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La mafia ha firmato il delitto Rostagno

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ARTICOLO21 (Circolo di Trapani) – Quando nel 2011 cominciò il processo per il delitto di Mauro Rostagno dinanzi alla Corte di Assise di Trapani i dati salienti contro i due imputati, Vincenzo Virga, mandante, e Vito Mazzara, sicario, erano circoscritti a questo scenario. Rostagno ammazzato dalla mafia perché dava fastidio. Se Impastato stava a 100 passi dal boss, lui lavorava a 5 passi dalla stanza in cui di tanto in tanto Angelo Siino, il ministro dei Lavori Pubblici di Totò Riina, si incontrava con i suoi referenti trapanesi. Uno di questi era Puccio Bulgarella, editore di Rtc, la tv dove Rostagno era andato a lavorare portando con se alcuni dei ragazzi della Saman, la comunità di recupero per tossicodipendenti. La stanza di Bulgarella era affianco a quella di Rostagno. Il processo si è sviluppato attorno alle confessioni dei pentiti, ai riscontri balistici, alle piste indicate dalla difesa del tutto diverse da quelle mafiose. Ma l’esame del Dna ha fatto rialzare quel sipario che stava scendendo sul dibattimento. Le firme di Cosa nostra su quell’omicidio non sono poche.

Un po’ di storia. Vincenzo Virga, hanno raccontato i pentiti, ricevette l’ordine di morte dal padrino belicino don Ciccio Messina Denaro: Rostagno da giornalista a Rtc aveva deciso di fare il “terapeuta” (cit. Maddalena Rostagno) di una città silente e connivente e per questo era diventato una “camurria” per la mafia; Ciccio Messina Denaro non era uno che andava per il sottile, oggi suo figlio, il latitante Matteo Messina Denaro, incarna benissimo ciò che era il padre, don Ciccio non esitò un giorno a fare uccidere un suo figlioccio perché questi aveva fatto sparire una partita di droga, figuriamoci se potesse oltre sopportare quel giornalista che ogni giorno parlava di mafia e per giunta pensava di accettare l’invito a candidarsi a sindaco di Trapani. E’ lungo l’elenco dei pentiti che hanno raccontato il rancoroso malumore del padrino di Castelvetrano e non solo il suo, non può essere dimenticato quello di don Mariano Agate, padrino di Mazara, che dal banco degli imputati un giorno mandò a dire a Rostagno di finirla di raccontare minchiate: ci fu anche chi spiegò perché Rostagno andava ammazzato a Trapani, all’epoca gli investigatori cercavano Totò Minore, pensavano che fosse lui il capo della mafia trapanese, ammazzando a Trapani Rostagno i mafiosi ragionarono bene pensando che quell’omicidio sarebbe stato attribuito a Minore che invece era già stato tolto di mezzo da 5 anni. In effetti fu quello che accadde. La Squadra Mobile di Rino Germanà inquadrò subito il delitto dentro uno scenario mafioso, ma ricondussero tutto a Totò Minore. Ipotesi che però cominciò a vacillare quando pochi mesi dopo il delitto Rostagno fu ammazzato un apparente innocuo operaio dell’Enel, tale Vincenzo Mastrantonio…e per una delle prime volte venne fuori il nome di Vincenzo Virga, Mastrantonio solitamente era il suo autista. Ma non era la Polizia più ad occuparsi del delitto Rostagno, erano i carabinieri…e tutto il resto è storia.

