Il Primo Maggio, per noi, oggi si chiama Paul. È il nome di un lavoratore migrante, sfruttato, abbandonato, ucciso nelle campagne del salernitano. Non è stata una fatalità. Paul è morto il 24 aprile, dopo due settimane di agonia. Era stato lasciato nella notte tra il 10 e l’11 aprile davanti all’ospedale di Salerno: incosciente, senza documenti, senza voce. Aveva le gambe devastate dalla cancrena, compatibile con un’esposizione prolungata a sostanze tossiche senza protezioni e una grave intossicazione al fegato. Siamo nella Piana del Sele, cuore dell’agroalimentare italiano. Un sistema che regge su migliaia di lavoratori e lavoratrici stranieri e italiani, troppo spesso sfruttati fino alla morte: reclutati dal padronato e dal caporalato, senza diritti né sicurezza. Paul lavorava lì. E non ha parlato. Un silenzio che pesa come una denuncia. La Procura ha aperto un’indagine. Il procuratore di Salerno Raffaele Cantone ha indicato il caporalato come priorità. Il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ha parlato di “spia dello sfruttamento dei più fragili”. Quando un lavoratore viene esposto a sostanze tossiche senza protezioni, quando viene abbandonato davanti a un ospedale, non fallisce solo un datore di lavoro. Fallisce lo Stato. Non è un caso isolato. Dopo la morte di Satnam Singh, dopo anni di denunce, nel 2026 si può ancora morire lavorando nei campi agricoli. E allora il Primo Maggio deve tornare a essere quello che è: la festa del lavoro, ma soprattutto dei lavoratori e delle lavoratrici più fragili. Ma la memoria non basta, servono scelte radicali. Serve un salario minimo legale che sottragga i lavoratori al ricatto della fame e un piano straordinario di assunzioni per gli ispettori del lavoro: i controlli non possono essere un’eccezione, devono diventare la regola. Dobbiamo istituire una Procura nazionale del lavoro e realizzare meccanismi tempestivi di premialità — come il permesso di soggiorno per motivi di giustizia a tempo indeterminato- per chi ha il coraggio di parlare e denunciare i propri sfruttatori, oltre ad esempio alla cancellazione della Bossi-Fini e all’introduzione di un permesso di soggiorno per ricerca lavoro. Solo trasformando “gli invisibilizzati” in cittadini con diritti potremo impedire che altri lavoratori vengano scaricati nel buio. Paul non è solo una storia. È una questione di giustizia.
Documento firmato da
Sandro Ruotolo
Bruno Giordano
Marco Omizzolo
(da TempiModerni)
