La scommessa del Perù: più democrazia o caos

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Sarà interesse di tutti gli amanti della democrazia e non solo dei latinoamericani seguire da vicino le vicende del nuovo governo peruviano, nella cui complessa, controversa e accidentata formazione il capo dello stato, Pedro Castillo, ha posto in gioco la sua stessa credibilità. Un esordio, il suo, ad alto rischio. E il cui esito è appeso alle soluzioni che riuscirà a trovare per il superamento della crisi sociale e politico-istituzionale che da anni attanaglia e ha scarnificato il maggiore dei paesi andini, il più ricco di storia. E’ un’operazione a cuore aperto e circolazione extracorporea. Poiché si tratta di sostanziare urgentemente il sistema generale dei diritti, con un ampliamento straordinario della partecipazione popolare, senza però disporre di un’adeguata maggioranza né nel paese, né al Congresso. In Occidente, è forse il caso più pericolante di una sindrome da cui ben poche democrazie appaiono del tutto indenni.

Il COVID vi continua a fare strage. Proporzionalmente alla popolazione, il Perù ha avuto più morti d’ogni altro paese al mondo, in quanto quasi totalmente privo di presidi sanitari su un territorio molto vasto e altrettanto impervio (dai picchi andini alla selva tropicale). La corruzione ha divorato le strutture di potere a cominciare dai vertici: negli ultimi 20 anni, 5 presidenti della Repubblica sono stati incriminati uno dopo l’altro e 4 condannati per corruzione e reati vari (il più prestigioso, Alan Garcia, ha preferito il suicidio all’onta dell’arresto). Il deficit di credibilità dei partiti tradizionali e dei loro massimi leader li ha travolti in una frantumazione che a sua volta ha generato una galassia di mini-formazioni, spesso guidate da personaggi semi-sconosciuti. Di conseguenza si sono inceppati i meccanismi di formazione di maggioranze omogenee e coerenti sia nelle urne elettorali sia al Congresso. Con un aumento dell’instabilità non solo politica.

Su 13 milioni di votanti, Pedro Castillo è stato eletto con soli 40 mila voti di vantaggio sulla rivale contro la quale ha disputato il ballottaggio, Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto (1990-2000), da anni rinchiuso in penitenziario a scontare la pena per delitti che vanno dal genocidio al traffico d’armi e alla malversazione. Lei stessa sotto processo per corruzione e riciclaggio: la pubblica accusa chiede fino a 8 anni di carcere. Decisa al tutto per tutto pur di evitare la condanna, sostenuta da una destra galvanizzata dalle élites urbane guidate dai Vargas Llosa, padre e figlio, Keiko ha tentato di far saltare le elezioni denunciando brogli risultati inesistenti. Il Tribunale Elettorale, gli osservatori internazionali inviati dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e dall’Unione Europea (EU) hanno convalidato il risultato e la striminzita vittoria di Castillo. Dalla Casa Bianca, Joe Biden ha mantenuto un’assoluta neutralità.

Nel mese circa intercorso tra lo scrutinio che ha registrato la vittoria di Castillo e la sua definitiva proclamazione, il Perù ha visualizzato nella forma più plastica la profonda frattura della società civile: le benestanti città della costa e i miseri villaggi dell’interno estranei e ostili le une agli altri. Nella stessa Lima dei quartieri alti, gli avvocati più prestigiosi e potenti contorcevano e strizzavano i codici per estrarvi centinaia di ricorsi avversi all’elezione di Castillo, che dai rispettivi studi batterie di computer rovesciavano senza sosta sugli uffici giudiziari. Contemporaneamente, sotto le loro finestre, agli angoli delle strade, attorno a ogni fontana si accampavano pacificamente migliaia di elettori di Castillo, giunti con mezzi di fortuna da sperduti villaggi dell’interno distanti migliaia di chilometri dalla capitale e risoluti a sostenerlo.

Erano tutti presenti e altri ancora li avevano raggiunti quando infine Pedro Castillo, con in testa il cappellone bianco dei contadini della montagna che non si toglie mai (“Mi ricorda di dove vengo”, ha detto a un giornalista che glielo faceva notare) ha pronunciato il discorso di investitura. Presenti il re di Spagna e altri quattro capi di stato, cardinali, ambasciatori, alte cariche militari, ha promesso che nel pieno rispetto delle procedure di legge trasformerà la Costituzione affinchè nello stato possano trovare posto anche gli indios, neri e mulatti, gli abitanti originari, tutti i dimenticati di cinque secoli di colonizzazione bianca. Un programma sociale che interverrà nell’economia non meno che nei diritti sociali. E sebbene proiettato in un futuro ancora indefinito, lascia intravvedere l’inasprirsi dei contrasti già resi evidenti dalle accesissime dispute prima, durante e dopo il voto.

In via di principio, il nodo da sciogliere per Castillo è quello stesso che quasi ovunque divide le sinistre tra riformatori più o meno moderati e rivoluzionari più o meno credibili. Il nuovo presidente peruviano manovra arditamente tra gli uni e gli altri, costringendo tutti e lui per primo a mediazioni funamboliche. E’ un outsider con un professorato magistrale che si è formato insegnando per un decennio nelle scuole rurali di villaggi sulle Ande, poi come sindacalista della sua categoria. Quando ha compreso che il discredito della politica tradizionale gli offriva la possibilità di candidarsi alla presidenza della Repubblica, ha scelto di presentarsi con Perù Libre, un partito di estrema sinistra nazionalista molto controverso a causa del settarismo di molti punti del suo programma. E perché si era impegnato a farlo oppure per leggerezza, ne ha posto uno dei massimi dirigenti, Guido Bellido, alla guida del suo primo governo.

Non ne aveva previsto le immediate conseguenze. Due dei ministri designati (i più noti insieme al sociologo, artista plastico ed ex guerrigliero guevariano Hector Bejar, che a 87 anni ha assunto l’incarico degli Affari Esteri), il keynesiano Pedro Franke all’Economia, e il giurista Anibal Torres alla Giustizia, non si sono presentati al giuramento. La cerimonia dell’investitura del governo è rimasta a metà. Per concluderla, completando il governo, c’è voluta un’altra giornata di trattative. Necessarie per indurre il premier Bellido a sottoscrivere pubblicamente le garanzie pretese da Franke, Torres e dall’ala riformista moderata del governo, su nazionalizzazioni e procedure di revisione costituzionale. Tra le due anime del governo Castillo resta un’area grigia che lascia spazio a nuovi contrasti (dai rapporti con Cuba e Venezuela a quelli con gli Stati Uniti). “E’ il mio governo e io ne sono il garante”, ha voluto rassicurare Castillo, che nell’immediato può vantare la formazione di una prestigiosa compagine.


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