Ci sono parole che pesano più di altre e poi ci sono quelle che arrivano tardi, ma quando arrivano fanno rumore. La Procura di Roma ha deciso di chiamarla con il suo nome: tortura. Dentro l’indagine sul fermo della Global Sumud Flotilla dello scorso ottobre. È la prima volta che accade. La prima volta che l’Italia pronuncia questa parola nei confronti di Israele. Più di 300 persone l’hanno vissuta. C’ero anche io, la detenuta 250. E certe cose non hanno bisogno di prove per restare addosso. La sete che spacca la testa. Il sonno negato finché smetti di distinguere il giorno dalla notte. Il metallo dei mitra contro il corpo, gli sputi, le parolacce, le fascette. Le cure chieste e lasciate cadere nel vuoto. Ci hanno privato dei diritti minimi. Quelli umani. Per questo dare un nome a quello che è successo conta. Perché finché non lo chiami, sembra che non sia mai esistito davvero. Adesso resta la parte più difficile: dimostrarlo. Lasciare che la giustizia faccia il suo corso senza arretrare di fronte alla politica, alle pressioni, al silenzio. E soprattutto fare in modo che non succeda di nuovo perché mentre scrivo, c’è già qualcuno in mare: direzione Gaza.
E il mare, quando si chiude, non fa rumore, inghiotte tutto.
