Haiti. Reportage dalla catastrofe

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Sul confine di Jimani, lungo la strada meridionale che collega Port -au – Prince a Santo Domingo si apre il cancello arrugginito. Separa l’altra faccia della luna dell’isola Hispaniola: la turistica repubblica Dominicana da Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale… a soli cinquanta minuti di aereo da Miami, di fronte a Cuba. La puzza si avverte prima ancora di camminare in strada.  Il confine è solcato da un lago in cui galleggia un’enormità di bottiglie vuote di Sprite, Coca Cola, plastica e animali in putrefazione. I ragazzi in quella grande pozza lavano auto e moto mentre maiali e capre si abbeverano e gli uomini vi pescano i pesci che mangeranno. Le pareti degli stanzoni dalla dogana sono scrostate, le file per il controllo dei passaporti ordinate. Nello spiazzo del parcheggio i bambini vendono carte telefoniche haitiane, poi corrono verso una lurida tenda dove grassi uomini cambia-valuta maneggiano fruscianti mazzette di denaro dominicano e dollari americani. Le uniformi dei due poliziotti che presidiano il cancello richiamano quelle dei legionari. Sono impolverati come del resto tutto attorno.

In viaggio verso un paese ancora distrutto
Il viaggio era iniziato quattro ore prima nel quartiere Million di Santo Domingo. Sono le sette della mattina quando l’addetta della Capital Coach Line apre lo sportello davanti al quale si forma un’ altra fila, quella degli haitiani che tornano a casa. Portano televisori e valige piene zeppe di tutto. Ci sono suore, giovani atleti, un allegro donnone regge nelle braccia il suo piccolo che dorme beato, avvolto e stretto come un baco in una coperta leggera.

Prima il controllo dei biglietti poi l’assegnazione dei posti e infine la partenza per quel viaggio che terminerà otto ore dopo a Tabarre, a pochi metri dall’ambasciata americana di Haiti. Settantacinque dollari andata e ritorno dal luogo dove vivono nove  milioni di abitanti, su di una superficie di circa 30 mila chilometri quadrati. Dove il terremoto del 12 gennaio del 2010 provocò la morte di 300 mila persone, dove oggi sopravvivono un milione e mezzo di sfollati, alcuni dei quali nei 660 campi profughi.

Al sisma otto mesi dopo era seguita l’epidemia di colera che ha ucciso oltre 7 mila persone. I “colerati” rimasti, ora vegetano nelle baraccopoli sorte su entrambi i lati di una grande strada nel centro di Port –au –Prince; in creolo quel luogo lo chiamano Dwouya. Ma il colera è sempre in agguato. Perché ad Haiti ogni corso d’acqua, ogni fiume, ogni sorgente sono putridi, sporchi, spesso  contenitore di feci. Pericolosi anche  perché, come mi spiegheranno successivamente, alle sorgenti possono esserci ancora cadaveri. Ad Haiti il confine tra vita e morte è labile.  “Io descrivo ciò che sembra inaccettabile” disse lo scrittore haitiano Lyonel Trouillot.

Haiti non va più di moda
Intanto sul torpedone la hostess consegna un panino, un succo e una bottiglia di acqua che diventerà un bene molto prezioso nei giorni a seguire anche persino per lavarsi i denti. Sul bus viaggiano solo haitiani che da Santo Domingo tornano a casa. In bus il biglietto costa  meno della metà di un volo che arriva all’aeroporto Duvalier (il dittatore conosciuto come Papa Doc che governò dal 1957 al 1964, al quale succedette il figlio Jean-Claude).

Con gli aerei nei giorni dell’emergenza sull’isola giungevano i reporter e i volontari delle Ong, ora non ci arriva più nessuno, così le organizzazioni umanitarie si sono ridotte e chi rimane ha il doppio del lavoro. Haiti non va più di moda e non ne parla più nessuno. Silvia Valigi della Fondazione Francesca Rava Onlus Nph in un messaggio da Milano scrive: “Grazie per esserti ricordata di Haiti e voler condividere il nostro impegnativo ma appassionante lavoro in prima linea”.

