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Il calcio e la di-partita finale

 

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” scriveva Pier Paolo Pasolini, fustigatore del nostro mal di vivere, del malcostume, del potere e delle sue macchinazioni. Il grande scrittore e regista deceduto ad Ostia 37 anni fa scrollerebbe rassegnato (e incazzato) le braccia di fronte agli scandali che stanno imperversando nel mondo del calcio. Lui che se non avesse votato la sua carriera alla poesia, al cinema e alla pittura avrebbe fatto il calciatore. “Il calcio – scriveva – è rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci”… L’articolo recente di  Carmine Fotia sul “Romanista” affronta lucidamente il tema di un calcio talmente malato dalla corruzione e dalla logica del profitto a tutti i costi che rischia un trapasso ineluttabile se non si interviene immediatamente con nuove regole e ripristinando solidi principi di moralità e di etica. Come giustamente afferma Fotia sarà la giustizia penale a dover accertare i reati mentre quella sportiva deve giudicare e sanzionare i comportamenti lesivi di lealtà e correttezza. Ben vengano quindi le proposte di una confisca dei beni, come per i mafiosi, per coloro che a più livelli sono stati riconosciuti colpevoli e quella di una moratoria delle scommesse.

C’è però, al tempo stesso la necessità di un’analisi profonda e impietosa del mondo del calcio, cartina di tornasole della fisiologia perversa del Paese, di un sistema che se ammette un giro di soldi miliardario contempla fatalmente rischi di corruzione e malaffare. Perché un ingaggio di un giocatore o un allenatore deve raggiungere cifre milionarie? Perché è il mercato, qualcuno potrebbe obiettare. E allora forse è proprio da qui che bisogna ripartire, ridisegnando i confini dell’economia, e stabilendo regole e tetti non oltrepassabili. Come ad esempio soglie massime di contratti e notevolmente più basse dei cachet faraonici attuali. Vale per lo sport, come per la politica e i manager. Non è un problema di pubblico o privato ma di riduzione sensibile delle diseguaglianze sociali ed economiche. Vale tanto più oggi in tempo di crisi. Gli elettori, i tifosi, i cittadini, approverebbero.

P.S. Anche il poeta Eugenio Montale si occupò di calcio, ipotizzando un campionato senza reti per valorizzare il gioco di squadra sulla competizione: “Sogno che un giorno nessuno farà più gol in tutto il mondo”. Che almeno, la rete non sia truccata.

* Pubblicato su “Il Romanista”

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