Io speriamo che me la cavo

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“Ma cosa ti piangi addosso!? Cerca un altro lavoro, emigra, vai a Londra!”. Qualche tempo fa un lettore commentò un articolo che parlava di noi, 2000 cassintegrati dell’appalto postale, più o meno come sopra. Per prima cosa facciamo le presentazioni: siamo i lavoratori dell’appalto postale NON propriamente postini, dipendenti di aziende private piccole e medie, sparse in tutta Italia e che dal 1999 lavorano al fianco di Poste Italiane, tramite affidamento di gare d’appalto. Dal primo luglio 2012 50 di queste gare di appalto sono cessate, mentre nelle restanti è diminuito il valore economico, provocando la smaterializzazione improvvisa di 2000 posti di lavoro.

Quelle dell’incipit sono tredici parole che racchiudono benissimo quello che è ad oggi il senso comune. E’ come se la nostra terra si fosse ad un tratto inaridita, come se l’unica soluzione possibile fosse emigrare, come nomadi che si incamminano senza voltarsi indietro.

E’ come se perdere il lavoro fosse una cosa normale, e ancora: è come se essere schiacciati da mostri che disconoscono il sentimento umano pur tenendo ben presente l’umore del mercato, fosse giusto. Vieni schiacciato e devi stare zitto. Shhh! Silenzio!

Il risultato di questo senso comune è evidente: abbiamo perso la solidarietà tra lavoratori, se non tra persone, e la voglia di rivendicare ciò che ci appartiene. Tutto si è ridotto ad un egoistico Io speriamo che me la cavo.

Il lavoro è un diritto.

E non lo dico perché sta scritto nella costituzione, ma perché il sistema in cui ogni giorno ci muoviamo considera il lavoro come base di ogni percorso di vita. Se non hai il lavoro non prendi una casa in affitto. Se non hai un lavoro stabile non compri una casa, non puoi chiedere un prestito per aprire un’attività, e così all’infinito, passando per qualsiasi progetto di vita, compreso quello di trasmigrare con tutta la famiglia (felini inclusi) a Londra.

Se non hai un lavoro sei un reietto, lo dice anche Latouche. Diventi un essere al margine della società, che non produce e che anzi, si rende colpevole, come subdola sanguisuga, di bere il nettare degli ammortizzatori sociali.

Ma facciamo il punto. Abbiamo un’azienda di azionariato statale, Poste Italiane, che pur avendo un Ad privato, risponde in tutto e per tutto al governo. Abbiamo 3000 e più persone che ogni giorno fanno un lavoro di serie B, quello più faticoso e più qualitativamente certificato: i dipendenti degli appalti postali. Abbiamo una crisi mai vista, che come un’emorragia dissangua il paese e cancella posti di lavoro. Abbiamo nutrite schiere di teorici economici che dicono che si debba riprendere a crescere, e che per farlo sia necessario garantire al paese occupazione stabile.

Qui arriva il genio.

POSTE MANDA PER STRADA 2000 PERSONE CIRCA, chiudendo la metà circa dei bandi di gara d’appalto, facendo macelleria sociale, e macchiando vistosamente le mani del governo. Nessuno stato europeo, che io sappia, ha creduto di risolvere la crisi creando disoccupazione!

IO NON CI VADO A LONDRA. Resto qui, a lottare ogni giorno, con il sostegno di alcuni, ed è già qualcosa.  Insieme a noi stanno lottando in molti, e tra loro Paolo Ruffini, Claudia Gerini, Sergio Staino, Lele Corvi, Franca Rame e Dario Fo, Fulvio Abbate e molti altri. Seguite la lotta su truppedappalto.blogspot.it

Perché le ingiustizie vanno combattute.

Io speriamo che me la cavo.

Noi speriamo di cavarcela.


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