Ottant’anni fa, il referendum popolare del 2 e 3 giugno 1946 sancì la nascita della Repubblica italiana. Per la prima volta, in virtù del decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, integrato dal successivo decreto luogotenenziale n. 74 (10/3/1946), entrambi voluti dal governo Bonomi, le donne diventano elettrici attive e passive. Si recarono alle urne tredici milioni di donne. L’affluenza al voto fu molto alta: 89,08 per cento. Votarono circa 25 milioni di elettrici ed elettori.
Qualche mese più tardi, Alba De Céspedes, che allora dirigeva «Mercurio Mensile di politica, arte, scienze», dedica un numero speciale della rivista all’anno che sta per concludersi (dicembre 1946), intitolandolo Processo al ’46. È un fascicolo diverso, «una lettura da tempo di pace», che De Céspedes costruisce, con la lucidità di sguardo che la contraddistingue, con l’intento di «ripercorrere con la fantasia e la memoria quegli avvenimenti dell’anno che non sono passati senza commuoverci o comunque senza afferrare la nostra attenzione». Il risultato è un volume multiforme, ricco di contributi, comprensivo di cinquanta interventi e venticinque testimonianze su quello che è stato un anno «molto importante per tutti noi». Tra le testimonianze troviamo quelle di tre scrittrici, Anna Banti, Maria Bellonci e la stessa De Céspedes, che si soffermano sulla data del 2 giugno, quando per la prima volta si recarono alle urne, raccontando quell’«evento» non solo nella sua valenza politica, che pone fine ad una antica esclusione, ma soprattutto nominandone il forte impatto emotivo.
Anna Banti ricorda quella giornata così:
Quanto al ’46 e a quel che di «importante» per me, ci ho visto e ci ho sentito, dove mai ravvisarlo se non in quel due giugno che, nella cabina di votazione, avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia? Forse solo le donne possono capirmi: e gli analfabeti. Era un giorno bellissimo.
Sulla stessa lunghezza d’onda, la testimonianza di Maria Bellonci che ne evidenzia la valenza intima, quasi un’investitura ad una cittadinanza consapevole: è un fatto interiore – e come – quello del 2 giugno quando di sera, in una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadino. Confesso che mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire. Non che non avessi un’idea sicura, anzi; ma mi parvero da rivedere tutte le ragioni che mi avevano portato a quest’idea, alla quale mi pareva quasi di non aver diritto perché non abbastanza ragionata, coscienziosa, pura. Mi parve di essere solo in quel momento immessa in una corrente limpida di verità; e il gesto che stavo per fare, e che avrebbe avuto una conseguenza diretta mi sgomentava. Fu un momento di smarrimento: lo risolsi accettandolo, riconoscendolo; e la mia idea ritornò mia, come rassicurandomi.
Quello di Maria Bellonci è il riconoscimento consapevole del suo mettersi nel mondo, nella polis, in quanto donna: una assunzione di responsabilità che reca impressi i sigilli della purezza e della verità.
Alba De Céspedes, pur ancorando la sua testimonianza all’esperienza di osservata speciale durante il fascismo, si sforza di riportare l’«evento» alla sua intrinseca valenza politica: Né posso passare sotto silenzio il giorno che chiuse una lunga e difficile avventura, e cioè il giorno delle elezioni. Era quella un’avventura incominciata molti anni fa, prima dell’armistizio, del 25 luglio, il giorno – avevo poco più di vent’anni – in cui vennero a prendermi per condurmi in prigione. Ero accusata di aver detto liberamente quel che pensavo. Da allora fu come se un’altra persona abitasse in me, segreta, muta, nascosta, alla quale non era neppure permesso di respirare. È stata sì, un’avventura umiliante e penosa. Ma con quel segno in croce sulla scheda mi pareva di aver disegnato uno di quei fregi che sostituiscono la parola fine. Uscii, poi, liberata e giovane, come quando ci si sente i capelli ben ravviati sulla fronte.
Un evento catartico che sigilla definitivamente un’epoca e ne apre una nuova nel segno della libertà e della rinascita. In tutte queste testimonianze si percepisce la consapevolezza di un evento epifanico, quasi una seconda nascita: un nascere ora al mondo nella libertà, nella verità e nella purezza.
