KIEV l’ultimo libro di Nello Scavo. Il racconto ‘sul campo’ della guerra in Ucraina

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«Non esistono parole giuste per raccontare una guerra. Ma di certo esiste il modo migliore: in presa diretta.» È uscito lo scorso 8 aprile l’ultimo libro di Nello Scavo dal titolo KIEV, Garzanti editore.

Nello Scavo, tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra italiani, raggiunge la capitale ucraina a metà febbraio 2022, quando la minaccia di un attacco russo si fa sempre più insistente, ma ancora in pochi credono possibile un’invasione militare da parte di Vladimir Putin.

Da quel momento, registra senza censure il rapido tracollo di una situazione che si fa sempre più pericolosa: la dichiarazione dello stato di emergenza, il trasferimento delle ambasciate, e poi le esplosioni, le colonne di carrarmati, il disperato esodo dalle città.

Giorno dopo giorno descrive i movimenti delle truppe russe e la resistenza degli ucraini; approfondisce le conseguenze politiche ed economiche dei combattimenti; svela le ragioni ideologiche alla base delle decisioni dei leader. Allo stesso tempo non dimentica la dimensione umana del dramma in corso, raccogliendo le testimonianze dirette di chi da un momento all’altro ha dovuto abbandonare la casa, ha perso la famiglia, ha scelto di imbracciare un fucile. Kiev è il diario personale di un conflitto nel cuore dell’Europa, scritto sul campo da un giornalista chiaro nello spiegare le ragioni di quanti la guerra la decidono, ma soprattutto capace di dare voce a coloro che questa tragedia sono costretti a subirla.

Kiev è il diario personale di un conflitto nel cuore dell’Europa, scritto sul campo. 

Riportiamo di seguito un’estratto del testo che Scavo, inviato speciale per Avvenire ha pubblicato sul quotidiano dall’Ucraina in concomitanza con l’uscita del testo:

«Benvenuto a Kiev, mi dico sbarcando dall’ultimo volo prima della chiusura dei collegamenti aerei. La guerra è lontana. Qui nella capitale non scoppierà mai. Lo dicono tutti. Si sbagliano. Tre giorni dopo saremo travolti dalle bombe, circondati, assediati, costretti a cercare un riparo, a razionare i pasti, a sfuggire al tiro dei cecchini e alla traiettoria dei missili. Vista da dentro, la guerra è un tormento. Perché non hai una visione d’insieme, ma solo pezzi di un puzzle. Il giornalismo non è storiografia. È il racconto dell’istante, con la promessa di mettere insieme i fatti alla tua portata e trovare le connessioni. Ogni storia, piccola o grande che sia, ha un suo contesto. Questo le rende universali, anche se non esaustive. E questo libro non è nient’altro che un lungo reportage attraverso i giorni che hanno cambiato per sempre la storia del nostro tempo. (…)

È questo il momento esatto in cui mi decido a non lasciare Kiev. Un diplomatico europeo, nel corso di una lunga chiacchierata nella bella villa che fa da ambasciata e da residenza, mi dice che qualcosa sta cambiando. «Fino a una settimana fa escludevo che la guerra potesse arrivare a Kiev. Non ci sono ragioni geopolitiche né economiche che possano giustificare l’assedio della capitale. Ed è quello che ho scritto in tutti i report ai miei superiori. Fino a ieri». Le parole dell’ambasciatore sono più di un campanello d’allarme. È chiaro che non vuole dire tutto di sua iniziativa. Il suo ruolo gli impedisce di rivelare segreti e soprattutto la sua alta considerazione dell’incarico che riveste non gli permette di farlo spontaneamente.

Ma si capisce che ha voglia di dire qualcosa, mentre con calcolata eleganza fissa la tazza di caffè americano e inzuppa biscottini di farina e zenzero preparati dalle cuoche ucraine. «Perché fino a ieri?» chiedo. «Perché ho visto Putin parlare alla televisione. Lo conosco. L’ho incontrato molte volte. E quello sguardo dice qualcosa. Ha i modi di una persona paranoica. Rinchiusa in una bolla blindata nei due anni di pandemia. Sapevo che non vuole incontrare quasi nessuno.

Che è ipocondriaco e quando un funzionario del Cremlino deve parlargli di persona lui lo obbliga a due settimane di autoisolamento. Poi lo riceve tenendolo a metri di distanza. Putin ha paura di star male, teme di morire. Forse per il Covid, forse per qualcosa d’altro. E adesso vuole accelerare».

Una risposta come questa merita altre domande. Ma il diplomatico non vuole andare oltre. Prima di congedarmi mi confida una delle menzogne che il piccolo zar ha raccontato ad alcuni premier europei. «Mesi fa, dovendo giustificare la pressione militare sul Donbass, disse alla cancelliera tedesca Angela Merkel che il sostegno dei russi alla causa separatista era motivato anche dall’odio ucraino verso i simboli religiosi russi. Putin», mi racconta l’ambasciatore, «disse che le milizie di ultradestra fedeli a Kiev avevano bruciato nel Donbass e nel Donetsk alcune chiese ortodosse».

Un buon pretesto per non voltarsi dall’altra parte. Se solo fosse stato vero. «Era una bugia», conferma il diplomatico, «scoprimmo che nessuna chiesa era stata danneggiata.

Angela Merkel ci rimase molto male». Soprattutto perché questo dettaglio rivelava che Vladimir Putin aveva affermato il falso pur sapendo che l’intelligence sul campo e le immagini satellitari lo avrebbero smentito. Un bugiardo che non teme di essere smascherato è per definizione una persona psicologicamente instabile e pericolosa. Perciò Kiev non può essere considerata al sicuro.

Più Putin ripete che non intende invadere la capitale, e più mi convinco che è esattamente ciò che proverà a fare. (…)»

 


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