Sul fronte di Tabarre all’Hospital Pediatrique Npfs (Nph) Saint Damien, dove gli operatori Rava curano gratuitamente  circa 30 mila bambini l’anno, avviene l’incontro con Francesca di Cosmo ostetrica e infermiera che dopo 40 anni di ospedale ha deciso di partire per Haiti. Unica italiana circondata da americani racconta di come sia difficile ingegnarsi per risolvere piccoli problemi che qua diventano drammatici. Lavora nella neonatologia “questa è l’unica che può definirsi davvero tale” precisa Francesca spiegando della malnutrizione delle mamme e dei bambini, della tubercolosi e della sieropositività,  del confronto quotidiano tra la medicina e le tradizioni locali. “Spesso le madri dopo essere state dimesse e suturate dopo il parto ricorrono allo Sciud; fanno impacchi di acqua bollente che scioglie i fili di sutura provocando emorragie”.

Peggio va a quelle che decidono di abortire non affidandosi ai medici. “ Abbiamo da noi una madre di 19 anni alla quale oltre che a distruggere l’utero hanno perforato altri organi interni. Non sappiamo se riuscirà a sopravvivere”.

I morti della “perla dei Caraibi”
Ad Haiti – un tempo “perla dei Caraibi” –  l’unica cosa che si può fare “è fare”. Scuole di strada, ambulatori, villaggi dei mestieri, tutto serve in questo paese in cui la gente vive con meno di un dollaro al giorno. Il 70% della popolazione è disoccupata, il 53% ha meno di 16 anni e un bambino su tre muore prima dei 5 anni.  Vita e morte insieme. Lo sa bene padre Rick Frechette direttore di Nph Haiti che da 25 anni si occupa anche dei morti.

Ogni mattina di quelli dell’ospedale di Saint Damien e una volta alla settimana dei cadaveri dell’ospedale generale. I funerali ad Haiti  sono rari e le cremazioni costano. Così il sacerdote preleva i corpi senza vita, li benedice durante una messa e li conserva nelle celle frigorifere, in attesa che le famiglie si facciano avanti, salvo poi occuparsi in prima persona della cremazione nell’impianto costruito accanto all’ospedale. Padre Rick è americano come quelli che sfrecciano lungo le strade impolverate di Tabarre. Colonne di camionette bianche che trasportano uomini in divisa delle Nazioni Unite (peacekeeping) ma che imbracciano fucili.

Una missione di peacekeeping che ormai non serve più
Sono oltre 12 mila tra militari e personale civile inviati dall’Onu dopo il terremoto sull’isola, per i quali vengono spesi 850 milioni di dollari l’anno. Ad ottobre alcune personalità di spicco, tra i quali anche dei premi nobel, hanno firmato una petizione internazionale per chiedere la fine della missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite perché Haiti ha bisogno di solidarietà, medici, scuole, tecnici dell’acqua  e di collaborazione per ritrovare la sua sovranità uscendo dalla militarizzazione in atto.

All’ingresso del Musée du panthéon national (il museo delle “catene” della schiavitù haitiana ed unico edificio pubblico  rimasto intatto nel centro di Port – au – Prince) c’è la fotografia del presidente Michel Martelly, (nominato più che eletto e che ha prestato giuramento proprio un anno fa) l’uomo su cui sta lavorando una speciale commissione del Senato di Haiti, istituita per indagare sulla nazionalità dei funzionari di governo.

Martelly è accusato di avere ben cinque passaporti tra cui anche quello statunitense sul quale risulterebbe una falsa identità. I sei senatori che stanno svolgendo l’inchiesta – secondo il quotidiano Listin Diario – avrebbero chiesto anche all’Italia di fornire documenti per dimostrare la vera nazionalità del presidente e gli eventuali legami con l’Italia.

