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Eurozona in crisi. Per Spagna e Italia, altro che Draghi, serve una ricetta “NeoSocialista”

 

Il traballante vascello Europa si è gettato incautamente  tra i gorghi della “tempesta perfetta” finanziaria, economica e politica, senza più un timoniere che lo possa far uscire dai flutti, seppure con l’albero maestro spezzato e le vele squarciate. L’estate porta con sé l’irrazionalità dei mercati, la voracità degli speculatori e l’assenza decisionale della politica… sirene tragiche che potrebbero trasformare in incubo il sogno dell’Unione Europea, come ce l’avevano tramandato i “padri fondatori” nel secondo dopoguerra: un’unica comunità al riparo da ulteriori guerre fratricide e da sconquassi economici e sociali. Quel sogno si sta sgretolando tra le mani delle diverse classi politiche nelle capitali europee, a cominciare da Berlino, Londra, per finire sulle rive tempestose del Mediterraneo, nelle antiche “Terre del Sud” (Atene, Lisbona, Madrid, Roma), oggi solo “vecchie signore” decadute.

E non basteranno solo la voce grossa di Super Mario Draghi, presidente della BCE, a far indietreggiare speculatori e Spread né una disponibilità di facciata di Berlino a più miti consigli, dopo essere stata anche la Germania messa sotto osservazione dalle agenzie di rating, perché piena come un uovo di “titoli di stato” tossici e in calo di esportazioni.
“No al Quarto Reich!” campeggiava sullo striscione dei 100 mila manifestanti alla Porta del Sol a Madrid. Intuizione popolare quanto mai appropriata di una “guerra non guerreggiata e non dichiarata”, sottoforma di un conflitto economico-finanziario, che nei fatti è già iniziata da parte di un Nord europeo, storicamente allergico ai “vizi pubblici e privati” dei paesi del Sud, e da sempre tendenzialmente voglioso di egemonizzare l’intero continente in una visione pan-germanica che ha purtroppo prodotto guerre, stragi, Olocausto, dal 1870 – ‘71 al 1914 – ‘18 al 1939 – ‘45.
Certo, in questi quasi 70 anni di pace, c’è stata una mutazione culturale e ideale, ma i cosiddetti “mercati” hanno riposto le loro chances di egemonia sulla politica proprio basandosi sugli “appetiti ancestrali” di quelle classi dirigenti, che avevano mal digerito la creazione di entità sovranazionali (UE, BCE, Authority su vari settori, Commissione, ecc.), in grado nel tempo di mettere sotto controllo proprio l’estrema anarchia speculativa di cui ha sempre avuto bisogno il capitalismo iperliberista.

Ecco allora che questi settori politici e imprenditoriali, per lo più conservatori, di matrice cristiana (cattolica o riformata) e liberale, ma anche i nuovi di origine neo-laburisti o socialdemocratici all’acqua di rose, si sono fatte portavoce degli appetiti dei voraci mercati americani e anglosassoni. Ma di fronte alla crisi mondiale, queste stesse classi dirigenti non hanno più risorse ideali e politiche per farci uscire dal baratro, proprio perché dominate da tanti conflitti di interessi, che cercano disperatamente di coprire con l’inserimento nei posti di comando di “tecnici”, aggrappandosi ai vascelli ormai disalberati del “capitalismo compassionevole”.
Eppure ricette NeoSocialiste, di stampo keynesiano e neo-marxiste, ci sarebbero per provare ad uscire dalla crisi, salvando i paesi più indebitati e la stessa Unione Europea. Già agli inizi di Gennaio elencavano una serie di misure, oggi prese in considerazione anche da economisti ed analisti delle diverse scuole di qua e di là dell’Atlantico.

Intanto, occorrerebbe partire da due misure “indigeste” per gli speculatori internazionali, ma salvifiche per gli stati interessati agli alti livelli dello Spread e dell’indebitamento:
–    Riscadenzamento dei titoli pubblici, salvaguardando i piccoli risparmiatori;
–    Uso delle Riserve Auree per creare Titoli sovrani speciali legati all’oro oppure
da far confluire in un Fondo europeo di garanzia  come scudo all’andamento
dello Spread, finalizzato ad abbattere il debito pubblico e rilevare 2,3 trilioni di titoli
di Stato. L’ipotesi è che questo meccanismo, invece di lasciarlo usare alle nostre
banche, si potrebbe attribuirlo al Tesoro. Un nuovo BTP d’oro con tassi di interesse
molto inferiori a quelli che il mercato oggi ci riconosce, proprio perché avrebbero
come “collaterale” per un eventuale fallimento italiano, l’oro di Bankitalia. (1) Vedi
nota e tabella al termine delll’articolo.

