“Diamo il via a una rete tra le comunità che hanno “adottato” l’articolo 21 della Costituzione”

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Nei giorni scorsi a Pianaccio (Lizzano in Belvedere), al Centro Documentale Enzo Biagi, si è svolto il secondo incontro dedicato al maestro di giornalismo: “Enzo Biagi il primo giornalista multimediale del Novecento”. Dopo i saluti dell’assessore alla Cultura del comune Paolo Maini, del presidente dell’Ordine dei Giornalisti E-R Silvestro Ramunno, del segretario dell’ASER Vittorio Pastanella, sono intervenuti Massimo Gramellini, Beppe Giulietti, Pino Corrias, Angelo Varni, Loris Mazzetti, Stefania Battistini l’inviata di guerra del Tg1 con un importante contributo direttamente dall’Ucraina, moderati da Giorgio Tonelli con la regia di Francesco Cavalli (il video dell’incontro è presente sul sito). Il sottotesto della manifestazione, organizzata dal Comune di Lizzano in Belvedere e da Articolo 21, è stato “la deontologia professionale” partendo dall’esempio di Enzo Biagi che il presidente Ciampi definì “giornalista dalla schiena dritta”. Alla domanda: “Quale è il primo dovere del giornalista?”, Biagi rispondeva: “Fare quello che ci ha insegnato nostra madre: Non dire bugie”. Dal dibattito è nata una proposta suggerita dal presidente della FNSI Giulietti, storico portavoce dell’associazione, di creare una rete tra le comunità che hanno “adottato” l’articolo 21 della Costituzione: partendo da Pianaccio che ha dato i natali a Biagi (socio fondatore di Articolo21), il comune di Conselice che era presente all’incontro con la sindaca Paola Pula e l’assessora alla Cultura Raffaella Gasparri che immediatamente hanno aderito, i comuni di Marzabotto, Latina, Ronchi dei Legionari e Castiglioncello dove si terrà la prima festa dell’Associazione. Angelo Varni professore emerito dell’Università degli Studi di Bologna, già direttore della Scuola superiore di Giornalismo (UNIBO), che nel 1997, occasione della Laurea Honoris Causa a Enzo Biagi da parte dell’Alma Mater bolognese, pronunciò la laudatio, è intervenuto su un aspetto dell’attività professionale del grande giornalista poco approfondita, quella di critico cinematografico per il Giornale dell’Emilia. Era il primo dopoguerra. Da parte di Biagi ancora un’importante lezione di giornalismo, come conclude l’autore: “Nessuna massima altisonante, nessuna solenne dichiarazione di principio; nessun catalogo di norme del “buon giornalista”; bensì il rispetto dei valori di un’etica da rintracciare ogni momento dentro la propria coscienza”.

Angelo Varni: << Quando il 12 giugno del 1997 ebbi l’onore di pronunciare la laudatio per il conferimento della laurea honoris causa a Enzo Biagi da parte dell’Alma Mater Università di Bologna, intesi esprimere, innanzi tutto, la più sincera e profonda ammirazione per il suo impegno professionale e civile; ma, ad un tempo, cercai di cogliere il senso della lezione che il grande giornalista poteva offrire ai giovani desiderosi di cimentarsi nel giornalismo e per questo citai in avvio una frase tratta da uno degli oltre 80 volumi della sua imponente bibliografia: “Quando io ho cominciato non c’erano scuole di giornalismo, ma i redattori anziani ti insegnavano, si lavorava anche l’ultimo giorno dell’anno, gli orari erano più lunghi, la settimana si componeva di sette giorni, c’era l’orgoglio di testata”.

Pochi tratti a dipingere una condizione professionale d’altra epoca che non voleva avere il sapore agrodolce della nostalgia, né, tanto meno, quello del rimpianto; bensì intendeva proporre per via indiretta una sorta di statuto di comportamento per quanti volessero accedere alla professione – anzi al mestiere, mi correggerebbe lo stesso Biagi – del giornalista.

Non credere mai, cioè, che raccontare per i lettori e gli ascoltatori gli eventi del mondo sia arte o avventura, missione o illuminazione, estro o scienza; forse sia anche un po’ di tutto questo, ma prima di tutto filtrato dal faticoso apprendimento degli strumenti e delle tecniche di un artigianato costruito con l’organizzazione collettiva e la disciplina individuale, con l’umile ricerca di un qualche equilibrio tra gli strumenti a disposizione, via via perfezionati per l’incalzare degli sviluppi tecnologici e gli obbiettivi da raggiungere, che sono da sempre il gusto di narrare una storia di uomini e di cose, di descrivere un fatto della vita con il suo carico di sentimenti e di interessi, con il suo intreccio di realtà e di illusioni.

I fatti, dunque, (e proprio Il Fatto titolava la sua ben nota trasmissione televisiva di oltre 800 puntate, soppressa dopo l’”editto bulgaro”), il loro svolgersi concreto, cercato e colto con l’onestà interpretativa di chi non ha messaggi da lanciare, ideologie da imporre, finalità pregiudiziali da tutelare; ma solo intende aiutare se stesso e gli altri a percorrere le strade che li circondano con alcune informazioni in più sulle direzioni, gli ostacoli, le svolte del comune cammino. Con quel suo stile quasi unico nella tradizione del giornalismo italiano, dove il ritmo serrato del periodare si sposa alla concretezza del linguaggio spoglio di inutili aggettivazioni. E che è la trasposizione formale della sua modalità di intendere la professione, che non vuole sovrapporsi ai suoi interlocutori, bensì vede il centro del suo interesse nell’incontro con persone e vicende.

