In un tempo in cui le crisi sembrano consumarsi lontano dagli occhi di chi vive in Europa, ma continuano a produrre conseguenze che attraversano confini, economie e società, la serata organizzata al Welcome Center Tiburtina nell’ambito della Refugee Week ha riportato al centro una domanda essenziale: cosa significa oggi raccontare, accogliere e agire?
A partire da prospettive diverse, giornalisti e operatori umanitari hanno provato a costruire una mappa di quel mondo che spesso rimane invisibile fino a quando non bussa alle nostre porte.
Elena Pasquini, esperta di Africa di Radio Bullets, ha raccontato la crescente difficoltà di trovare spazio per interi continenti all’interno dell’informazione mainstream. Guerre dimenticate, crisi umanitarie croniche, cambiamenti politici che influenzano gli equilibri globali raramente riescono a conquistare l’attenzione delle prime pagine, eppure continuano a incidere sulle nostre vite molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. La mancanza di conoscenza non cancella i problemi, li rende semplicemente più difficili da comprendere quando arrivano sotto forma di migrazioni, instabilità economica o nuove tensioni internazionali.
Barbara Schiavulli, inviata di guerra e direttrice di Radio Bullets, ha riflettuto su quanto sia cambiato il mestiere del giornalista in un mondo che sempre più spesso non vuole testimoni. Se per decenni il reporter ha avuto il compito di entrare nei luoghi del conflitto, osservare e raccontare, oggi governi, eserciti e gruppi armati cercano sempre più frequentemente di impedire l’accesso, limitare lo sguardo, controllare la narrazione. Schiavulli ha raccontato l’esperienza della Freedom Flotilla come il tentativo di andare oltre il racconto, di agire quando la semplice testimonianza sembra non essere più sufficiente davanti alla sofferenza. Ha poi ricordato la condizione delle donne afghane che, a cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, non sono state soltanto private dei diritti fondamentali nel loro Paese, ma progressivamente cancellate anche dall’attenzione internazionale, scomparse dai titoli dei giornali insieme alla loro lotta quotidiana.
Dall’Afghanistan è arrivata anche la testimonianza di Livia Maurizi di Nove Caring Humans, impegnata a mantenere attivi progetti e relazioni con le donne afghane nonostante un sistema che ha cancellato quasi ogni loro diritto. Un lavoro fatto di pazienza e negoziazioni continue, in cui ogni attività, ogni incontro, ogni possibilità di formazione deve essere conquistata passo dopo passo. Un impegno che resiste proprio perché il silenzio e l’abbandono sarebbero la vittoria definitiva di chi vuole cancellare metà della popolazione dalla vita pubblica.
Marta Marziali di Second Tree ha portato la voce di chi lavora ogni giorno nei campi per migranti, affrontando la complessità di relazioni spesso difficili con le autorità locali e cercando di offrire sostegno a persone arrivate dopo viaggi segnati da violenze, perdite e traumi profondi. Ha raccontato la fatica e insieme la necessità di costruire piccoli spazi di normalità, partendo da quello che può sembrare semplice ma che diventa fondamentale: insegnare una lingua, aiutare un bambino a frequentare una scuola, offrire strumenti che permettano di immaginare un futuro diverso.
Clara Habte di Rete #NoBavaglio ha invece raccontato la mobilitazione della società civile e dei giornalisti italiani a sostegno dei colleghi palestinesi di Gaza. Una rete di solidarietà costruita attraverso raccolte fondi, campagne di sensibilizzazione, iniziative pubbliche e sostegno concreto alle famiglie dei reporter che continuano a lavorare sotto le bombe. In un momento storico in cui fare informazione è diventato sempre più pericoloso, la collaborazione tra colleghi ha rappresentato una forma di resistenza e un modo per non lasciare soli coloro che continuano a documentare la guerra.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di AlHassan Al Selmi, giornalista di Gaza arrivato recentemente in Italia. Le sue parole hanno aperto una finestra su una realtà che, ha spiegato, rimane in gran parte invisibile anche quando viene mostrata ogni giorno sugli schermi. I giornalisti sono diventati bersagli, la vita quotidiana è una lotta per la sopravvivenza e quello che il mondo vede rappresenta soltanto una frazione della tragedia in corso.
Ha raccontato immagini che continuano a perseguitarlo: una madre che stringe il corpo del proprio figlio avvolto in un sacco mortuario senza sapere che i medici, per restituire un corpo alle famiglie, sono stati costretti a ricomporre resti umani irriconoscibili, assemblando frammenti di vite distrutte. Ha parlato del peso di essere testimone e della frustrazione di vedere spesso il dolore diluito o neutralizzato da un linguaggio che, nel tentativo di apparire imparziale, finisce per tradire la realtà vissuta da un popolo intero.
«La Terra Santa è per tutti, cristiani, ebrei e musulmani. Dovremmo vivere insieme e in pace. Non dovremmo essere controllati dall’occupazione ma dall’amore. E noi giornalisti continueremo a raccontare finché avremo voce».
Parole che hanno chiuso la serata e che forse ne hanno sintetizzato il senso più profondo: continuare a raccontare non perché basti a cambiare il mondo, ma perché il silenzio lo rende inevitabilmente peggiore.

