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Le donne cambiano… il lavoro, la società, il Paese

 

Piaccia o non piaccia la Cgil, affidata alla guida di Susanna Camusso, mostra di essere all’avanguardia nell’intuizione, azione, proiezione verso il futuro di un Paese dove le donne ci sono.
D’altronde, la più grande organizzazione sociale italiana si staglia nel panorama nazionale anche come la più femminile, sia in termini di donne aderenti, che per presenza di donne al comando, e certamente eccelle per qualità delle sue politiche di genere e, di conseguenza, generali.
E per non smentire la sua vocazione a traguardare l’emergenza -cui naturalmente e’ attentissima- quando si tratta di delineare strategie di rilancio del paese, parla di Donne e disegna nuovi ed avvincenti scenari che le mettono al centro.
Anche con l’Assemblea nazionale del 5 e 6 giugno, piaccia o no, la Cgil si caratterizza ancora una volta per il suo ruolo di traino sui temi dei diritti e delle libertà delle donne, fino a lanciare una nuova offensiva tesa, ancor più’ questa volta, a rendere strategica ed ineludibile la funzione del lavoro femminile per dare al Paese una prospettiva credibile di uscita dal ciclo economico negativo ed imboccare l’angusto ma possibile sentiero della crescita. Con un’ambizione  confessata: cambiare il modello sociale e di sviluppo del Paese. Umanizzarlo.

Tanti sono i luoghi vecchi e nuovi delle donne. Quelli storici dove la Cgil si colloca, grazie ai quali le conquiste di migliori condizioni di vita per le donne sono stati possibili, e quelli nati col lungo  ‘inverno’  della dignità delle donne di questi due ultimi decenni.
Ma è ancora là, nella Cgil, nel sindacato generale dei diritti e delle solidarietà, col suo patrimonio di uomini e di donne, delle loro lotte e delle conquiste di ieri e di oggi, che il grado di coscienza di genere, dell’essenziale apporto delle donne alla vita di un paese moderno, dell’autonomia del loro percorso verso traguardi di avanzamento sul piano politico,  sociale, economico e civile, è più diffuso, condiviso, totale.

E’ così che l’appuntamento del 5 e 6 giugno scorsi al Teatro Capranica di Roma, con oltre seicento donne, iscritte, delegate dei luoghi di lavoro, quadri e dirigenti, animatrici coraggiose ed irrituali di una discussione libera e volta alla scrupolosa ricerca di risposte…”Le donne cambiano….”. Un titolo scelto non a caso, anche nei suoi punti di sospensione, per alludere al cambiamento di sé e del proprio ruolo propulsore ma che, in una società piegata alle logiche dello spread e ricacciata verso un impoverimento culturale e dei livelli di reddito di fasce sempre più ampie di popolazione, svela la determinazione ad operare per trasformare il Paese, per una sua rinascita su basi nuove. Un paese nuovo fatto a misura di uomini e di donne. Che cambia a partire dal lavoro.

Una scelta netta, di un campo che si allarga, e che il sindacato vuole praticare con gli strumenti classici, quello contrattuale, o altri da sperimentare. Un’impostazione delineata già nelle parole della relazione della giovane segretaria confederale, Serena Sorrentino, con tratto inediti, nuovi. Ad esempio, con l’obiettivo di una cittadinanza paritaria che superi la retorica delle pari opportunità: “La parità richiamata per colmare un differenziale evidente nel campo della rappresentanza senza una precisa rivendicazione sociale -ragiona Sorrentino- è stato il modo in cui per anni si è cancellata una vera politica di genere, in nome di un gradualismo positivista che ha caratteristiche secolari”.

