Giornalismo sotto attacco in Italia

La moralità che ridà ossigeno all’umano

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Dopo le minacce e gli attacchi smodati del presidente Usa verso altri capi di Governo nazionali, Meloni compresa, è stata la volta di papa Leone. Che sia attaccato pure lui in modo duro e irriverente non fa più di tanto problema perché non sarà questo a disinnescare la forza della sua parola “disarmata” e “disarmante”. Sono piuttosto altri gli “attacchi” che feriscono e scandalizzano: quelli che, supportati da complici silenzi e da una sempre più diffusa cultura dell’indifferenza, giustificano la violenza, le guerre, i genocidi e la corsa al riarmo mettendo in ginocchio interi popoli a partire dai più fragili; quelli che seminano morte tra persone inermi, soprattutto donne, bambini e anziani; quelli che si scatenano – anche con strumenti legislativi iniqui – sui poveri, i migranti, i carcerati, gli scartati e i senza voce del nostro tempo…

Mi piace però tornare a quell’attacco al Papa, sul quale mi sento di condividere due pensieri, tra loro certamente collegati e motivo del grave disagio che provo di fronte alle imbarazzanti vicende di questi tempi, segnate da veri e propri deliri di onnipotenza.

Il primo è la malata reazione da bullo di Donald Trump ai contenuti espressi da papa Leone sulla necessità della fine della guerra, sul fatto che troppe persone muoiono e, tra queste, troppi innocenti, e che qualcuno deve alzarsi e dire che c’è un’altra strada da praticare, quella della pace possibile da raggiungere attraverso il dialogo e il multilateralismo.

Mi trovo concorde con il gesuita p. Spadaro: quando il potere politico – qualunque esso sia, da quello dittatoriale e populista, illiberale e nazionalista a quello che si autocelebra come democratico – si accanisce contro una voce morale, tentando di silenziarla e delegittimarla, fondamentalmente è perché «non riesce a contenerla». Il tentativo di Trump era di far rientrare il pontefice in un linguaggio che lui riuscisse a dominare? È il Papa a spiazzarlo non facendo della Chiesa – come accaduto, ahimé!, in altri tempi – un contro-potere: Cristo aveva già chiarito che il suo regno «non è di questo mondo» (Gv 18,36). Ne usa un altro di linguaggio, quello che fa riferimento al Vangelo, un Vangelo che al medesimo tempo è liberante e inquieta, perché – come ha affermato il card. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli – «mette al centro chi il potere sposta ai margini: il fragile, il ferito, il bambino sotto le macerie, il migrante che nessuno vuole… Leone non si rivolge al presidente americano. Non è il suo interlocutore. Il suo interlocutore è il povero che muore. Il migrante respinto, il bambino che non ha più casa». Il focus è proprio altro. Un altro.

Il secondo pensiero viene dall’incalzare del vicepresidente americano J.D. Vance, che ritiene «certamente preferibile che il Vaticano si attenga alle questioni morali e che lasci che il presidente degli Stati Uniti si occupi di definire le politiche pubbliche americane».

Dunque, non solo l’attacco condito da vili affermazioni di un uomo di potere, che rivela il suo essere un re nudo e impotente; ma pure un vissuto sociale condiviso (anche nelle alte sfere della politica, sigh!) e segnato da una prepotente e sempre più evidente discrasia tra morale e vita pubblica. Una vera e propria contrapposizione dove gli imperativi morali non riescono a tradursi in azioni politiche e dove ciò che è considerato moralmente giusto non coincide con ciò che è efficace o funzionale nell’amministrare il potere. Come se a limitare le scelte – lo ha affermato lo stesso Trump qualche mese fa – possa essere «solamente la mia morale personale» (formata su quale base, in relazione a chi e a che cosa?). Come se obbedire alla propria coscienza sia un fatto meramente privatistico e non obblighi a mettersi in gioco nelle relazioni sociali, vera cartina al tornasole della vita.

Ma pensando alla questione morale non ci si mostri infastiditi. Essa nulla ha a che vedere con il moralismo legalista, ipocrita e formale, intransigente e giudicante. Qui si tratta di respiri di vita, di orizzonti di libertà, di soffi di pace, di aneliti di giustizia, di profumi di futuro: per ridare ossigeno all’umano è necessario ripartire da una morale (anche) laica, che non fa dell’io il proprio idolo, che riconosce l’alterità e nel rapporto con essa il proprio limite, che si lascia formare al bene comune ed educare da quella che è la “regola d’oro” – «fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te» – presente in quasi tutte le religioni e tradizioni filosofiche. Pure Gesù di Nazareth ebbe a cuore quella regola fino al dono totale di sé, chiamando i suoi a divenire necessariamente un continuo appello al dono di sé stessi.

Per questo – contrariamente al pensiero di Vance – la morale necessita giocoforza di fondarsi su partecipazione attiva, responsabilità e solidarietà, e di coniugarsi con le parole “civile” e – nel senso più etimologico della parola – “politica”, tanto che Paolo VI (ma non fu lui il primo a parlarne in questi termini) attribuì proprio a quest’ultimo sostantivo la definizione di «forma più alta di carità»: occuparsi della polis, della città, porta a sbilanciarsi e a prendersi cura del bene comune, che non può trovare realizzazione se non a partire da chi più fa fatica e non ce la fa a stare al passo, superando egoistici interessi di parte.

Gli ultimi al centro del vivere sociale, dunque, laddove il bene comune è salvaguardia dei diritti di tutti (non esclusivamente dei miei): è così che la vita pubblica non rischia di spogliarsi di valore etico e – per usare un’espressione cara a don Luigi Ciotti – «salda un po’ di terra con il cielo».


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