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Dopo la vittoria di Hollande e le elezioni in Grecia. Per il nobel Krugman “è ora di più Europa”

 

“I francesi si sono rivoltati e anche i greci: era ora”. Caustico e sintetico il giudizio politico del premio Nobel per l’economia, l’americano Paul Krugman, sulle colonne del New York Times a commento della tornata elettorale europea favorevole al leader socialista Hollande e, dopo l’esito del voto in Grecia e nel piccolo lander tedesco dello Schleswig,             sfavorevole alla linea del rigore della Cancelliera Merkel: “E’ finita la strategia che ha scelto l’austerità, e questo è una cosa buona”, ha scritto nel suo editoriale e poi se la prende con coloro che avevano criticato il programma politico dell’esponente socialista, oggi Presidente della Repubblica: “Che orrore aver descritto Hollande come una minaccia, perché credeva nella necessità di creare una società più giusta!”. A tutti questi dovrebbe essere riservata una “bella risata” di scherno. Finisce l’epoca dell’alleanza “Merkozy” e dell’asse Parigi-Berlino come “campione dell’austerità” negli ultimi due anni.

“Era una strategia che non poteva funzionare e non ha alcuna possibilità di continuare”, sostiene Krugman, “è il momento di passare ad altre cose, anche perché gli elettori europei alla fine si sono dimostrati più saggi delle élite del continente”.

Pur non negando la sua proposta provocatoria di abbandonare momentaneamente l’euro (“una soluzione che attira molti più europei di quanti vogliano ammetterlo, perché sarebbe un modo per ripristinare la competitività e accrescere le esportazioni tramite una svalutazione”), Krugman, però, proprio alla luce del nuovo scenario politico sempre più antiliberista e da economista Keynesiano sostiene che ora: “questa sarebbe una soluzione estramamente inquietante e rappresenterebbe più di una sconfitta enorme per il progetto europeo, con il suo sforzo di promuovere la pace e la democrazia attraverso una maggiore collaborazione”.
In che modo allora si potrebbe uscire dalla crisi? Analizzando il successo in controtendenza dell’economia tedesca, il premio Nobel sostiene che questo è avvenuto “non come pensano i tedeschi, che sostengono l’argomento di imporre austerità per i popoli dell’Europa meridionale; ma attraverso una strategia che faccia perseguire politiche più espansive ovunque, anche facendo abbandonare alla Banca Centrale Europea questa ossessione dell’inflazione e della crescita “.

Forse  Berlino rischia di “non gradire questa conclusione”, ironizza Krugman: “Ma sembra che i tedeschi non hanno più il sostegno indiscutibile dell’Eliseo. E che, ci crediate o no, significa che l’Euro e il  progetto europeo ora hanno una migliore possibilità di sopravvivenza”.

Benvenuto, dunque, ad Hollande e alla sua visione politica espansiva, la sua strategia economica improntata alla lezione più moderna e meno statalista del Keynesianesimo, specie se a scriverlo è uno dei più apprezzati commentatori del presidente americano Barack Obama, anche lui impegnato in una dura battaglia elettorale, per essere rieletto, contro la destra repubblicana, ancorata antistoricamente alle teorie monetariste e rigoriste che hanno in realtà causato la crisi mondiale che stiamo vivendo.

Un evento ben accolto anche dai mercati finanziari, visto l’andamento delle Borse europee e del trend dei titoli di stato, che in Francia hanno segnato persino una diminuzione dello spread con quelli tedeschi.
Un monito che servirà da stimolo anche a quanti in Italia, nel centrosinistra, ancora sono abbarbicati alla strategia del “rigore morbido” del professor Monti, tanto da essere affascinati dall’idea di creargli chissà quale tipo di coalizione per le prossime elezioni politiche. Forse, però, la “scoppola” delle elezioni amministrative, con la forte astensione e la crescita tumultuosa degli esponenti del “Movimento 5 stelle” (non certo riprovevoli esempi di antipolitica!), aprirà più di qualche falla nella sicumera da casta della politica nostrana. Se non ora, quando?

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