Il ciclone Harry, che ha colpito a inizio anno la Sicilia e il Sud Italia, ha distrutto la nave di ResQ – People Saving People, costringendo l’organizzazione umanitaria a interrompere le proprie missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Ma se la nave con cui dal 2020 ResQ ha soccorso e salvato 496 persone si è fermata, ResQ no. Per questo ha lanciato “Insieme torniamo in mare”, la campagna con cui l’organizzazione vuole acquistare una nuova imbarcazione e riportare nel Mediterraneo un presidio civile di ricerca, soccorso e testimonianza e che si sviluppa attraverso una serie di iniziative tra cui, la social challenge Mille barchette, una nave che sta coinvolgendo la comunità di ResQ e il mondo della cultura e dello spettacolo invitando i sostenitori a postare sui social un video in cui viene realizzata una barchetta di carta. Hanno già scelto di aderire alla campagna e di rilanciarne il messaggio personalità come Gad Lerner, Paolo Fresu, Stefania Rocca, Alessandro Bergonzoni e Ferdinando Vicentini Orgnani. L’obiettivo della campagna va ben oltre una nave: significa restituire al mare una presenza capace di salvare vite umane in una delle frontiere più drammatiche del nostro tempo. Ne abbiamo parlato con il Presidente di ResQ, Luciano Scalettari.
Il ciclone Harry ha causato danni irreparabili alla ResQ People costringendovi a uno stop forzato delle missioni e alla demolizione della nave. Può raccontarci cosa ha significato per voi lasciare il Mediterraneo e quanto pesa oggi l’assenza di una nave civile in mare?
La ResQ People ha salvato in questi anni 496 persone e ha contribuito a soccorrerne altre 150. È l’imbarcazione che ha accompagnato i primi 5 anni della nostra storia di associazione. Siamo nati nel 2019 e siamo andati in mare nel 2021 per fare Ricerca e Soccorso (SAR, nell’acronimo inglese). La ragione per cui esiste ResQ – People Saving People è per cercare di ridurre per quanto possibile lo scandalo delle vittime del mare (più di 33.000 dal 2014, quando fu chiusa l’Operazione Mare Nostrum, l’ultima realizzata dal nostro Paese per fare ciò che dovrebbe fare: soccorrere chi è in pericolo). Perciò ogni singolo giorno che passa senza che possiamo riprendere le missioni nel Mediterraneo centrale è un grande dolore: potremmo essere là e non ci siamo, potremmo salvare dei naufraghi migranti e non lo possiamo fare. Ogni singolo giorno è un giorno di troppo. Ad oggi, solo nel 2026, sono oltre 800 le vittime nel solo Mediterraneo. Di queste, almeno alcune, avremmo potuto salvarle? Quante ne avremmo potute soccorrere? Vorremmo tornare in mare domani, anzi oggi, se fosse possibile.
Il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. Dal suo punto di vista, che cosa raccontano i numeri della situazione attuale e perché, nonostante le vittime, il tema della migrazione sembra spesso scomparire dal dibattito pubblico?
La situazione attuale, ma anche quella dell’ultima dozzina d’anni, ci dice che sulla pelle dei migranti si sta giocando la più colossale operazione di sciacallaggio elettorale e politico degli ultimi decenni: si è buttato nel cestino non solo il dovere etico di salvare chi rischia di morire in mare, ma anche il diritto internazionale – che sancisce in modo inequivoco che coloro che sono in pericolo vanno soccorsi – e il diritto fondamentale di ogni persona, ossia il diritto alla vita. Considereremmo un orrore se la stessa cosa avvenisse per un’alluvione o un terremoto: troveremmo disgustoso che non si intervenisse, che non si facesse tutto il possibile per soccorrere chi è in pericolo e per farlo il più velocemente possibile. Saremmo indignati se un’ambulanza non accorresse a soccorrere chi è vittima di un incidente o di un malore, e saremmo altrettanto indignati se prima di partire medici e infermieri discutessero se i feriti o i malati avessero o meno diritto a essere aiutati. Ebbene, tutto questo non vale per i migranti: non ci fa orrore e non ci indigna. Il soccorso in mare non è di destra o di sinistra, non è divisivo, non ammette distinguo. Invece, si è fatto dei migranti una folla anonima di delinquenti e assassini, e di chi li soccorre dei pericolosi “buonisti”, o peggio “tassisti del mare”, nuovi negrieri, e chi più ne ha più ne metta. Il tema migratorio torna al centro del dibattito pubblico quando serve per attaccare strumentalmente il governo spagnolo (come sta avvenendo in questi giorni per la vicenda di Ceuta), e scompare quando decine di persone muoiono di stenti dopo giorni di deriva nel mare o quando si tratta di raccontare che la riduzione degli arrivi in Europa significa che molti più migranti sono trattenuti nei lager libici, seviziati, estorti, abusati. Questo significa una cosa sola: chi ci governa e chi governa l’Europa ha deciso che quelle persone sono sacrificabili, che un migrante non “vale” quanto un italiano o un europeo.
