Tina Merlin aveva poco più di quindici anni quando diventò staffetta partigiana nel Bellunese, tra le montagne e i paesi isolati dove la guerra entrava nelle case senza bussare e dove ogni spostamento poteva significare la differenza tra vita e morte. In quella stagione non c’è nulla di astratto, c’è una ragazza che corre, che porta messaggi, che impara presto che stare dalla parte della Resistenza significa scegliere senza riserve e senza ritorno, e che quella scelta non si chiude con la fine della guerra ma resta addosso per tutta la vita. Quando arriva il 25 aprile Tina è già dentro quella storia, e quella scelta le resta addosso per tutta la vita. La Liberazione per lei non è una data ma un modo di continuare a stare nel mondo, ed è anche per questo che nel dopoguerra entra nel giornalismo e scrive per L’Unità, portando dentro le pagine non solo cronaca ma vite reali, territori dimenticati, condizioni di lavoro, comunità che restano fuori dai racconti ufficiali. Scrive senza distanza, senza la protezione di chi osserva da fuori, con lo stesso sguardo che si porta dietro dalla montagna e dalla guerra. In quella generazione di donne che hanno attraversato la Resistenza Tina Merlin non è un caso isolato ma una delle tante che hanno dovuto conquistarsi anche il diritto di parola oltre a quello di cittadinanza. E questo è uno dei punti meno raccontati del 25 aprile, perché la libertà non riguarda solo la fine del fascismo ma anche l’inizio di un Paese in cui le donne hanno dovuto continuare a lottare per essere ascoltate, per entrare nei giornali, nelle istituzioni, nello spazio pubblico senza essere relegate ai margini. La sua voce nasce anche da lì, da una doppia battaglia che non si esaurisce con la Liberazione. Il suo nome diventa noto anche per il Vajont, ma più che la tragedia in sé conta il modo in cui ci arriva dentro, da giornalista che prova a dire prima quello che altri non vogliono sentire. Scrive dei rischi, delle fragilità, delle conseguenze possibili, e per questo viene attaccata e processata per allarme ingiustificato. Verrà assolta, ma resta il segno di cosa significhi fare informazione quando la verità non coincide con la versione rassicurante dei fatti. È una storia che parla ancora oggi del ruolo del giornalismo e del diritto di dire anche ciò che disturba. Dentro questo percorso il 25 aprile resta il punto di origine, non come celebrazione ma come eredità concreta. Libertà di parola, libertà di stampa, diritti civili, sono conquiste che nascono anche da chi ha scelto la Resistenza e poi ha continuato a difenderla in tempo di pace. E questo riguarda tutti, senza eccezioni, anche chi oggi si richiama a simboli che vengono da storie molto diverse, perché la libertà o è condivisa oppure non è.
Tina Merlin resta dentro questa linea senza bisogno di proclamazioni. Partigiana, giornalista, donna che ha attraversato il Novecento dalla parte scomoda, quella in cui raccontare la realtà non è mai stato un gesto neutro ma una scelta precisa.
