Giornalismo sotto attacco in Italia

Le motivazioni della Cassazione sul caso Cucchi: annotazioni falsificate

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“Chiara volontà di impedire che il decesso potesse essere ricondotto al Gruppo Roma guidato dal generale Casarsa”. Così uno dei passaggi più importanti delle motivazioni della sentenza sul caso di Stefano Cucchi cristallizza cosa accadde dopo la morte e il depistaggio che fu messo in atto per coprire il pestaggio subito dal trentunenne romano. Il giovane fu arrestato il 15 ottobre del 2009 e morì sette giorni dopo essere stato brutalmente picchiato da appartenenti all’Arma dei carabinieri. In seguito furono “falsificate le annotazioni per coprire le responsabilità”. Così scrivono i giudici della Corte di Cassazione a supporto della sentenza pronunciata lo scorso 4 marzo che ha concluso per il rigetto dei ricorsi presentati; novanta pagine nelle quali viene descritta una vera e propria operazione parallela tesa ad occultare quanto accaduto nei giorni successivi al suo arresto; il tutto per “proteggere” gli appartenenti al “Gruppo Roma” dei carabinieri. La catena di comando coinvolta agì con l’obiettivo specifico di impedire che le condizioni fisiche in cui versava Stefano Cucchi venissero messe in relazione con i fatti avvenuti tra l’arresto e il collocamento in camera di sicurezza. Per i giudici, vi fu la precisa volontà di evitare che eventuali responsabilità degli operatori in servizio presso le articolazioni del Gruppo Roma, all’epoca diretto dal generale Alessandro Casarsa, emergessero chiaramente. Un elemento centrale dell’istruttoria è rappresentato dalle annotazioni di servizio. La Cassazione evidenzia come queste siano state redatte con “caratteristiche sostanzialmente identiche”, una strategia ritenuta funzionale a rendere indistinguibili le versioni e a nascondere le modifiche apportate ai testi originali, eliminate perché ritenute “compromettenti”.


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