Vito Mazzara come Vincenzo Virga non è arrivato da sconosciuto al processo. Tutti e due in cella e con condanne all’ergastolo. Vito Mazzara è un ex campione di tiro a volo, indossava la casacca “azzurra”, grazie a questo “titolo” usava l’escamotage di potere girare in auto con appresso il fucile calibro 12: “se mi fermano – spiegava ai suoi interlocutori mafiosi – posso sempre dire che vado ad esercitarmi al tiro”. Una perizia del gabinetto di Polizia Scientifica, eseguita dopo che l’allora capo della Mobile Giuseppe Linares si accorse grazie alla puntigliosità di un suo collaboratore,. Nanai Ferlito, che nel fascicolo, prossimo all’archiviazione, quindi quando oramai le indagini dei carabinieri si erano chiuse definitivamente, mancava un confronto balistico tra i delitti antecedenti e successivi a quello di Rostagno. Saltarono fuori alcune coincidenze, diverse cartucce presentavano parecchie striature, una sopra all’altra; mistero risolto con la confessione del pentito Ciccio Milazzo: abitudine di Mazzara era quella di sparare a freddo le cartucce così che quando sarebbero state esplose per uccidere sarebbe stato difficile risalire all’arma. Quella abitudine di Vito Mazzara fu indicata come “la firma della mafia” sul delitto.

Nel corso del dibattimento però la perizia originaria è stata messa in discussione. Alcune certezze su compatibilità sono venute meno, sono arrivati anche i super periti incaricati dalla Corte di Assise, ma nessuno ha mai detto di potere escludere con certezza le compatibilità balistiche. Come la difesa dei due imputati avrebbe voluto.

Ma la difesa notoriamente ha fatto anche altro. Ha cercato di portare la Corte di Assise verso altre piste. Virga e Mazzara non c’entrano col delitto…Cosa nostra non c’entra con l’omicidio. Il movente sarebbe stato da ricercare nella cosidetta pista interna, i contrasti dentro Saman, al misterioso traffico di armi che Rostagno avrebbe scoperto, addirittura hanno fatto riemergere circostanze appurate ed esclude da tempo, il collegamento tra il delitto Rostagno e le indagini allora in corso sul delitto del commissario di Polizia Luigi Calabresi, e quindi Lotta Continua, le trame di quegli anni, hanno fatto anche scomodare l’ex Br Renato Curcio venuto in aula a non dir nulla e a ritrovarsi semmai a diventare personaggio. Fu sentito Curcio nella stessa udienza in cui testimoniò un avvocato, Salvatore Maria Cusenza, le sue parole furono importanti per spiegare semmai come mai la mafia aveva messo nel mirino Rostagno. Ma i giornali preferirono a questa testimonianza, le parole, inutili per il dibattimento, di Curcio. La difesa non ha nemmeno risparmiato di prendere in esame la “pista delle corna”: “questione di corna fu” aveva detto nel 1988 Mariano Agate a chi della sua cosca gli chiedeva perché avevano ammazzato Rostagno. La Corte di Assise ha sondato tutte le piste offerte dalla difesa, ma nulla di concreto è stato mai raccolto. Sulla pista mafiosa invece ad ogni udienza è venuto fuori sempre qualcosa di nuovo, di inedito, qualcosa che era anche sepolto nei fascicoli, ma anche qualcosa di nuovo. Certo il puzzle non si è mai completato, ma molti tasselli sono stati occupati da fatti precisi: la mafia che nel 1988 cambiava pelle, mafiosi, imprenditori e politici che stavano sempre più vicino, i Messina Denaro che erano rimasti nell’ombra ma Rostagno si stava molto interessando alla cosca di quel luogo, aveva anche in mente una trasmissione, Avana, dove parlare di mafia, soldi, riciclaggio, droga, politica ed elezioni…massoneria.

