Niente firma oggi in Svizzera dell’accordo siglato digitalmente da Iran e Usa e parole di fuoco del vicepresidente Vance contro Israele. Due fatti eccezionali che la dicono lunga su come la tregua raggiunta sia fragile.
Le 26 navi che ieri hanno attraversato lo Stretto di Hormuz raccontano, meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale, cosa sia realmente successo: il blocco è finito, il petrolio torna a scorrere, i mercati respirano. Ma la domanda che conta non è se lo Stretto sia di nuovo navigabile — lo è, parzialmente, restando comunque un’ottantina di mine da rimuovere sulla rotta centrale — bensì a quale prezzo politico e strategico.
Trump rivendica il risultato come un trionfo personale, bollando i suoi critici interni come “gelosi, cattivi o stupidi”. Ma il fatto che i mugugni arrivino dal suo stesso campo — falchi delusi da una guerra non portata a termine, sostenitori dell’America First preoccupati per i prezzi della benzina in vista del voto di novembre — segnala una frattura più seria di quanto la retorica presidenziale lasci intendere. Quando la CNN ipotizza che un accordo definitivo possa non superare il Congresso nonostante la maggioranza repubblicana, si parla di un problema di tenuta politica, non solo di immagine.
La frase di Trump ad Axios — “non ci sono limiti” al suo potere — va letta in controluce rispetto all’esito concreto della guerra: una “resa incondizionata” iniziale che si è trasformata in un protocollo d’intesa con cui l’Iran ottiene 60-70 miliardi l’anno semplicemente riavendo accesso a uno stretto che, va ricordato, era aperto anche prima del conflitto. È il paradosso centrale di questa vicenda: il regime che dichiaratamente andava abbattuto incassa un beneficio economico enorme in cambio della cessazione di un blocco che gli Stati Uniti stessi avevano imposto.
Sul fronte Israele, le parole di Vance sono il segnale più interessante del pezzo. Un vicepresidente americano che ammonisce pubblicamente l’alleato storico — ricordandogli chi paga le armi che lo difendono — non è linguaggio diplomatico ordinario. Segnala uno scollamento reale, alimentato dal fatto che Israele non gode più del consenso bipartisan che aveva negli Stati Uniti, né a sinistra né a destra. Se il legame personale Trump-Netanyahu si sta logorando, come scrive il pezzo, le conseguenze per Tel Aviv vanno oltre la cronaca di questi giorni.
Colpisce il giudizio netto del politologo Ian Bremmer, che va contro la narrazione trionfalistica dell’amministrazione Trump: nessuno degli obiettivi dichiarati è stato raggiunto — non il programma nucleare, non i missili balistici, non le milizie alleate nella regione — mentre il regime iraniano esce “malconcio ma non spezzato” e con un vantaggio economico immediato. Definirlo “il peggior errore di politica estera dai tempi dell’Iraq” è una valutazione severa, ma coerente con i fatti elencati: una guerra durata quattro mesi, costata distruzione regionale e instabilità globale, che si chiude con lo status quo ante sullo Stretto e un avversario ancora in piedi.
Resta da vedere se le concessioni più sostanziali — sblocco dei beni, rimozione sanzioni — che dipendono dal negoziato sul nucleare, andranno davvero in porto, o se anche quella partita si chiuderà con Teheran nella posizione di chi ha ottenuto di più cedendo di meno.
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