Non solo per le scrittrici, per tutte le donne italiane quella data ha rappresentato un evento epocale. Lo documenta con lo stesso fervore, coniugando insieme passione e lucidità, una pagina della giornalista Anna Garofalo che dal settembre 1944 conduceva una rubrica radiofonica rivolta alle donne, «quando le donne italiane ancora facevano la fila alle fontane, tagliavano i bollini delle tessere e cucinavano con il carbone». Conversazioni radiofoniche che sono poi state accorpate insieme nel libro L’Italiana in Italia, pubblicato nella memorabile collana «Libri del tempo» dell’editore Laterza (Bari 1956).
Anna Garofalo racconta così, in presa diretta, quella memorabile giornata: La donna che vota è la grande curiosità di questa prima stagione elettorale nella quale dovremo anche decidere fra Repubblica e Monarchia. Ci aspetta una doppia grande responsabilità ed è inutile nasconderselo, assumendo atteggiamenti disinvolti. Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano con il nostro nome, cognome e paternità a compiere il nostro dovere di cittadini hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo fra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. […] Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Così avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra […] Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio (pp. 37-38).
Dopo aver interpellato alcune donne autorevoli, tra cui Palma Bucarelli, Alba De Céspedes e Sibilla Aleramo, chiedendo loro delle dichiarazioni di voto per la sua rubrica radiofonica, Anna Garofalo ritorna a farsi reporter: Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono fra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari. Sembra di tornare ai tempi del liceo, quando, all’uscita, ci si fermava a discutere di Virgilio e di Omero con i compagni (p. 39).
Così racconta la giornalista, descrivendo la prima giornata elettorale delle donne italiane. E lo sguardo della donna non poteva trascurare la ferialità della vita che fa capolino pur in una giornata tanto eccezionale e solenne: gli sgabelli pieghevoli, il pacchetto della colazione, le code per l’acqua. Ma dentro l’immagine dei biglietti d’amore assimilati alle schede elettorali si percepisce la passione e l’intensità dello sguardo di chi osserva il pulsare di una società che sulle macerie della guerra sta cercando di darsi non solo un nuovo nome ma un nuovo volto. Senza trascurare il coinvolgimento profondo e la lunga attesa delle tante donne che, nei decenni precedenti, si sono spese con modalità diverse per affermare la propria dignità e i propri diritti.
Commentando poi i risultati del voto, Garofalo non si sottrae ad alcune «considerazioni malinconiche» per segnalare come per le donne la strada sia ancora tutta in salita: Le ventuno donne elette all’Assemblea costituente rappresentano il 4% degli uomini. Nove sono democristiane, nove comuniste, due socialiste, una del partito dell’Uomo qualunque. Nessuna rappresentante del partito liberale, repubblicano e d’azione. […] La modesta percentuale di donne elette in confronto agli uomini offre un elemento di giudizio importante: le elettrici non hanno dato molti voti preferenziali ai candidati del loro stesso sesso, dimostrando piuttosto fiducia verso gli uomini. La cosidetta massoneria femminile ha funzionato poco, in questo caso (pp. 44-45).
L’esercizio del voto ha rappresentato, per le donne del secondo dopoguerra, la presa di coscienza «di avere il diritto di contare, di sapere che ciò che fino a poco prima le era proibito, era finalmente diventato possibile». È quanto trasmette la sequenza finale del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, con la protagonista Delia che, dopo una lunga attesa, esce dal seggio elettorale sorridente, con la consapevolezza silenziosa di essere una «donna nuova», capace di partecipare finalmente alla vita democratica del paese.

Ma la storia del voto alle donne in Italia parte da lontano: se le donne che vennero elette all’Assemblea Costituente furono 21, le cosiddette “Madri Costituenti” che si spesero con intelligenza e tenacia nella stesura della nostra Carta costituente, dieci donne, quarant’anni prima, con una iniziativa imprevista e coraggiosa, posero le premesse per veder riconosciuto il diritto di voto alle donne.
Rosi Braidotti, presentando qualche giorno fa al Salone del libro di Torino, una sua pubblicazione rifletteva sulla necessità di diventare una “buona antenata”, un’anziana che serve a qualcosa, rispetto alle generazioni del futuro, che inseguendo il passato delle donne che le hanno precedute garantiscono loro un avvenire. Noi oggi dobbiamo interrogare non solo le 21 “Madri Costituenti” ma anche quelle dieci donne marchigiane che nel 1906 osarono chiedere di essere iscritte nelle liste elettorali. La loro storia, passata a lungo sotto silenzio, merita di essere “restituita” al nostro presente.