Quando sembrava che il processo si doveva avviare alla conclusione, ecco l’iniziativa del presidente Pellino. Perizia del Dna. E l’esito è stato incredibile. Sulla canna del fucile esploso sulla scena del crimine a Lenzi quella sera del 26 settembre 1988 sono stati viste macchie di sangue che non apparivano all’occhio umano, scoperte da macchinari sofisticati. Il Dna estratto è stato ritenuto fortemente compatibile con quello di Vito Mazzara. E a questo punto non è più una sola la firma della mafia sul delitto. E c’è la certezza che il fucile usato è stato certamente in uso di Vito Mazzara. Ma non solo. Di firma ce ne è una terza. Su quella canna di fucile c’è un altro Dna, i periti hanno concluso che per la sua composizione va ricondotto ad un parente prossimo del Mazzara. Circostanza che non è nuova nel processo. Il collaboratore di giustizia Ciccio Milazzo quando fu sentito fece i nomi di chi solitamente accompagnava Mazzara quando c’era da andare ad ammazzare qualcuno, e tra i nomi fatti fece quello di Mario Mazzara, “zio” di Vito.

Sulla scena del delitto non c’erano quindi amici di Rostagno in cerca di vendetta, spacciatori scoperti, fidanzati oltraggiati, concorrenti in amori, agenti dei servizi segreti, ma c’erano killer mafiosi spietati che dovevano eseguire una sentenza di morte decretata dal padrino di Castelvetrano don Ciccio Messina Denaro. Non si tirino più fuori altre idiozie. La pista del traffico di armi non c’entra, ma questo non significa che Trapani non è stata, e forse ancora lo è, crocevia di questi traffici. E’ più seria la pista degli inciuci tra mafia, massoneria e politica, che era quello di cui Mauro Rostagno si stava occupando. Ci sono i suoi appunti a provarlo. Ci sono i suoi incontri finiti registrati negli atti giudiziari che i carabinieri avevano però smarrito.

Già i carabinieri. Quelli che dicevano che quel genere di cartucce erano solitamente usate dai cacciatori. E per poco non è entrato nella scena delle ipotesi l’incidente di caccia. Quelli che hanno la memoria flebile e di colpo hanno scordato gli incontri con Rostagno. Ma non solo loro. Di mezzo c’è qualche leggerezza di troppo commessa anche da poliziotti, quelli dell’operazione Codice Rosso, qualche ispettore anzioso di far carriera.

Il 14 marzo tocca alle difese porre le domande ai periti che hanno lavorato sul Dna. E la difesa di Vito Mazzara lo farà avvalendosi di un…carabiniere. L’ex generale dei Ris Luciano Garofano. Oramai in pensione ha scelto di proseguire l’attività. Ha accettato l’incarico di occuparsi delle faccende di un pluripregiudicato per gravi reati di mafia. Un pezzo da 90 come lo hanno indicato alcuni mafiosi intercettati. Vito Mazzara è uno che va protetto, cautelato, la sua famiglia non va abbandonata, “se si pente lui siamo consumati”. Così in alcune trascrizioni di intercettazioni è stato scritto. Lui non ha mai fatto una smorfia durante il processo. Si è posto nella gabbia dell’aula all’altezza del banco solitamente occupato da Maddalena e Chicca Roveri. Nelle ultime udienze in aula si è vista la moglie, una presenza quasi a rassicurare Vito Mazzara che tutto è a posto..Almeno fuori dal Tribunale. Perché dentro quell’aula per lui, e Vincenzo Virga, le cose si stanno mettendo molto male.

L’11 aprile i pm cominceranno la discussione. Secondo il calendario la sentenza potrebbe essere pronunziata il 9 maggio. Il giorno che ammazzarono Peppino Impastato e Aldo Moro. Un giorno, il 9 maggio, che continuerà a far parte della storia d’Italia: perchè il delitto di Mauro Rostagno fu un delitto di mafia ma non fu un fatterello trapanese, Rostagno è uno dei giornalisti ammazzati in Italia perché scrivevano senza remore e reticenze, parlava di mafia all’epoca in cui Borsellino e Falcone erano tacciati di essere professionisti dell’antimafia e mentre Cosa nostra ammazzava a destra e a manca, fa parte a pieno titolo della trattativa infinita che ha reso forte Cosa nostra.

* Portavoce Articolo21 (Circolo di Trapani)

28 febbraio 2014