Oggi, dice Sorrentino, “non abbiamo più tempo per le azioni positive, dobbiamo mettere in campo la valutazione di impatto di genere come pratica ordinaria di qualsiasi politica. Dobbiamo in sostanza passare dal ‘genere a posteriori’ (costruisco una politica, una piattaforma, un accordo, e poi vediamo cosa includere per le donne perchè sia tendente alla parità) al ‘genere a priori’
poiché parificare le condizioni di accesso ad un diritto per soggetti diseguali, senza intervenire sulle condizioni sociali, è fonte di ulteriore disparità”. E dunque le donne come alternativa di pensiero, di metodo, di prassi.

Per non dire delle donne nel lavoro (47,2 p.c.media nazionale di quelle occupate, 58 al nord, 30 al sud). E quale lavoro! Debole (contrattualmente e nella progressione di carriera), povero (nelle competenze esercitabili e nei livelli retributivi), precario (nella frammentazione e discontinuità del percorso). Ed allora la direzione è quella della riunificazione per via contrattuale delle diverse condizioni di lavoro. “Poichè nell’idea stessa -chiarisce Sorrentino-  c’è la cornice di tutele e possibilità di esercizio collettivo che evitino la contrapposizione di categoria e di generazione tra tante condizioni di lavoro delle donne”. Rispedita in tal modo al mittente la, pur sentita, contrattazione specifica “per  le precarie”.

E poi ancora: un No tondo al quoziente familiare, tutto interno alla vecchia logica familista e di reddito complementare delle donne; lo sguardo rivolto a ritmi di vita da umanizzare che rispettino anche la salute delle donne (il corpo, la riproduzione, le malattie professionali, la depressione. Il sistema di bioindicatori Heidi rileva un accorciamento della vita sana delle donne italiane mentre si allunga la vita media); il No alle quote ma l’estensione delle norme antidiscriminatorie; democrazia paritaria come rappresentanza ed esercizio dei poteri (a condizione di cambiare gli schemi organizzativi maschili del sistema politico ed istituzionale) ed autoriforma della politica. “Ma -è l’avvertenza- senza dismettere mai l’approccio di genere, perseguendo sempre la rottura degli schemi di un pensiero unico ed univoco dominante”. Più donne al comando potrebbero accelerare il cambiamento culturale ma Serena Sorrentino insiste nel dire che questa condizione non sarebbe sufficiente senza cambiare la Politica, senza cambiare le modalità della politica. Ed allora ‘Le donne cambiano…’, perchè possono e devono cambiare. Il mondo, la società, il Paese.

Non c’è velleità nel progetto delle donne della Cgil. La strategia mostra piuttosto l’ambizione del loro protagonismo. Ed è Susanna Camusso delineandone nel discorso conclusivo dell’Assemblea, tutti i passaggi, lo rende possibile.
Innanzitutto le donne decidono che da oggi cominciano a scegliere. “Scegliere di progettare e di non adattarsi: questa è la sfida straordinaria, rivoluzionaria, che abbiamo davanti!. E decidono di rifiutare il modello finora imperante”. E da dove partire se non dal lavoro? Quindi, cambiare il lavoro per cambiare il Paese. “Inizia da qui la stagione del cambiamento -ribadisce- dal lavoro, quello che non c’è, quello da creare. Ma se vogliamo davvero cambiare il paese, dobbiamo individuare dove si colloca oggi il punto vero di conflitto”. Ecco che allora Camusso punta l’indice sul lavoro unico ed uguale per tutti, che non ha i crismi dell’universalità, in cui non possono riconoscersi oggi uomini e donne, ma che, ne è convinta, può essere modificato dalle donne partendo dai parametri ed i criteri che lo regolano “che non solo non danno titolo alla qualità del lavoro, ma lo hanno svalorizzato annullando ogni relazione fra esso e la retribuzione, e facendone smarrire il senso che, per noi donne, è in funzione delle persone e soprattutto delle donne che lo hanno scelto e non intendono subirlo”. Ed allora bisogna cambiare l’organizzazione del lavoro, e la leader Cgil spiega perché: “Chi come noi ogni giorno contratta, sa che organizzazione vuol dire rapporti di potere. E se è consuetudine per noi intervenire sull’organizzazione per agire sui rapporti di potere fra l’impresa ed i lavoratori, come donne abbiamo un problema in più: quello di modificare i rapporti di potere fra i lavoratori e le lavoratrici. Dimostrando anche a loro, gli uomini, che il modello è superato e non funziona più”.