È la storia di dieci maestre elementari marchigiane, diverse tra loro per età, condizione sociale, formazione e coscienza civile, che nel 1906 ottengono, seppur solo per qualche mese, il diritto di voto. Sono state denominate anche le “proto elettrici”. Donne che, all’inizio del Novecento, scelsero coraggiosamente di mettersi nel mondo e di dedicarsi all’educazione di bambine e bambini anche a costo di grandi sacrifici, di spostamenti in località lontane dalle loro radici, spesso sperdute tra i monti e disagevoli da raggiungere. La loro iniziativa nasce da una sollecitazione di Maria Montessori che, il 26 febbraio 1906 sulle colonne della rivista «La Vita», pubblica una specie di manifesto, un proclama con cui incita le donne ad iscriversi nelle liste elettorali politiche dei propri comuni di residenza, forte del fatto che nessuna norma dello Statuto allora vigente negava espressamente alle donne il diritto di voto. L’invito di Maria Montessori riceve ampi consensi in tutta la penisola e spinge centinaia di donne italiane a presentare la richiesta di iscrizione alle liste elettorali. Sorprendentemente, ben undici commissioni elettorali provinciali (Mantova, Caltanissetta, Imola, Palermo, Venezia, Cagliari, Ancona, Firenze, Brescia, Napoli e Torino) accolgono le domande che vengono, però, in seguito bocciate, in seconda istanza, dalle relative Corti di appello. Ma c’è una eccezione.
Da Senigallia un manipolo di dieci donne, dieci maestre elementari presentano un formale atto di iscrizione alle liste elettorali per le elezioni politiche. La Commissione Elettorale della Provincia di Ancona recepisce e accoglie l’istanza. Naturalmente il Procuratore del Re fa immediatamente ricorso. Ma il destino vuole che il desiderio di quelle donne di diventare ‘soggetto politico’ a tutti gli effetti incroci un uomo illuminato e lungimirante, Lodovico Mortara, nominato di recente nuovo Presidente della Corte d’Appello di Ancona. Secondo il giurista Mortara non sussistevano norme specifiche che escludessero il diritto di voto per le donne. Così la Corte d’Appello di Ancona con la sentenza, emessa il 25 luglio 1906, respinge il ricorso del Procuratore del Re, riconosce il diritto di voto alle dieci maestre dell’Anconetano, nove di Senigallia e una di Montemarciano, confermando la loro iscrizione alle liste elettorali. Le dieci maestre di Senigallia, di fatto le proto-elettrici d’Italia, sono: Adele Capobianchi, Carolina Bacchi, Dina Tosoni, Emilia Simoncioni, Enrica Tesei, Giulia Berna, Giuseppina Berbecci, Iginia Matteucci, Luigia Mandolini, Palmira Bagaioli.
Su questa vicenda, alcuni anni fa Maria Rosa Cutrufelli ha costruito un appassionato romanzo, Il giudice delle donne (Frassinelli editore 2016), che proprio in questi giorni è tornato in libreria, ristampato da Mondadori.

La cronologia del racconto copre all’incirca un anno solare, dal marzo 1906 al maggio 1907, scandendo i capitoli con la successione cronologica dei mesi da marzo a dicembre 1906. Un salto temporale al maggio 1907 segnala l’epilogo della storia. In questa cronologia scandita attraverso i mesi, il racconto si sviluppa attraverso “quadri” o “sequenze narrative” in cui si alternano tre personaggi: Teresa, Alessandra e Adelmo.
Il racconto esordisce con un preambolo, un antefatto, intitolato Notte, dove la narrazione allusiva segue lo sguardo disorientato e ignaro di una bambina, Teresa, che di fronte al dramma consumato sul corpo della madre si rifugia in un «sonno cieco». A Teresa è sparita la voce da quando non c’è più la madre: Teresa vede, capisce tutto ma non può parlare, non ha voce e ciò la rende una figura invisibile, una “tacita muta” (che allude vistosamente alla condizione della donna in Italia in quegli anni).
