A Trieste seicento persone erano scese in strada per manifestare pacificamente. Un corteo composto da oltre quaranta realtà associative e sindacali che, partendo da riva Traiana, chiedeva una mobilitazione cittadina permanente contro le infiltrazioni fasciste negli ambienti studenteschi, a un mese esatto dagli inquietanti eventi di viale XX settembre.
È in questo contesto di democrazia diffusa che la cronaca si è fatta improvvisamente nera e violenta. A margine della manifestazione, un uomo ha bloccato la propria auto davanti ai manifestanti, ha vomitato insulti feroci a sfondo razzista e, un istante dopo, ha ingranato la marcia schiacciando l’acceleratore a tavoletta, puntando la vettura a tutta velocità dritta contro un gruppo di persone.
Solo la prontezza di riflessi di chi è riuscito a scartare di lato all’ultimo secondo ha evitato il massacro. Se la traiettoria fosse cambiata di pochissimi centimetri, oggi l’Italia racconterebbe una strage.
Questa è la verità nuda di un assalto deliberato che non può essere isolato dal clima politico che stiamo attraversando. Nell’indifferenza generale si consuma l’ennesima escalation di violenza, prodotto diretto di una propaganda che da anni avvelena il Paese.
Chi ha premuto quel pedale a Trieste non ha agito per qualche bicchiere di troppo: si è sentito spalleggiato, protetto da un clima di impunità diffusa che coccola il neofascismo e normalizza l’odio. La nota più dolente, quella che ferisce di più la nostra tenuta democratica, è la reazione delle istituzioni che sta seguendo questo attentato.
Si avverte un tentativo strisciante e viscido di minimizzare l’accaduto, di sgonfiare il caso derubricando un tentato investimento politico e razzista a una banale “bravata”, a un’intemperanza stradale causata dall’alcool. Questa tolleranza complice di chi sceglie il silenzio o la formula di circostanza, è il vero lubrificante dello squadrismo moderno.
Voltarsi dall’altra parte significa lasciare sola quella piazza, anestetizzare le coscienze dei cittadini e preparare il terreno per il prossimo colpo. Di fronte a un simile assalto ai valori fondanti della Repubblica non possono esistere zone grigie. L’informazione libera ha il dovere morale di rompere la cultura dell’assuefazione, rifiutare le finzioni di comodo e chiamare questo cancro con il suo vero nome. C’è una responsabilità politica enorme, evidente e strutturale. E c’è una sola, innegabile matrice.