La notte arriva presto nella zona rossa, la più pericolosa, dicono, al mondo, di Port –au –Prince. I francescani della comunità di Saint Alexander si occupano e preoccupano dei bambini che ogni giorno arrivano davanti al loro cancello. I padri Columbano, Victor e Daniel insieme ai postulanti, prossimi ai voti, tentano di dare normalità alla vita di chi dorme per strada, respirando e vendendo pezzi di carbone, non ha famiglia e ricordi, porta le ferite nell’anima e sul corpo di malattie o aggressioni. Di chi ha tanta fame. Studiare ad Haiti costa caro, circa trecento dollari americani all’anno.

Sono inoltre inavvicinabili le scuole cattoliche, in particolare quelle dei salesiani dove si impara un mestiere. Dalla terrazza della casa assai mal messa dei francescani si intravedono i fuochi accesi per strada. Sono solo le sette di sera, dalle sei è in atto una sorta di coprifuoco, ma sembra notte fonda, senza alcuna luce, tra le grida e i canti della strada.

Haiti, sullo scacchiere geopolitico, è in una posizione cruciale
Sulle direttrici da Nord a Sud è punto di transito del traffico di armi dagli Stati Uniti a tutta l’America Latina. Da Sud a Nord è invece sulla rotta del traffico di sostanze stupefacenti che, dalla Colombia  prosegue nella Repubblica Domenicana – ponte  per l’Europa – o verso gli Stati Uniti. La notte è lunga e non passa mai ad Haiti, più per la percezione di paura indotta da ciò che si è letto prima di partire che da altro. Poi quando si fa giorno appare anche la bellezza. In strada lungo  main  Salomon tra le botteghe e le ferramenta spuntano i sapienti artigiani del legno.

Il mare di sporcizia e rifiuti delle baraccopoli di  Citè Soleil dove vivono 300 mila persone, schiave della mafia che impone regole anche alla povertà più assoluta, lascia lo spazio ai colorati dipinti e ai cartelloni pubblicitari realizzati a mano dagli artisti di Haiti. Si cammina lungo la recinzione immacolata del palazzo presidenziale sfondato , così come la cattedrale, dal terremoto. Più avanti si aprono  Place Petion e Place Costitution, affollate da bambini, che fanno capolino da tende e baracche, accatastate una sull’altra, brulicanti come alveari.

Haiti è la storia di una catastrofe, quattro uragani dal 2008
I dominicani non vedono di buon occhio la manovalanza haitiana, sostengono che tutta la sfortuna di Haiti è provocata dalla magia nera e dai riti woodo, celebrati nei quartieri dove le case hanno pavimenti di terra battuta e in baracche di legno in cui vengono fatti sacrifici rituali. Nella cultura e nella vita religiosa dell’isola stretto è l’intreccio fra sacro e profano, dove l’iconografia religiosa è rappresentata da bottiglie di plastica, teschi, scatole di latta e ciocche di capelli. Sulle pareti sono appese immagini di madonne e santi con le sembianze di eroi della tradizione haitiana.

Chi parla è un uomo di mezza età dal collo taurino. Indossa una maglia taroccata dell’Inter, è circondato e venerato da donne e bambini. Le macerie del terremoto ad Haiti sono state sostituite dalle tende e la ricostruzione è inesistente. Intanto però, proprio in questi giorni, 50 militari hanno occupato la sede del ministero dell’Agricoltura. A capo si è autoproclamato il “comandante Mosé” Marcel Daniel, uno degli autori del golpe del 2004. Si teme possa accadere di nuovo.

Alle cinque della mattina riprende il viaggio di ritorno verso il terminal dell’autobus per Santo Domingo. Si varcherà di nuovo il cancello arrugginito del confine di Jimani. Sul bus collettivo cittadino, stile America anni ’50, affollato di persone che viaggiano verso il lavoro, la radio trasmette la gioiosa e ritmata  musica di questo popolo dimenticato. E’ ancora buio quando davanti all’ambasciata americana si forma la coda di persone che intendono chiedere asilo politico. “La storia dell’assedio contro Haiti, che ai giorni nostri assume le dimensioni della tragedia, è anche una storia di razzismo della civiltà occidentale” ha scritto il premio nobel uruguaiano Eduardo Galeano.

*tratto da Il Fatto quotidiano


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