La storia prende forma attraverso una polifonia di voci e di sguardi e viene raccontata da punti di vista diversi e divergenti: c’è il punto di vista di Alessandra, la “maestrina” non ancora maggiorenne, che sta mettendosi al mondo come donna, c’è quello di Luigia, la “sindachessa”, come viene appellata in modo dispregiativo dai suoi compaesani; c’è il punto di vista dei giornalisti d’assalto e di quelli addomesticati e ossequiosi verso il potere; c’è la vox populi degli uomini e delle donne con i loro atavici pregiudizi e l’obbedienza alla legge del padre.
Il filo rosso che tiene insieme i diversi quadri e i personaggi è la vicenda delle dieci maestre che, spinte dalle parole di Maria Montessori, chiedono – in base allo statuto albertino in cui si afferma che «tutti i regnicoli sono uguali davanti alla legge» – di essere iscritte alle liste elettorali del comune di residenza.
Il percorso per il riconoscimento giuridico del diritto di voto, che ha al centro la figura autorevole della maestra Luigia, viene ricostruito nell’alternanza dei punti di vista di Alessandra, la “maestrina” giovane, che riconosce in Luigia la sua “madre simbolica”, e il giornalista Adelmo che dapprima segue la vicenda obtorto collo ma poi si appassiona alla causa. Con grande abilità narrativa, attraverso la figura di Adelmo, Maria Rosa Cutrufelli apre un grandangolo sulla società del tempo e in particolare sul mondo del giornalismo dell’epoca, facendoci comprendere come l’opinione pubblica reagisce alla richiesta di veder riconosciuto il diritto di elettrici. La domanda di fondo che serpeggia nelle colonne delle gazzette è sempre: come possono le donne «reggere i doveri della cittadinanza»?
Accanto al filo conduttore principale del racconto troviamo altri filoni tematici a cui la narratrice allude sottotraccia, offrendoci uno spaccato sulla condizione delle donne nelle campagne: donne costrette a reggere sulle loro spalle il carico familiare, donne abbandonate dai mariti che sono andati a cercare lavoro e fortuna migrando verso le Americhe. Accanto alla povertà e all’indigenza nelle condizioni di vita degli scolari, viene descritta la condizione della maestra elementare agli inizi del Novecento, definita «la missionaria dell’alfabeto», che deve affrontare, oltre ai disagi materiali, i pregiudizi radicati verso la donna sola e che lavora. Lo denota l’uso del diminutivo “maestrina” con valore dispregiativo / riduttivo, che ben segnala la perpetuazione di uno stereotipo culturale.
Accanto alle figure di donne impegnate per il loro riscatto culturale e sociale, incontriamo la figura fragile di Lisetta (la sorella di Adelmo), vittima del perbenismo borghese, che accetta il matrimonio di convenienza con il Direttore della scuola, ma crede di esercitare la sua libertà lasciandosi sedurre da un amico del fratello, e si rifugia nel matrimonio come uscita di sicurezza per nascondere la sua gravidanza. Numerosi i riferimenti letterari disseminati nel romanzo, in particolare le letture della giovane Alessandra, una donna che legge non solo libri ma anche giornali e riviste, le novelle di Oriani e le poesie di Carducci (che in quell’anno viene insignito del Nobel per la letteratura).
L’epilogo del romanzo s’intitola Giorno ed è un ritorno sulla figura della bambina Teresa che è alla “casa del migrante”, in attesa di partire per l’America per ricongiungersi al padre. Dalla perdita della parola nella Notte dell’esordio, l’orizzonte si sta ora aprendo su uno spazio molto più ampio: il grande Oceano e il nuovo mondo. Di fronte all’incognita che l’attende, Teresa pensa in positivo: Imparare tutto daccapo, anche a muovere le parole dentro la bocca. E magari, muovendole in maniera diversa, chissà che non vengano fuori, invece di restarsene al chiuso in fondo alla gola (p. 247).
Un’apertura verso il futuro, con la fiducia e la speranza che la donna Teresa possa avere una voce propria. Dopo una lunga attesa nel buio e nel silenzio, anche le donne che si recavano alle urne il 2 giugno 1946 per la prima volta nella storia nutrivano la stessa fiducia e speranza.
