No, non è stato il sovrintendente Nicola Colabianche, tantomeno il sindaco Brugnaro, neppure il ministro Giuli a cacciare la signora Beatrice Venezi. Per rendersene conto basterà sbirciare appena una rassegna stampa per capire con quanta arroganza l’avessero imposta e difesa, nonostante l’immediata protesta non solo delle lavoratrici e dei lavoratori della Fenice di Venezia, ma anche di quasi tutte le voci più accreditate della critica, della ricerca musicale, in Europa e in Italia. Un dissenso che ha travalicato qualsiasi confine di parte o di partito.
Eppure hanno voluto sfidare tutte e tutti, perché così aveva deciso la presidente, dovevano essere le prove generali per dimostrare che loro l’egemonia la impongono a colpi di olio di ricino e bastonate mediatiche, come stanno facendo sul ddl Sicurezza.
Gli arditi delle squadre d’azione Venezi hanno invece trovato la fiera resistenza di orchestrali, coristi, abbonati, cittadini, associazioni che non si sono arresi, hanno lottato, non hanno mai abbassato lo sguardo e loro, solo loro, hanno mandato a casa la direttrice, la sua compagnia di giro, l’arroganza di chi ha mal gestito l’intera vicenda, a partire da chi oggi tenta di menar vanti e cambiar maschera. Purtroppo per loro a Venezia “non sventola bandiera bianca”.
(Da Il Fatto)