Compito non agevole ed ancora una volta tutto sulle spalle delle donne. Ma necessario per cambiare le cose e che inizia con l’abbattere le barriere culturali, come indica la stessa Camusso. Steccati che anche nelle imprese riproducono un modello organizzativo inadeguato. E più donne ci saranno nei luoghi di lavoro, e più donne nei ruoli decisionali, più crescerà questa consapevolezza e la forza delle donne.
Ma attenzione, il criterio di valutazione del lavoro delle donne non si associa alla parola ‘merito’ quantomeno nell’accezione comune: “se è vero che anche l’identità femminile può essere definita dal lavoro -chiarisce la segretaria Cgil- ciò deve avvenire fuori dagli schemi maschili”. Ed è così che, ad esempio, il tempo in azienda non può rappresentare il metro di misura del lavoro delle donne “perchè per loro il vero punto è il rapporto con la vita” e con la sua qualità e con i suoi tempi.

Se il tono cala quando la Camusso parla di contrattazione ‘difensiva’ o di quella pratica delle pari opportunità che “non ha trasformato il lavoro e la condizione della donna”, lo sforzo anche dialettico è tutto proteso alle nuove soluzioni di cambiamento, allo slancio da imprimere al futuro di giovani e di donne: “cambiare il lavoro, i suoi contenuti, le modalità, i percorsi ” diviene allora la via maestra. Nella convinzione che “il nuovo modello deve parlare all’universalità delle persone e deve essere strettamente legato al welfare che diviene punto di riferimento dell’organizzazione sociale perchè è il lavoro il fulcro dell’organizzazione sociale”. Ecco allora alcuni punti qualificanti: riconoscimento sociale della maternità, scuola pubblica come luogo di coesione e di civiltà. Riaffermare il senso dello Stato, e dunque il Paese legale. “Ma che senso dello Stato c’è in un paese che nega il ricorso alla legge 194, che elude gli esodati, che lascia  sola la sindaca di Monasterace contro le cosche? Si domanda la leader sindacale descrivendo un’attualità scoraggiante e il bisogno ancora una volta di cambiare.”L’accesso al cambiamento –chiarisce- passa dalla redistribuzione delle risorse, uscendo dall’individualismo e dall’egoismo sociale e ricostruendo il senso collettivo di una comunità statuale”.

Sebbene con toni pacati, Susanna Camusso riesce ad infervorare una platea già entusiasta, evidentemente pronta ad accogliere questa svolta. Una grande folla di donne che non mostra sorpresa neanche quando la numero uno della Cgil svela di considerare un complimento il rilievo di essere ancorata ad un impianto ideologico (inteso come sistema di idee). L’assenza di ideali e di valori, è la sua denuncia, ha fatto strame del senso di partecipazione delle persone alla vita collettiva, del senso dell’interesse generale. “Solidarietà, coesione, condivisione,unità, senso del collettivo sono i nostri valori e con essi,  solo con essi, si ricostruisce un’alternativa”.

Con uno sguardo alla politica ,di cui oggi c’è ancora più bisogno. Pur nella sua grande forza e potenza, la Cgil non è tentata dall’antipolitica “perchè –dice Camusso-la nostra idea di trasformazione non è l’autosufficienza”. Democrazia e unità rimangono tratti fondamentali della Cgil. E anche se a guidarla c’è finalmente oggi una donna, “occorre vigilare perchè non si torni a modi antichi. Ma intanto -rivendica Camusso orgogliosamente- questa organizzazione l’abbiamo cambiata davvero”.

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