Perché è necessario per voi acquistare una nuova nave e tornare in mare entro la fine le 2026?
Semplicemente perché è necessario. Per noi ogni vita conta, e nessun essere umano merita la vita più di un altro. Le persone vanno soccorse e salvate. Poi, di tutto il resto, discutiamone pure.
Dal 2021 la ResQPeople ha messo in salvo 496 persone. C’è un ricordo particolare che la lega a qualcuna di queste persone?
I ricordi e gli episodi sarebbero tanti. Ma ne cito uno solo, forse quello più forte ed emozionante. Durante la nostra prima missione soccorremmo una famigliola, padre, madre e una piccola bimba di otto mesi. La famiglia, per una serie di circostanze particolari, rimase in Italia (quasi tutti i migranti che soccorriamo vanno all’estero, in altri Paesi europei). Mesi dopo quel papà e quella mamma ci mandarono una foto: c’era la bimba, appena più grande, sulla neve dell’Appennino. La sua prima neve. Sorrideva felice, con indosso una sgargiante giacca a vento rossa. Guardava in macchina, con le braccia aperte, nel gesto di un abbraccio. Se non fossimo stati là, in quel punto del Mediterraneo, in quel preciso momento, quella bimba sarebbe ancora viva? C’è qualcosa di più emozionante del vedere il volto felice di quella piccola?
ResQ si occupa di ricerca e soccorso, ma una nave civile in mare ha anche un’importante funzione di testimonianza. Quanto è importante per voi documentare ciò che accade nel Mediterraneo e come dovrebbero cambiare le politiche europee e italiane in tema migrazione?
La funzione di testimoniare ciò che avviene nel far west del Mediterraneo è tanto importante quanto quella di salvare i naufraghi migranti. In questi anni, se non ci fossero state le navi della flotta civile, quel “mare di nessuno” – dove le cosiddette guardie costiere libiche e tunisine riportano indietro con la forza i migranti, dove si spara sui barconi, dove si fa a gara a riaccaparrarsi la “carne da macello” per ricominciare a sfruttare, violentare, estorcere, incarcerare – sarebbe anche un mare di silenzio, nel quale naufragi, respingimenti e violenze non li conoscerebbe nessuno. Quanto alle politiche, italiane ed europee, occorre un cambiamento di rotta radicale: va riportata al centro di ogni singola scelta e decisione politica la persona e i suoi diritti fondamentali. Da tempo stiamo andando in direzione ostinatamente contraria.
La vostra campagna “Insieme, torniamo in mare” non è soltanto una raccolta fondi, ma anche un modo per coinvolgere la società civile. Che significato hanno iniziative come la social challenge delle “Mille barchette una nave”?
Fin da quando siamo nati, una delle nostre più granitiche convinzioni è stata quella che ci saremmo – tutti – salvati dal naufragio dei diritti e dall’indifferenza solo se si fosse mossa, indignata, mobilitata la società civile. Dal basso. Come movimento di persone comuni che si vergognano delle politiche mortifere del nostro Paese e dell’Unione Europea. La catena di solidarietà a cui invitiamo tutte e tutti a partecipare significa esattamente questo: faccio una barchetta di carta e una donazione (grande o piccola che sia) perché tante barchette, centinaia di barchette, migliaia di barchette, si potranno trasformare in una vera imbarcazione di legno e ferro, capace di tornare nel Mediterraneo a salvare. Quelle barchette di carta, tanto fragili e insignificanti se prese singolarmente, diventano tutte insieme una forza dirompente.
