A Pollena Trocchia non sono state uccise “due prostitute”. Sono state uccise due donne. E il fatto che ancora oggi alcuni quotidiani scelgano di raccontare questa vicenda partendo dalla loro presunta attività, anziché dalla loro umanità, dice molto del modo in cui continuiamo a guardare certe vittime. Perché le parole non sono mai neutre. Le parole decidono da che parte guardiamo una storia. E troppo spesso servono a creare distanza, a togliere dignità, a insinuare inconsciamente che esistano vite che meritano meno rispetto di altre. Quando una donna viene assassinata, il suo lavoro, la sua fragilità sociale o il contesto in cui vive non possono diventare il filtro attraverso cui misurare il valore della sua esistenza. Non si scrive “hanno ucciso due donne”. Si scrive “uccise due prostitute”. Come se quell’etichetta bastasse a spiegare tutto. Come se bastasse a sporcare la percezione pubblica della vittima. Come se rendesse la violenza quasi più comprensibile, quasi inevitabile. È un meccanismo pericoloso e disumano. Perché nessuna persona smette di essere figlia, madre, sorella, essere umano solo perché vive ai margini o perché esercita prostituzione. E soprattutto nessuna vittima dovrebbe essere raccontata in modo da apparire meno degna di compassione, giustizia o rispetto. Il giornalismo dovrebbe avere il compito di raccontare i fatti senza trasformare le vittime in categorie. Senza alimentare stigma. Senza suggerire che alcune morti facciano meno rumore di altre.
A Pollena Trocchia sono state spezzate due vite. E prima ancora di conoscere i loro nomi, qualcuno aveva già deciso come definirle.
La dignità di una persona non può e non deve essere cancellata da un titolo.
(Nella foto il palazzo in cui sono avvenuti i due femmicidi)
