro Paese, ora sono costretti a fuggire nella direzione opposta. Il governo di Baghdad nei giorni scorsi ha invitato tutti i suoi cittadini in Siria a tornare in patria, dopo che 23 di loro, tra i quali due giornalisti, sono rimasti uccisi. La settimana scorsa, un’intera famiglia irachena di sette persone è stata trovata morta nel proprio appartamento a Damasco. Il commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, ieri ha lanciato all’allarme su queste migliaia di persone in fuga che avranno bisogno di aiuti immediati.

Secondo dati forniti dalla Mezzaluna Rossa siriana, sarebbero un milione e mezzo gli sfollati, persone che hanno dovuto lasciare le loro case e vivono ora, in condizioni spesso molto difficili, in altre aree del paese.

Di fronte a questo quadro sempre più grave ci sono le divisioni al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che, comunque, ieri sera ha esteso per un altro mese la missione degli osservatori con il voto favorevole di Mosca che due giorni fa aveva bloccato con il veto una risoluzione favorevole ai ribelli siriani. Le polemiche tra Usa e Russia non si spengono e Washington ha ribadito l’intenzione di agire contro la Siria al di fuori dell’Onu. «Un segnale molto preoccupante», ha commentato il portavoce del ministero degli esteri russo Aleksandr Lukashevich. «Se dichiarazioni e intenzioni di questo tipo fanno parte della politica reale è un segnale abbastanza preoccupante per tutti noi», ha detto Lukashevich.

Fonte: Nena News

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