Inoltre, si dovrebbe reintrodurre la Separazione tra Banche di Affari e Banche Commerciali erogatrici di crediti, come fu introdotta ai tempi del New Deal roosveltiano e abolita maldestramente dall’amministrazione democratica di Clinton.  Si tratta di misure indigeste per il sistema capitalistico, neo-socialiste, ma necessarie per chiudere un periodo nero dominato dall’affarismo più sfrenato.
Quindi, si potrebbero a livello nazionale ed europeo introdurre alcuni correttivi fiscali e finanziari contro le distorsioni dei mercati e le disuguaglianze economico-sociali:

-Tobin Tax, la TTF europea, allo 0,2% sulle transazioni finanziarie azioni e obbligazioni, allo 0.01% sui derivati (approvata dal Parlamento europeo e appena introdotta in Francia da Hollande), esclusi i fondi pensione e i titoli di stato. Blocco delle contrattazioni iperveloci, le High Frequency Trading, che avvengono in Rete sui 10-15 microsecondi attraverso i cavi a fibre ottiche. Il gettito previsto per l’Unione Europea oscillerebbe da un minimo di 55 a un massimo di 100 miliardi Euro l’anno, riuscendo a colpire anche le transazioni originate extra-UE. La Francia ha stimato per il primo anno un gettito di 2 miliardi Euro.
-Un’Agenzia europea di Rating pubblica e indipendente (anche questa già indicata dal Parlamento europeo).
-Patrimoniale sui beni immobili non di prima necessità (come prime case e appartamenti affittati a canoni concordati) e sui rendimenti speculativi oltre un certo tetto, insieme ad un limite sulle retribuzioni dei top manager pubblici, e una supertassa oltre il milione di euro di reddito mensile (previsto al 75% nel  programma di Hollande).
Riduzione degli scaglioni delle aliquote fiscali a 3 con un massimale di prelievo sul 39%, con l’introduzione del coefficiente familiare e della deducibilità delle spese e dell’Iva anche per i semplici contribuenti, dipendenti e pensionati.

Non potendo, invece, il capitalismo iper-liberista, monetarista o compassionevole, risolvere in se stesso la crisi finanziaria ed economica esportata dagli autoreferenziali Stati Uniti verso un’Europa tentennante, ecco che arrivano solo diktat da Berlino, da Francoforte, da Londra e persino da paesi “minori” come Finlandia e Olanda (storicamente “vassalli” della Grande Germania prussiana), per imporre ai paesi più indebitati (come i 5 dei PIIGS) terapie indigeste sul tipo:
tagli al welfare state, riduzioni drastiche di stipendi e tenore di vita;
soppressione surrogata dei contratti collettivi, privatizzazioni anche di beni comuni, supertassazioni per il ceto medio produttivo;
drastiche manovre fiscali di rientro dai deficit come fossero salassi con l’apposizione delle sanguisughe in giacca e cravatta.

I sistemi democratici iniziano a scricchiolare, le masse di cittadini-elettori sono sempre più prede dell’irrazionalità e dei richiami neo-qualunquistici e identitari. Crescono i movimenti e i partiti di stampo razzista e xenofobo, quando non propriamente neo-nazisti; molti media inneggiano al ritorno ai vecchi sistemi multi-monetari, chiudendo gli spazi di libero mercato e circolazione di beni e persone, anche con l’abolizione del Trattato di Shengen.
I grandi media propinano allarmismi quotidiani e cercano di far dimenticare all’opinione pubblica le cause e i colpevoli di questa crisi, così che in Portogallo, Grecia e Spagna si premiano proprio quei partiti conservatori responsabili dei crac. In forte crescita l’astensionismo, mentre il movimento degli Indignados non ha generato finora raggruppamenti politici nuovi, di orientamento Socialista riformista, ma ha dato spazio a forme di “grillismo”. Anche perché la Sinistra tradizionale è afona, povera di idee e programmi, collusa con le vecchie classi dominanti, asservita alle scelte iperliberiste indotte dalle istituzioni europee (l’adozione supina del Fiscal Compact e l’introduzione in Costituzione  del Pareggio di bilancio).

