La storia ha dell’assurdo e per questo merita di essere raccontata: parla di giornalismo, social network, responsabilità personali per comportamenti altrui da una parte, impunità permanente dall’altra.
Il protagonista, suo malgrado, è il giornalista oggi in forze alla Rai Fabio Butera, in passato collaboratore di Repubblica. La vicenda risale all’agosto del 2018 e il prossimo 10 aprile, in Cassazione, si chiuderà – in un modo o nell’altro – una volta per tutte.
Siamo in pieno governo gialloverde, Matteo Salvini è ministro dell’Interno, fa lo sceriffo d’Italia. Il Giornale di Vicenza pubblica un articolo dal titolo “I richiedenti asilo vogliono Sky, scatta la protesta”. Il pezzo raccontava di una ventina di migranti ospiti di un centro di accoglienza che si sarebbero presentati in Questura per rivendicare un abbonamento televisivo e guardare il campionato di calcio. La notizia diventa immediatamente combustibile per l’odio online: numerosi politici, ministro dell’Interno compreso, si indignano pubblicamente; i commenti sui social si riempiono di insulti e inviti a «rispedirli in Africa a calci». La Bestia salviniana coordinata da Luca Morisi è nel massimo del suo splendore.
Allora Butera, da giornalista, fa una cosa semplice: decide di verificare. Chiama la Questura di Vicenza: nessuno sa nulla di quella protesta. Chiama la Prefettura: a loro risultano solo richieste di certificati di residenza, nessun abbonamento televisivo tra le istanze pervenute. Registra tutte le telefonate sino a quel momento fatte. Contatta infine l’autore dell’articolo: il collega spiega di aver appreso la notizia da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo di sentire direttamente i migranti coinvolti.
Butera allora pubblica un post su Facebook in cui riporta fedelmente il contenuto delle sue telefonate. Non fa mai il nome del cronista del Giornale di Vicenza: il suo obiettivo, scrive, non è demonizzare il collega ma criticare un metodo giornalistico che produce titoli esagerati, omette le voci dei protagonisti e si presta a diventare carburante per nuove forme di razzismo. A propria volta, il suo post diventa virale. Migliaia di condivisioni, anche da parte delle principali testate online. Qualche giorno dopo, lo stesso Giornale di Vicenza corregge il tiro: tra le richieste dei migranti c’era anche quella di una tv satellitare, ma per seguire le notizie dai paesi d’origine, non per guardare il campionato.
La storia sembrava chiusa. Invece, mesi dopo, la Questura di Vicenza rilascia una dichiarazione tardiva in cui afferma che tra le rivendicazioni figurava anche l’accesso a piattaforme televisive. Forte di questo documento — opposto a quello che Butera aveva registrato in tempo reale — il cronista del quotidiano vicentino minaccia querela e, tre anni dopo, porta il collega in tribunale.
Ad aprile 2023 il Tribunale di Verona emette la sentenza: il post di Butera non è diffamatorio. È frutto di una ricerca documentata, risponde a un interesse pubblico ed è formalmente corretto. Una vittoria sì, ma solo a metà.
Nella seconda parte del giudizio arriva la sorpresa: Butera viene condannato a pagare 33mila euro, cioè il risarcimento più spese legali, per non aver rimosso alcuni commenti scritti da terzi sotto il suo post. Commenti che lui dice non aver letto, in mezzo a oltre cinquecento messaggi arrivati in poche ore, né di condividere. Nessuno, né il collega né i suoi legali, gli aveva mai chiesto di cancellarli, né tramite contatto diretto né attraverso gli strumenti di segnalazione messi a disposizione da Facebook. Eppure, i giudici ritengono che il fatto di aver condiviso sulla propria bacheca, due giorni dopo, altri contenuti sulla stessa vicenda, costituisca prova sufficiente della lettura di tutti i commenti, e quindi della volontà di mantenerli.
La Corte d’Appello di Venezia conferma la condanna: 33 mila euro che, divisi per quello che Butera può permettersi di pagare mensilmente, significano dieci anni di rate.
I commenti incriminati? Espressioni come “giornalista di merda”, “pennivendolo”, “Giornale di Wc”, richieste di procedimento disciplinare all’Ordine. Insulti sgradevoli, certo, ma che non fanno mai il nome del cronista coinvolto, non contengono minacce, non degenerano in violenza personale. Quelli rivolti a Butera stesso, altrettanto sgradevoli, non compaiono negli atti del processo: non erano stati screenshottati e allegati al fascicolo. La sentenza apre interrogativi senza risposta. Con quale criterio un privato cittadino dovrebbe moderare autonomamente i commenti sotto un proprio post, senza che nessuno glielo abbia chiesto? Avrebbe dovuto rimuovere solo le parolacce o anche le accuse di aver scritto una bufala? E i commenti offensivi nei confronti dello stesso Butera? Un privato cittadino è equiparabile, nelle responsabilità, a una testata regolarmente registrata? Un politico con ruoli di governo ha meno responsabilità di un normale cittadino nel cercare di moderare i toni di chi commenta sotto i suoi post?
«Nel frattempo – ragiona infatti Butera – i social di esponenti di governo riempiono di gogna pubblica persone comuni, con commenti ben più violenti di quelli per cui sono stato condannato, senza che nessuno intervenga. Il Giornale di Vicenza stesso non ha mai cancellato i commenti rimasti sotto il suo articolo originale, alcuni dei quali, a sette anni di distanza, sono dello stesso tenore di quelli che mi sono costati 33 mila euro».
Dal punto di vista legale, l’osservatorio patrocinato dal sindacato unitario dei giornalisti Fnsi e dall’Ordine dei giornalisti “Ossigeno per l’informazione” ha seguito la vicenda. Anche l’europea Article 19, impegnata a difendere la libertà di informazione, si sta interessando al caso. Butera dice di essere orgoglioso di quel post che aveva smontato una mezza bufala, diffusa e rilanciata sulla pelle dei più deboli. Ma la sentenza gli ha lasciato qualcosa di difficile da scrollarsi di dosso, racconta: «Una paura diffusa, che a tratti rasenta la paranoia. Da quel momento ho smesso di usare i social. Ho paura che qualsiasi affermazione pubblica possa diventare il pretesto per una nuova querela. Un giornalista che ha paura è un giornalista che rischia di essere meno libero».
In attesa che la Cassazione si pronunci, Butera è confortato da una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo su un caso analogo. Dovesse andar male, il prossimo passo è quello. Ma nel frattempo paga per aver fatto, diligentemente, il suo lavoro.
(Da Repubblica – Matteo Pucciarelli)
