Ci sono guerre che si combattono con le armi e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che si combatte costringendo chi racconta la realtà a fare le valigie. Dal 2021 al 2025 quasi 1.500 giornalisti di almeno 65 Paesi sono stati costretti a lasciare la propria casa per salvarsi la vita. A rivelarlo è Reporters Without Borders (RSF), che in occasione della Giornata mondiale del rifugiato ha pubblicato un bilancio che racconta una crisi globale della libertà di stampa. Secondo i dati diffusi il 19 giugno, RSF ha fornito assistenza d’emergenza a 1.468 giornalisti costretti all’esilio dopo essere stati minacciati, incarcerati o perseguitati. Nello stesso periodo il numero dei paesi da cui i reporter sono stati costretti a fuggire è più che raddoppiato: da 19 a 40. In venti di questi, almeno dieci giornalisti hanno dovuto lasciare il proprio Paese. L’Afghanistan rappresenta da solo quasi la metà dei casi.
Dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, RSF ha assistito 677 giornalisti afghani, il numero più alto registrato dall’organizzazione. Seguono la Russia, con 160 giornalisti sostenuti, e il Myanmar, dove almeno 101 reporter sono stati costretti a fuggire dopo il colpo di Stato militare del 2021. Ma la geografia della repressione continua ad allargarsi. RSF segnala un peggioramento anche nell’Africa subsahariana, in particolare nella regione del Sahel e nell’est della Repubblica Democratica del Congo, così come in diversi Paesi dell’America Latina, dove violenza politica e criminalità organizzata rendono sempre più rischioso esercitare il giornalismo indipendente. Secondo l’organizzazione, ogni giornalista costretto all’esilio rappresenta una perdita non solo personale, ma collettiva: quando chi racconta i fatti viene messo a tacere, cresce inevitabilmente lo spazio lasciato alla propaganda e alla disinformazione. Una dinamica evidente anche nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina.
Per Vianney Loriquet, data journalist e responsabile del World Press Freedom Index di RSF, i numeri fotografano una tendenza ormai globale. “I percorsi di esilio dei giornalisti sostenuti da RSF raccontano, anno dopo anno, una mappa mondiale della repressione”, ha dichiarato. E i quasi 1.500 reporter costretti a fuggire rappresentano, avverte, soltanto “una piccola parte di un fenomeno molto più vasto”.
Perché l’esilio non coincide con la fine del pericolo. Secondo Loriquet, molti giornalisti continuano a subire ricatti, pressioni amministrative, tentativi di deportazione e forme di repressione transnazionale anche dopo aver lasciato il proprio Paese. Per questo RSF chiede ai governi di rafforzare gli strumenti di protezione attraverso visti umanitari, permessi di soggiorno, programmi di reinsediamento e soprattutto il rispetto del principio di non-refoulement, che vieta il rimpatrio forzato verso Paesi dove una persona rischia persecuzioni.
Victoria Lavenue, responsabile dell’Ufficio Assistenza di RSF, sottolinea come la fuga sia soltanto l’inizio di un’altra battaglia.
“Quando un giornalista è costretto a lasciare il proprio Paese, l’esilio non mette fine alle minacce”, afferma. Alle difficoltà burocratiche e linguistiche si aggiungono infatti precarietà economica, isolamento e nuove forme di intimidazione che oltrepassano i confini nazionali.
Proteggere i giornalisti in esilio, spiega, significa proteggere anche il diritto dei cittadini a ricevere informazioni affidabili e preservare il dibattito democratico.
Per questo RSF raccomanda agli Stati ospitanti di garantire tutele legali più solide, sostegno economico e strumenti che consentano ai reporter di continuare a svolgere il proprio lavoro anche lontano da casa. Per gli afghani la situazione rimane particolarmente critica.
