Il governo attuale ha due esigenze chiarissime: fare una riforma elettorale maggioritaria per imporre il premierato e controllare i media con il punto di vista delle destre (l’estetica della paura) inculcato nell’immaginario di una società in gran parte legata ancora al video generalista. La televisione rimane la Regina della dieta quotidiana, costituita tanto dalle generazioni anziane quanto da quelle giovani abituate a seguire i programmi con altri mezzi trasmissivi, dai tablet ai cellulari. Ma il clima di opinione si forma così, con il ping pong con la rete dove si colgono le tendenze profonde.
Da qui al prossimo voto politico si pone il problema urgentissimo di aggiornare la vecchia (benemerita) legge del 2000 sulla par condicio, introducendo norme cogenti sui social, al momento vincolate solo a indirizzi dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni scarsamente applicati. Tuttavia, qui e ora c’è uno spettro che si aggira tra di noi: la controfigura del fu servizio pubblico. Oggi la Rai è sotto l’egida politica – con pochissime eccezioni – di un potere esecutivo che non tollera bilanciamenti e controlli.
Per forzare la mano, ottenendo l’abnorme legge elettorale desiderata, TeleMeloni ha da essere la banalità del male. Guai a concedere forme di pluralismo indigeribile per il sovranismo autoritario dell’attuale compagine di Palazzo Chigi. La Rai, impoverita nelle linee industriali, nelle strategie editoriali e nella stessa ricchezza immobiliare rischia di diventare una bad company, da spremere per poi – viene il sospetto – svenderla. Nel 2027 scadrà la Convenzione con lo Stato e chissà che si stia pensando a uno spezzatino regionale o a una messa all’incanto dell’azienda. In genere, le privatizzazioni iniziano proprio con la perdita del valore complessivo dell’impresa a cominciare dall’autorevolezza di quest’ultima via via decaduta.
In breve, questa è l’assurdità del quadro odierno, con la discussione sulla riforma ferma presso le competenti commissioni del Senato e con la Commissione di vigilanza bloccata dall’ostruzionismo della maggioranza. Peccato, però, che incomba una possibile multa comminata da Bruxelles per violazione dell’European Media Freedom Act, in vigore sul tema dell’indipendenza del servizio pubblico dallo scorso 8 agosto.
Ecco. Il ministro Giorgetti era atteso ieri in audizione al senato per rispondere proprio sulle questioni dell’Europa. Esiste davvero una lettera inviata dagli uffici della Ue che confermerebbe la bontà del testo della maggioranza, persino ulteriormente peggiorato da una diretta presenza nel cda di un esponente voluto dal dicastero di Giorgetti? Ne ha parlato il ministro leghista, e non solo di sfuggita. C’è o no un po’ di trasparenza o tutto è avvolto nel segreto? Cosa dice la lettera o è una sorta di riedizione grottesca del manoscritto trovato a Saragozza?
Le opposizioni hanno protestato per un’assenza per lo meno sospetta. Se la lettera non è un’invenzione, perché non renderla pubblica? Nessuno si può illudere. L’Europa è lontanissima dalle speranze che ne hanno segnato i periodi migliori. Tuttavia, direttive e regolamenti dovrebbero trovare applicazione e non rimanere in un cassetto.
C’è un certo numero di norme lasciate a mo’ di manoscritti dispersi: dal Digital Services Act (2022) dove si trovano indicazioni per l’attività delle Big Tech, alla Raccomandazione sulle querele temerarie, all’insieme dell’articolato Emfa in cui si leggono il divieto dello spionaggio telefonico dei giornalisti, il no ai conflitti di interesse, la tutela finanziaria dei servizi pubblici a garanzia della loro indipendenza. I consiglieri di opposizione di Majo, Di Pietro e Natale sono intervenuti, anche per contestare il quadro idilliaco fornito dall’ad Rossi.
È bene non sottovalutare ciò che sta accadendo: li abbiamo visti arrivare. Già.
(Da Il Manifesto)
