Giornalismo sotto attacco in Italia

Richiedenti asilo in un limbo amministrativo

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Si è svolta nella mattinata di giovedì 18 giugno, presso il Centro “Balducci” di Zugliano, la conferenza stampa promossa dall’équipe di strada dell’Associazione Ospiti in Arrivo per presentare il report “Limbo”, un’indagine sottoscritta da venti realtà associative e del Terzo Settore del Friuli Venezia Giulia impegnate nella tutela dei diritti umani, dell’accoglienza e della solidarietà.

La scelta del Centro Balducci come luogo della presentazione non è stata casuale. Da sempre impegnato nell’accoglienza di persone in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti fondamentali, il Centro rappresenta un punto di riferimento per quanti credono che la dignità umana debba essere garantita a tutti, senza distinzioni. Un impegno che trova particolare significato in un tempo storico segnato da profonde contraddizioni, nel quale – è stato ricordato durante l’incontro – i diritti umani rischiano sempre più spesso di essere riconosciuti solo ad alcuni e negati ad altri. È stata richiamata in questo senso una celebre affermazione di Gino Strada: «O i diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi». Non a caso il prossimo convegno annuale del Centro “Balducci” sarà dedicato al tema “The Right to Have Rights”, il diritto di avere diritti.

Il rapporto presentato nasce da un monitoraggio condotto a partire dallo scorso gennaio dai volontari di Ospiti in Arrivo davanti agli sportelli dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Udine. Oltre 450 persone sono state osservate e intervistate durante l’attesa per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale. Il quadro emerso è stato definito dagli estensori del report «allarmante» e mette in luce ostacoli che, di fatto, rendono estremamente difficile l’accesso a un diritto riconosciuto dalla normativa nazionale ed europea.

Le persone che si presentano per chiedere asilo, infatti, sono costrette ad affrontare attese che spesso superano i dieci giorni e che in numerosi casi arrivano oltre le tre settimane. Tempi che contrastano apertamente con quanto previsto dalla normativa, la quale stabilisce che la registrazione della domanda debba avvenire entro tre giorni lavorativi, salvo casi eccezionali che possono estendere il termine fino a dieci giorni.

Le code davanti alla Questura sono cresciute progressivamente negli ultimi mesi e oggi coinvolgono abitualmente tra le trenta e le sessanta persone per volta. La maggior parte proviene dall’Afghanistan, un Paese la cui situazione politica e sociale rende particolarmente evidente la necessità di garantire l’accesso alle procedure di protezione internazionale.

Secondo quanto documentato nel report, il primo accesso agli uffici spesso non produce alcun risultato concreto. In molti casi serve soltanto per ottenere un successivo appuntamento destinato alla rilevazione delle impronte digitali, fissato anche a distanza di settimane o mesi. Nel frattempo il richiedente rimane privo di qualsiasi documento che certifichi formalmente la sua presenza e l’avvio della procedura. Una situazione che genera incertezza e precarietà, aggravata dall’assenza di criteri trasparenti nella gestione delle attese. Non sempre, infatti, viene rispettato l’ordine di arrivo e talvolta viene data priorità a chi possiede un documento di identità, nonostante questo non rappresenti un requisito necessario per la richiesta di protezione internazionale.

A rendere ancora più difficile la situazione contribuiscono la mancanza di strutture adeguate a ripararsi dalle intemperie e l’assenza di un servizio stabile di mediazione linguistica e culturale. Molti richiedenti asilo, che non conoscono l’italiano, faticano a comprendere le indicazioni ricevute e a orientarsi nelle procedure.

Le conseguenze di questi ritardi si ripercuotono innanzitutto sulle persone coinvolte. Fino alla registrazione della domanda, infatti, non è possibile accedere ai percorsi di accoglienza istituzionale. Molti richiedenti sono quindi costretti a trascorrere giorni o settimane dormendo nei parchi pubblici, nei sottopassaggi o in altri luoghi di fortuna. Una condizione che le associazioni definiscono senza esitazioni «inumana e degradante», capace di produrre gravi effetti sul piano fisico e psicologico. Alle difficoltà abitative si aggiungono quelle sanitarie, poiché l’assenza di una sistemazione stabile rende più complesso anche l’accesso alle cure.

Il fenomeno produce ricadute significative anche sulla collettività. La presenza di persone costrette a vivere in strada alimenta comprensibili sentimenti di disagio e insicurezza, mentre le organizzazioni di volontariato si trovano a sostenere un carico sempre maggiore di richieste con risorse limitate. Associazioni, gruppi di solidarietà e operatori sanitari suppliscono quotidianamente alle carenze del sistema istituzionale, offrendo cibo, assistenza medica, orientamento e sostegno.

Particolarmente preoccupante è la situazione dei minori stranieri non accompagnati. Anche per loro si registrano ritardi nel rilascio dei documenti necessari all’accesso ai servizi, con conseguenze che incidono direttamente sulla possibilità di ottenere la tessera sanitaria, frequentare la scuola e avviare un percorso di integrazione. Il rischio denunciato dagli operatori è che questi ragazzi possano ritrovarsi improvvisamente esclusi dalle tutele previste al raggiungimento della maggiore età.

Durante la conferenza è stato più volte sottolineato come non si tratti di semplici inefficienze burocratiche. Secondo le associazioni firmatarie, ci si trova di fronte a una vera e propria disfunzione sistemica che finisce per ostacolare l’esercizio di un diritto fondamentale. La spiegazione della carenza di personale, pur reale, non viene ritenuta sufficiente a giustificare una situazione che si protrae da tempo. A sostegno di questa lettura sono stati richiamati i precedenti delle Questure di Venezia e Vicenza, dove analoghe criticità sono state riconosciute dalla giustizia amministrativa a seguito di una class action che ha imposto la riorganizzazione del servizio.

Le associazioni hanno inoltre espresso preoccupazione per alcune dichiarazioni istituzionali che sembrano considerare la lunghezza delle procedure come uno strumento di deterrenza nei confronti delle persone migranti. Allo stesso tempo è stato osservato come le soluzioni annunciate negli ultimi anni – dall’ampliamento degli uffici all’introduzione di nuovi sistemi di prenotazione – non abbiano finora prodotto miglioramenti sostanziali, rischiando di limitarsi a rendere meno visibile il problema senza risolverlo.

L’obiettivo del report — hanno precisato i promotori — non è alimentare polemiche ma richiamare l’attenzione delle istituzioni su una situazione che richiede interventi urgenti. La richiesta rivolta alla Questura di Udine è quella di garantire procedure efficienti e rispettose della legge, nell’interesse sia dei richiedenti asilo sia della comunità locale. Parallelamente è stato lanciato un appello alle associazioni affinché rafforzino il coordinamento reciproco e condividano dati, analisi e iniziative comuni.

Il rapporto verrà ora trasmesso alla Questura, agli organi di informazione, all’UNHCR e all’Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo. Qualora non si registrassero miglioramenti significativi, le organizzazioni promotrici non escludono il ricorso ad azioni legali analoghe a quelle già intraprese con successo in altre regioni.

Al di là degli aspetti amministrativi, il report “Limbo” pone una questione essenziale: il diritto d’asilo non può essere riconosciuto soltanto sulla carta. Se l’accesso alla procedura viene ostacolato o ritardato sistematicamente, il rischio è che un diritto fondamentale venga svuotato del suo significato concreto, lasciando centinaia di persone sospese in una terra di nessuno giuridica e umana che il titolo stesso del rapporto descrive efficacemente come un vero e proprio “limbo”.


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