Giornalismo sotto attacco in Italia

Giustizia per Daphne: il processo che riguarda tutta Malta

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Quasi nove anni dopo l’assassinio di Daphne Caruana Galizia, il procedimento penale contro l’uomo accusato di aver commissionato il suo omicidio è finalmente iniziato. Per chi, in Italia, ha seguito negli anni questa vicenda attraverso le pagine di Articolo 21 e il lavoro di tanti giornalisti che non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia, questo rappresenta un passaggio storico. Ma non è ancora il punto di arrivo. Ho raccontato più volte su queste pagine la storia di Daphne, le responsabilità dello Stato maltese emerse dall’inchiesta pubblica, le conseguenze politiche del suo assassinio e la lunga battaglia civile che ne è seguita. Oggi quella storia entra nella sua fase giudiziaria più importante. Non perché sia il primo processo: cinque persone sono già state condannate per aver materialmente eseguito l’omicidio o per aver fornito l’esplosivo utilizzato nell’autobomba, mentre l’intermediario Melvin Theuma ha ottenuto la grazia presidenziale in cambio della sua collaborazione. Il processo in corso riguarda invece Yorgen Fenech, l’imprenditore accusato di avere organizzato e finanziato il delitto. È l’ultimo imputato ancora da giudicare. Il dibattimento è destinato a durare diverse settimane. La giuria è stata costituita dopo una lunga selezione; i giurati sono stati isolati dal mondo esterno per tutta la durata del processo, privati di telefoni, computer e qualsiasi accesso ai mezzi di comunicazione, proprio per proteggerli da ogni possibile influenza esterna. Il giudice ha ricordato loro che devono dimenticare nove anni di dibattito pubblico e decidere esclusivamente sulla base delle prove presentate in aula. L’accusa sostiene che Fenech abbia commissionato l’omicidio attraverso Melvin Theuma, pagando 150.000 euro ai sicari e continuando a finanziare l’organizzazione anche dopo il delitto. Le registrazioni effettuate da Theuma, la ricostruzione degli investigatori e le testimonianze dei prossimi giorni costituiscono l’ossatura del caso dell’accusa. Fenech respinge ogni addebito e si dichiara innocente. Toccherà alla giuria stabilire se la Procura abbia dimostrato la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Seguendo queste prime udienze, mi sono tornate alla mente le riflessioni che ho pubblicato nei giorni scorsi sul Times of Malta. Ho scritto di avere paura. Non della celebrazione del processo, ma del peso che esso impone a tutti noi. Può sembrare una confessione sorprendente dopo quasi nove anni trascorsi a chiedere giustizia per Daphne. Ma la forza dello Stato di diritto consiste proprio nell’impedire alla nostra convinzione personale di sostituirsi alla prova processuale. Anch’io ritengo che gli investigatori abbiano individuato il responsabile giusto. Ho seguito ogni sviluppo dell’indagine e conosco la mole di prove che l’accusa ritiene di avere raccolto. Tuttavia continuo a credere con la stessa convinzione che l’imputato entri in aula innocente. Non “probabilmente colpevole”. Innocente. Fino a quando la Procura non dimostrerà il contrario oltre ogni ragionevole dubbio. È una tensione difficile da sostenere. Ma è esattamente questa tensione che distingue la giustizia dalla vendetta. L’intero sistema processuale è costruito per rendere difficile una condanna. Non per proteggere i colpevoli, ma per evitare l’errore irreparabile di condannare un innocente. È una garanzia che non appartiene soltanto all’imputato di oggi. Appartiene a tutti noi.
Ciò non significa dimenticare Daphne. Anzi. In questi giorni continuo a ricordarla com’era prima di diventare “la vittima”. La rivedo attraversare Triq ir-Repubblika diretta ai tribunali, con un’altra cartella sottobraccio e un’altra causa per diffamazione da affrontare. Quelle udienze erano diventate parte della sua quotidianità. Servivano a logorarla, distrarla, intimidirla. Da lontano non sembrava una rivoluzionaria. Era una donna dai modi gentili, quasi timida nella conversazione. Poi tornava a casa e si sedeva davanti al computer. La donna silenziosa che molti incrociavano per strada diventava una delle voci più intransigenti che Malta abbia conosciuto. Non inventava la corruzione. Non inventava la saldatura fra politica, affari e criminalità organizzata. Semplicemente si rifiutava di fingere che non esistesse. Chi voleva il silenzio trovò un solo modo per rispondere alle sue parole. Per questo il processo che oggi si celebra riguarda molto più della responsabilità penale di un singolo imputato. L’aula di giustizia dovrà rispondere a una sola domanda: la Procura ha provato le accuse secondo il diritto? Ma fuori dall’aula ne restano molte altre. Perché le inchieste sulla corruzione denunciata da Daphne hanno proceduto con tanta più lentezza rispetto a quelle sul suo omicidio? Perché, quasi nove anni dopo, una parte del Paese continua a leggere ogni sviluppo di questa vicenda esclusivamente attraverso la lente dell’appartenenza politica? E soprattutto: abbiamo davvero imparato qualcosa? L’inchiesta pubblica conclusa nel 2021 non si limitò ad accertare le responsabilità dello Stato nell’aver creato il clima che rese possibile l’assassinio. Invitò Malta a rafforzare profondamente i propri strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, suggerendo di guardare anche all’esperienza italiana nella lotta alle mafie. Molte di quelle raccomandazioni restano ancora oggi inattuate. Qualunque sarà il verdetto, il processo non esaurirà quindi il significato della ricerca di giustizia. Una parte della nostra lunga campagna sta arrivando alla sua conclusione naturale. Un’altra non finirà mai. Non possiamo restituire Daphne alla sua famiglia. Non potremo più leggere gli articoli che avrebbe scritto in questi nove anni. Possiamo però decidere se l’intimidazione che ha cercato di ridurla al silenzio riuscirà, alla fine, a mettere a tacere anche noi. Continuiamo a sentirne la mancanza. La migliore eredità che possiamo raccogliere non è il ricordo di una martire, ma l’esempio di una giornalista che non si inginocchiò mai davanti al potere. Oggi, più che mai, non abbiamo alcuna giustificazione per inginocchiarci noi.


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