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Si fa festa a casa del boss

 

«Cos’è questo libro? Ma come organizzano feste a casa dei camorristi mo’?». Papà mi sorprende con l’ingenuità di questa domanda, guardando di sfuggita la copertina di “Il Festival a casa del boss” di Pietro Nardiello, edito da Phoebus. A pensarci quel titolo incuriosisce, in effetti. Specie se pensi che nell’immaginario collettivo (che, poi, tanto immaginario non è) la camorra è abituata a divertirsi banchettando con amici, parenti e affiliati nelle sue lussuosissime ville e nei mega appartamenti costruiti con guadagni non propriamente leciti. Così non è nel volume scritto da Nardiello, dove la struttura si capovolge, perché in casa del boss da cinque anni ci fanno addirittura il Festival.

Quello della legalità. O meglio dell’Impegno Civile promosso dal Comitato Don Peppe Diana e da Libera Caserta e che ha la particolarità di essere realizzato nei beni confiscati della Provincia di Caserta e Napoli. Giunta alla quinta edizione, la kermesse viene raccontata dal giornalista, scrittore e ideatore della rassegna più temuta da ‘o Sistema in 221 pagine dove l’antimafia e l’anticamorra prendono forma laddove mai ci si aspetterebbe. Ecco allora che nella villa sottratta a Pasquale Spierto, spietato killer del clan dei Casalesi, a San Cipriano d’Aversa nasce la sede della cooperativa Agropolis, dove lavorano a stretto contatto minori ed ex pazienti dei centri d’igiene mentale.

Un sogno trasformato in realtà da Peppe Pagano, che in quel lembo di territorio al confine con Casal di Principe ha fondato anche la Nco (Nuova cucina organizzata) per lanciare un messaggio preciso: la camorra si può sfidare anche ai fornelli. Realtà che Nardiello descrive dal di dentro, proprio come un bravo cronista dovrebbe fare, perché le ha vissute in prima persona. Luoghi e storie che diventa un dovere etico trasmettere agli altri.

Come quella di un altro “paladino” della legalità, Simmaco Perillo, che gestisce un bene confiscato al clan Moccia a Maiano di Sessa Aurunca. Un piccolo universo a sé dove soggetti cosiddetti svantaggiati coltivano la terra laddove la camorra faceva affari con i colletti bianchi, la politica e lo Stato avvelenandola quella stessa terra. Dove s’incontrano allora il riutilizzo dei beni confiscati e un Festival dell’Impegno Civile? Nelle esperienze della cooperative, delle associazioni, dei sacerdoti, dei giornalisti e dei magistrati che lottano ogni giorno con azioni concrete per sconfiggere la criminalità e diffondere la cultura della legalità.

Come sottolinea don Aniello Manganiello nell’intervista realizzata nel libro da Armida Parisi: «Ho lavorato a contatto continuo con la gente. Operando con fatti concreti e semplici: ho iniziato a denunciare personalmente le richieste di estorsioni per dimostrare alla gente che io ero il primo a parlare e a compiere azioni di legalità». Accanto al prete coraggio di Scampìa una galleria di altri eroi quotidiani dell’anticamorra: Raffaello Magi, giudice del processo Spartacus intervistato da Francesca Ghidini; Peppe Barra (intervista di Mariagrazia Poggiagliolmi); Federico Cafiero de Raho, intervistato da Stefano Corradino; Isaia Sales (intervista a cura di Vito Faenza); Antonietta Zozera incontrata da Michela Monti ed uno straordinario ed emozionante “faccia a faccia” immaginario con don Peppe Diana, realizzato da Valeria Palumbo.

Perché – come dice don Diana all’intervistatrice mentre sta pescando sugli argini del Volturno – la camorra può toglierti tutto ma non l’anima: “Quella no. Non a tutti almeno. Io resto qui a pescare. Lei che fa?”. Una curiosità: i diritti d’autore saranno devoluti all’associazione Resistenza Anticamorra, presieduta da Ciro Corona, per la realizzazione a Scampia di un ristorante pizzeria sociale dove lavoreranno i giovani del quartiere, minori in attesa di giudizio e condannati a scontare pene alternative al carcere.

*l’autrice è giornalista de Il Mattino

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