Buona festa della Repubblica a tutti noi, anche se questa Repubblica “fondata sul lavoro” non riesce più a guardare l’orrore vero, che ogni giorno ci rimanda dati, immagini e storie crude dello sfruttamento, così dilagante, impunito, ormai normalizzato. Da Avellino a Milano, passando per Bassano. Che orribile settimana è stata quella appena trascorsa, con storie di ordinaria violazione delle regole elementari di sicurezza, tutele, retribuzione. Ma, soprattutto, storie che non hanno fatto abbastanza notizia, meno rilevanti del celeberrimo caso Garlasco, della famiglia nel bosco, dei cavalli fuggiti perché un vigile urbano si è messo a sparare i fuochi d’artificio….
E intanto a Lioni, un piccolo centro della provincia di Avellino un operaio di 26 anni moriva. Si chiamava di Sakil Hossain ed era originario del Bangladesh; è rimasto ferito durante le operazioni di manutenzione e collaudo delle giostre allestite la festa patronale, colpito alla testa da una parte della struttura o forse da una trave della giostra in movimento. Il titolare delle giostre ha negato che Sakil fosse un suo dipendente. L’intervento più arrabbiato (e finora noto) di queste ultime ore è arrivato da Arturo Bonito, segretario Provinciale della federazione irpina di Rifondazione Comunista che ha parlato di barbarie annunciando la costituzione di parte civile al processo. C’è dell’altro, mentre Sakil moriva stava per nascere la sua primogenita, che non conoscerà mai. E’ una vicenda, per molti versi, incredibile. Invece è proprio, tutto e drammaticamente, vero. E non si può parlare di un “caso”, perché non è una storia isolata, anzi, né inevitabile. Il giovane tecnico bengalese è morto perché non era formato per svolgere quel tipo di mansione e non era assunto, tanto che il giostraio nega che fosse un dipendente.
Essere un lavoratore in nero pesa, conta a renderti invisibile da vivo e anche da morto. Almeno è ciò che molti credono sia normale. E’ per questo che un addetto alle stalle di un’azienda agricola del vicentino è stato abbandonato (letteralmente) nonostante fosse rimasto ferito in modo grave. Aveva avuto un infortunio in un allevamento zootecnico a Schiavon, dove era in servizio da pochi giorni, è stato soccorso dagli stessi titolari probabilmente ma non è stato trasportato subito in ospedale, hanno aspettato che fosse buio e poi lo hanno lasciato “nei pressi” dell’ospedale di Bassano del Grappa. Come fosse stato un pacco. Qualcuno quel “pacco” lo ha visto sul ciglio della strada, l’uomo, 56 anni, è stato soccorso e salvato. I sindacati di categoria promettono battaglia, piovono comunicati e indignazione ma anche questa notizia non ha superato per importanza la famiglia nel bosco.
In fondo, si sa, sfruttare i lavoratori in Italia non comporta grandi penalizzazioni sul piano economico e penale, ancor meno nella considerazione sociale di chi sfrutta. Lo sanno anche i muri. Lo sanno anche all’estero. Quindi se, per esempio, c’è da costruire il nuovo Consolato degli Stati Uniti d’America in Italia, a Milano, dentro ci trovi operai pagati due euro l’ora, tutti stranieri, indiani per la precisione. Questo non è un esempio, ma quanto accaduto nella città più ricca d’Italia. La Procura ha mandato gli ispettori sul posto e sono state rilevate plurime irregolarità, come da copione. Il responsabile della costruzione è un manager turco e quando ha saputo dell’intervento della Procura, “casualmente” è andato di corsa in aeroporto di Orio al Serio dove era in partenza un volo per Istanbul. La polizia lo ha raggiunto lì e arrestato. Se resta in Italia deve rispondere di sfruttamento della manodopera perché i salari erano al di sotto della soglia di povertà, più altre “cosette”. Tipo il fatto che tratteneva per sé i passaporti dei dipendenti sotto la minaccia di rimpatrio. Dettaglio: il cantiere vale 200 milioni di dollari, sarà la sede diplomatica della “più grande democrazia del mondo”, di un Paese ricchissimo che, però, pagava gli operai due spicci.