Celia Mercier, responsabile del desk Asia meridionale di RSF, spiega che dopo il ritorno dei talebani centinaia di giornalisti sono stati costretti a fuggire a causa delle pesanti restrizioni alla libertà di stampa, della censura, degli arresti arbitrari, delle detenzioni, delle torture e delle persecuzioni. L’esilio, però, non ha garantito loro sicurezza. Molti vivono ancora in condizioni di estrema precarietà, affrontando incertezza legale, molestie, difficoltà economiche e repressione transnazionale. Solo in Pakistan, ricorda Mercier, circa 200 giornalisti afghani rischiano arresti, estorsioni e deportazioni forzate. La giornalista sottolinea come l’esilio forzato dei reporter costituisca una minaccia diretta alla democrazia globale: privare una società dei suoi giornalisti indipendenti significa sottrarle la possibilità di documentare corruzione, guerre e violazioni dei diritti umani. RSF continua a sostenere questi professionisti attraverso programmi di ricollocamento d’emergenza, assistenza amministrativa, interventi contro i rimpatri forzati e aiuti economici destinati anche alle redazioni che continuano a lavorare dall’estero.
Per Iqbal Khattak, rappresentante di RSF in Pakistan, la situazione sta raggiungendo un punto critico.
“Se questa tendenza continuerà, le conseguenze saranno disastrose sia per i giornalisti sia per i cittadini, che saranno privati di informazioni indipendenti e affidabili.” Secondo Khattak, in un numero crescente di Paesi criticare il potere viene ormai criminalizzato, mentre l’accesso dei cittadini alle informazioni viene progressivamente limitato. Per questo chiede un impegno internazionale più forte e sistemi di protezione realmente efficaci.
Dietro le statistiche ci sono vite. Come quella di Azita Nazimi, volto noto della televisione afghana ed ex conduttrice di TOLOnews. Dopo la presa del potere da parte dei talebani intervistò il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, mettendolo di fronte alle contraddizioni del nuovo regime. “Quell’intervista mostrò la vera mentalità dei talebani”, racconta. “Compresi direttamente quanto fosse sistematica la loro esclusione delle donne dalla società.” Da quel momento la sua casa venne perquisita più volte. “Essendo un volto televisivo era impossibile nascondermi. La paura e l’assoluta incertezza mi hanno costretta a fuggire in Pakistan.” Oggi ricorda che molti giornalisti afghani rifugiati in Pakistan e Iran vivono sotto la costante minaccia di essere espulsi verso un Paese dove rischiano persecuzioni, mentre devono affrontare anche il peso psicologico della separazione dalla propria famiglia. Una storia simile è quella di Abdul Haq Hamidi, ex direttore dell’agenzia Gardish-e-Etilaat, arrestato nel gennaio 2024, detenuto per tre giorni, picchiato, torturato e umiliato. Le continue minacce lo hanno costretto prima a rifugiarsi in Pakistan, dove ha vissuto quasi due anni nell’incertezza e nella paura di essere deportato, e infine, grazie al sostegno economico di RSF, a trasferirsi in Francia nel febbraio 2026. “La paura, i ricordi delle torture e il dolore di aver perso la propria patria non scompaiono semplicemente perché si attraversa un confine”, racconta. Anche in Europa, dice, molti giornalisti continuano a vivere con la sensazione di non essere davvero al sicuro.
Per motivi di sicurezza RSF identifica soltanto con il nome di Selsela una giornalista afghana costretta all’esilio dopo essere stata presa di mira dai talebani per i suoi reportage. Anche lei, una volta fuggita, ha dovuto affrontare il rischio di deportazione dal Paese ospitante.
“In esilio affrontiamo uno status giuridico incerto, la paura costante di essere rimpatriati, difficoltà economiche, poche opportunità di lavoro e il peso psicologico della separazione dalla famiglia e dell’incertezza sul futuro.” Le preoccupazioni sono aumentate ulteriormente dopo la recente deportazione dalla Turchia di un noto giornalista afghano. Per chi vive sospeso tra due frontiere, conclude, sopravvivere non basta. La sicurezza esiste soltanto quando una persona ottiene un permesso di soggiorno stabile, può continuare a svolgere il proprio lavoro e sa di non essere a rischio di essere rimandata nel luogo da cui è dovuta fuggire per salvare la propria vita.
(da https://www.radiobullets.com)