Ecco – secondo Biagi – lo spazio operativo del giornalista: nulla di più e nulla di meno che la prospettiva di un corretto narratore di storie così come appaiono accadere e dipanarsi, in modo da offrire un’occasione di dibattito e di confronto ai diversi settori della società civile, che possano trovare nello strumento informativo il luogo della loro reciproca informazione.

Quasi una versione modernizzata e più sorvegliata dei racconti snodantesi lungo le veglie nelle stalle o durante i conversari dei trebbi di un antico mondo contadino (con immediato il richiamo al suo indimenticato ed indimenticabile Pianaccio!) radicato in questa terra padana, dove nessun frutto è mai stato concesso senza la fatica sapiente del lavoro umano profuso con indistruttibile tenacia. Quelle radici rivendicate con costanza da Biagi, che a Bologna si formò e mosse i primi passi da giornalista, entrando, prima, diciassettenne all’”Avvenire d’Italia” e l’anno dopo al “Resto del Carlino”, come vice del critico cinematografico, Eugenio Palmieri, e su questo aspetto non troppo noto desidero soffermarmi.

Biagi apparteneva a quella generazione, nata ed educata col fascismo, che fu chiamata a traghettarsi dall’adesione, critica o no, al regime all’esperienza di una libera dialettica democratica che, del resto, molti di loro avevano contribuito – e Biagi fra questi proprio qua fra le balze delle sue montagne – a costruire negli anni decisivi della Resistenza. E tra gli ingredienti assunti da questi giovani come elementi ineliminabili per simile mutamento, alla ricerca di un “nuovo” proveniente da qualsiasi direzione, appariva il cinema. Una nuova, appunto, proposta di elaborazione e descrizione per immagini della realtà estranea alla retorica dominante; dove le pagine del romanzo letterario si facevano azione; dove le figure delle tele e delle sculture si animavano immergendosi nel fluire della vita e della natura reali; dove l’invenzione artistica doveva, per offrirsi al pubblico, misurarsi con la strumentazione e l’abilità tecniche; dove le categorie idealistiche si perdevano nell’intreccio delle tante competenze richieste, delle tante attitudini conoscitive, dell’inevitabile rapportarsi dell’idea astratta con il suo concreto tradursi nella materialità della pellicola.

A questi giovani ( tra i tanti, Sechi, Pasolini, Zardi, Rendina, Arcangeli, Granzotto) raccolti paradossalmente, visti gli esiti successivi, nei Cineguf voluti dal regime per prepararli ad una pratica cinematografica ritenuta strumento innovativo utile a diffondere i valori del regime, spettò di assimilare una simile temperie culturale, sotto la guida, nel Cineguf bolognese, di un amico carissimo di Biagi, Renzo Renzi e di Ferruccio Terzi, che poi sarebbe stato torturato e ucciso dalle Brigate nere nell’ottobre 1944.

Scrivendo nel 2005 agli amici di Renzi, per scusarsi dell’assenza al funerale, Biagi ne parla commosso come “un amico della vita, il protagonista e il testimone di tante storie comuni, il più fedele all’ombra delle due torri e dei portici […] Siamo tra i pochi superstiti dei Cineguf che erano in qualche modo un’apertura sul mondo: dobbiamo anche a loro il senso della libertà”.

Ma questo ingresso di Biagi nel giornalismo attraverso la passione per questa nuova arte cinematografica, che sembrava aprire inediti spazi di concreta comprensione del mondo, proseguì di là dalla parentesi bellica e lo troviamo a raccontare le vicende della Mostra di Venezia del 1947 dalle pagine del “Giornale dell’Emilia” ( la testata assunta dal Carlino post fascista), quando, tra l’altro, definì il Dies irae di Dreyer “un autentico capolavoro” e prese in esame pregi e difetti di Caccia tragica di De Santis, dove i primi con il suo realismo cronachistico superavano i secondi, dovuti alla sua evidenziata militanza comunista che lo portavano a non necessari discorsi apertamente politici.

Durissima era, poi, la replica alla lettera indirizzata al direttore del quotidiano da un distributore cinematografico bolognese che lamentava i pesanti giudizi espressi sul film il Filo del rasoio. Ribadendo la scarsa validità della pellicola (“un polpettone che spesso offende la capacità di discernere del prossimo”), Biagi rivendicava il suo ruolo di critico libero: “Sono dieci anni che mi occupo di cinema: sarei disposto a cambiar mestiere oggi stesso se non potessi più dire, come ho sempre fatto […] quello che penso”. Proseguiva, poi, attaccando una filmografia americana “in piena decadenza” e “l’ha detto anche un altro cretino Charlie Chaplin […] Holliwood non si preoccupa più di fare dei film, cosa che è generalmente considerata come un’arte, ma soltanto di produrre chilometri di pellicola”. E dello stesso parere – assicurava – era anche quell’altro “ ragazzino” di Orson Welles.

Nel gennaio ‘48 registrava, poi, con soddisfazione la presenza di due film italiani nella classifica di “Time”, relativa alle migliori pellicole dell’anno (Vivere in pace di Zampa e Sciuscià di De Sica), nella certezza che il “nostro cinema sopravvissuto ad una guerra perduta e costretto a dibattersi tra crisi e difficoltà di ogni genere è ormai su di un piano internazionale”, purché si mandasse in giro l’immagine sincera dell’Italia del suo tempo, aggiungeva.

Spettava ancora a Biagi valutare, il 31 agosto 1948, non senza ironia, il faticoso tour de force di chilometri di pellicole assorbite dai giornalisti nella Venezia del festival, eppure “sentiremo – commentava – un po’ di malinconia nel lasciare questo strano mondo filmaiolo dove ti muovi tra note facce


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