Il nuovo attacco della speculazione contro l’Italia è scattato perché il nostro paese è tornato a far paura alla Germania, perché con l’euro più concorrenziale rispetto al dollaro (da quasi 1,5 il rapporto è sceso a 1,2 sul biglietto verde), il nostro commercio con l’estero ha ripreso a marciare e quindi  si è riaccesa la competizione nell’export con i tedeschi soprattutto sui beni di alto valore aggiunto, più che sulle auto, settore produttivo ormai destinato a decadere nei consumi mondiali.
Secondo quanto rileva l’ISTAT, il Saldo commerciale dell’Italia con i paesi Extra UE a giugno ha registrato un avanzo di 1,519 miliardi di euro, in deciso miglioramento rispetto al giugno dello scorso anno, quando segnava invece un rosso di 1,389 miliardi. Nel primo semestre 2012 il, deficit commerciale si è ridotto a un terzo di quello del 2011, fermandosi a -16,767 miliardi. Nell’ultimo trimestre la dinamica congiunturale delle esportazioni si conferma ampiamente positiva, in salita del 4,8%, sostenuta dalla rilevante espansione dei beni strumentali. La bilancia commerciale (al netto del saldo energetico) si mantiene ampiamente positiva da ormai un anno e mezzo. Le esportazioni, nell’anno in corso, stanno infatti crescendo (o non diminuendo) più del 10% rispetto alle importazioni, e ciò contribuisce alla chiusura del deficit commerciale italiano. Un ulteriore aspetto che poi si riesce ad estrapolare dai dati forniti dall’Istat è che, improvvisamente, le esportazioni verso il mercato americano stanno aumentando in maniera significativa in questi ultimi 4 mesi, passando dal 5,5% al 8,6% di tutte le esportazioni italiane. Tendenza, quello verso gli Usa, che viene ben rappresentata anche dall’andamento del saldo commerciale ( “esportazioni meno importazioni”) che si avvicina a quasi 2 miliardi di Euro.

A questi dati concorrenziali, positivi per la ripresa dell’economia reale italiana, vanno aggiunti quelli negativi del calo di produzione ed esportazioni tedesche. Ma non solo, la Germania è oberata di titoli tossici che le proprie banche (ormai sotto osservazione e declassate dalle Agenzie di Rating) hanno nel tempo introitato proprio da quei paesi del Sud Europa che oggi vorrebbero vedere in ginocchio. Un esempio eclatante e imbarazzante dell’immoralità del sistema bancario è il finanziamento delle gradi squadre di calcio spagnole (ma anche le italiane e inglesi) e del Campionato europeo appena conclusosi in Polonia e Ucraina, con deficit mostruosi, sostenuti dagli istituti iberici e da quelli tedeschi. Un campanello d’allarme che suona come lo starter in pista per l’avventura superconsumistica e ormai solo mediatica delle Olimpiadi inglesi.
Se Roma, Madrid e Atene piangono, ora anche Berlino e Londra non potranno più ridere!

(1) – L’Italia è il terzo paese al mondo per consistenza di riserve auree, dopo Stati Uniti (8.133,5 tonnellate) e Germania (3.401), prima della Francia (2.435,4) e addirittura a 13 lunghezze dalla Gran Bretagna (diciassettesima, con 310,3): detiene 2.451,8 tonnellate di oro, per un contro valore di circa 110 miliardi di euro. Già nel 2007 il governo Prodi ne propose con il defunto ministro delle Finanze Padoa Schioppa la vendita per finanziare lo sviluppo (fu attaccato violentemente dal centrodestra). Più tardi, lo stesso Tremonti nel 2009 tentò di tassare le plusvalenze sull’oro di Bankitalia, ma fu bloccato dalla Bce di Trichet. Le grandi banche italiane, da Intesa dell’ex-a.d. Corrado Passera, superministro dell’Economia (con il 44%, per 46 miliardi di controvalore in oro) a Unicredit (oltre il 20%, per 26 miliardi di controvalore), sono formalmente le azioniste della Banca d’Italia e dunque “proprietarie” anche delle riserve auree. In caso di necessità, dunque, Bankitalia potrebbe sottoscrivere direttamente le obbligazioni bancarie. Le stesse banche potrebbero emettere obbligazioni garantite dall’oro che rappresenterebbe così un “collaterale” affidabile. Ultimamente, Bankitalia ha registrato enormi plusvalenze dall’oro, per cui gli azionisti-banche potrebbero beneficiarne per ricapitalizzarsi.

 

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