C’è chi ha un comportamento intimidatorio e c’è chi non si fa intimidire. Un avvocato ha denunciato molti giornalisti che a suo dire dicono il falso su Israele. E i denunciati accumulano questi pezzi di carta come prova della loro serietà. Continuando a scrivere. La storia potrebbe finire qui. Obiettivo fallito.
E invece la storia continua perché il metodo intimidatorio potrebbe funzionare su chi non ha, per esempio, un gruppo editoriale che lo assiste. O chi, per quieto vivere, o pur di scacciare il fastidio, smette di scrivere di questi temi.
Qui sta la pericolosità del metodo: colpirne uno per educarne cento.
Il giornalismo è una cosa seria. Dovrebbe esserlo anche la professione legale. In ogni contesto c’è chi fa bene il suo lavoro e chi crede sia un modo per fare soldi o per farsi notare. Capita. Ma nessuno è autorizzato a generalizzare: un giornalista o un avvocato possono essere cialtroni, ma nessuno può dire che lo sono tutti. E’ una delle regole base del razzismo: generalizzare la “colpa” per un intero gruppo. Tra i primi a provarlo sulla propria pelle sono da sempre gli ebrei. Se io affermo che il colono israeliano Yinon Levi, noto anche all’Unione Europea per atteggiamenti razzisti e provocatori contro la popolazione palestinese, ha ucciso l’attivista per i diritti umani palestinese Awdah Hathaleen faccio il mio dovere di giornalista. Se dicessi che tutti i coloni sono come Yinon Levi farei male il mio mestiere. Fin qui ci siamo?
Se io scrivo “il suo Ordine (dei Giornalisti n.d.r) che finanzia i terroristi con il corpetto press mentre processa per direttissima i giornalisti ebrei” scrivo una falsità e diffamo tutti coloro che fanno parte dell’Ordine dei Giornalisti. Perché chi lo scrive dovrebbe spiegare dove ha trovato le prove delle sue affermazioni. Prove riscontrabili, ovviamente.
Non sono nessuno per poter dare consigli su dove cercare quelle prove. Per esperienza so che in un conflitto sono le stesse fonti originarie a dire il falso, perché le notizie sono armi di guerra. Usate da tutte le parti. Il compito dei giornalisti è di usare la vicinanza, la competenza, le verifiche incrociate, l’esperienza per avvicinarsi il più possibile alla verità sostanziale dei fatti. Che potrebbe non essere quella che ci piace. Ma il compito del giornalista è questo, non è servire il padrone.
Per tutti questi motivi – l’intimidazione implicita, la generalizzazione del gruppo, la cancellazione della verità scomoda – io sto convintamente dalla parte dei giornalisti denunciati. Per la dignità del giornalismo lo farei anche se fossi tra gli amici del denunciatore
