Giornalismo sotto attacco in Italia

Paolo Berizzi e il dovere di stare dalla parte giusta

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C’è un processo che si celebra in tribunale e ce n’è un altro, più profondo, che riguarda la tenuta democratica del Paese. Il primo è quello che vede coinvolto il leader dei Do.Ra., gruppo dell’estrema destra neonazista lombarda, dopo il cosiddetto “falso processo” organizzato contro il giornalista Paolo Berizzi. Il secondo chiama in causa tutti noi: istituzioni, politica, opinione pubblica, informazione. Vale la pena ricordare cosa accadde. Berizzi, cronista da anni impegnato nel raccontare rigurgiti neofascisti, organizzazioni nostalgiche, derive violente e razziste, venne sottoposto a una pubblica gogna simbolica: una messa in scena intimidatoria, con insulti, minacce, accuse deliranti, costruita per colpire non soltanto la persona ma il significato stesso del suo lavoro giornalistico. Non fu una bravata. Non fu folklore nero. Fu il tentativo di processare la libertà di stampa fuori dalle sedi della democrazia, sostituendo il confronto civile con il linguaggio dello squadrismo, dell’odio e della sopraffazione. Ed è dentro questa cornice che va letto ciò che continua ad accadere nelle aule di giustizia, dove attorno agli imputati si presentano sodali e sostenitori con vessilli, simbologie e richiami neonazisti ostentati senza particolare imbarazzo. Una presenza che non può essere derubricata a colore locale o manifestazione pittoresca. È un messaggio intimidatorio, un presidio muscolare, il tentativo di trasferire anche nel tribunale la logica del branco.
Il punto però è ancora più grave se si considera chi è Paolo Berizzi.
Parliamo di un giornalista che vive sotto tutela per le minacce ricevute proprio da ambienti neofascisti. Un cronista costretto alla protezione per avere fatto il proprio mestiere: indagare, raccontare, documentare. Una condizione che dovrebbe scuotere le coscienze democratiche di tutto il Paese e che invece troppo spesso viene normalizzata quasi fosse un dettaglio della cronaca quotidiana.
Non lo è.
Quando un giornalista ha bisogno della scorta perché scrive, perché indaga, perché nomina i fenomeni per ciò che sono, non siamo davanti a un problema individuale. Siamo davanti a una ferita democratica. Per questo attorno a Paolo Berizzi dovrebbe esserci una solidarietà piena, netta, trasversale. Dovrebbe esserci la politica intera, senza distinguo e senza timidezze. Dovrebbero esserci tutte le forze parlamentari, tutte le culture democratiche, tutte le istituzioni che si riconoscono nella Costituzione antifascista. E invece non sempre accade. Troppo spesso prevalgono silenzi prudenti, prese di distanza tiepide, solidarietà intermittenti.

Come se difendere un giornalista minacciato dall’estrema destra fosse tema di parte e non fondamento della convivenza civile. Come se la libertà d’informazione fosse una bandiera da sventolare a giorni alterni e non un principio da difendere sempre. È significativo che al suo fianco oggi ci siano organismi di rappresentanza del giornalismo, come la Fnsi, costituitasi parte civile. Un gesto importante e concreto. Ma non basta. Perché la difesa della libertà di stampa non può essere lasciata soltanto ai giornalisti. Riguarda tutti.
Riguarda ogni cittadino che vuole essere informato senza paura. Riguarda chi crede che il dissenso non si zittisca con le minacce. Riguarda chi sa che i simboli dell’odio non sono arlecchinate ma segnali politici precisi. Riguarda chi comprende che l’intimidazione contro un cronista è sempre un’intimidazione contro la democrazia.


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