Scompare il controverso presidente argentino Carlos Menem

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E’ stata con ogni probabilità la personificazione che più ha proiettato l’Argentina nell’immaginario europeo negli anni Novanta del secolo scorso. Non la migliore, malgrado l’effetto folcloristico della folta chioma da caudillo ottocentesco e l’esuberante protagonismo ad alta velocità tra Ferrari e motoscafi. Carlos Saul Menem, l’ora novantenne ex capo di stato dal 1989 al 1999, è deceduto ieri nella clinica di Buenos Aires in cui era stato ricoverato recentemente per patologie varie. Sebbene tuttavia titolare di un seggio in Senato, la cui immunità gli ha risparmiato ulteriori fastidi giudiziari, negli ultimi anni il peso politico che esercitava è andato scemando con il salire dell’età. Senza cessare tuttavia di rappresentare il naufragio socio-economico più drammatici del grande paese sudamericano, sfociato infine nella bancarotta del 2001.

Lo intervistai il giorno stesso del suo primo ingresso alla Casa Rosada. Nel corso della cerimonia d’investitura l’avevo a pochi passi. Me lo aveva fatto incontrato in precedenza José Luis Manzano, oggi uno dei grandi attori della finanza argentina, allora giovane e brillante deputato del peronismo renovador che battagliava per la democratizzazione del movimento. Al rientro dal balcone da cui aveva salutato la folla riunita nella plaza de Mayo, ancora in pugno il bastone presidenziale ricevuto dal predecessore Raul Alfonsin, il neo-presidente accettò quindi di buon grado di raccontarmi sommariamente il suo progetto di privatizzazione dello stato (già concordato nelle settimane precedenti con i maggiori gruppi economici del paese): “Farò quel che ho detto!”

Mantenne la parola anche oltre le previsioni. Smantellò quasi furiosamente le molte e spesso improduttive proprietà pubbliche. Vendendo o cedendo in gestioni decennali, all’incanto o in aste sospettosamente frettolose, imprese di produzione, servizi e beni: strade, autostrade, gas, petrolio, porti, aeroporti, poste, telefoni, frequenze radio-televisive, immobili e terreni demaniali. Quasi non si poteva più transitare per una strada senza pagare un pedaggio al gestore privato. Spinto dall’urgenza di frenare inflazione e svalutazione che avevano travolto il governo precedente; ma ancor più dall’idea strategica (divenuta ossessiva) di abbandonare lo storico inseguimento all’industrializzazione dell’Argentina avviato da Peron, per fare invece della sua agricoltura l’ariete dell’export e della capitale, Buenos Aires, la maggiore city della finanza sudamericana.

La totale apertura dell’economia agli investimenti interni ed esteri attratti anche da un generoso regime fiscale, distrusse decine di migliaia di piccole e medie imprese insieme a centinaia di migliaia di posti di lavoro. Richiesta dalla logica della liberalizzazione dei mercati, l’introduzione della parità tra l’allora moneta nazionale -l’Austral- e il dollaro statunitense accelerò il carattere speculativo di troppi investimenti e l’indebitamento pubblico. A dissimulare gli effetti tossici di questo meccanismo fino al gran crack del 2001, furono le amplissime e disinvolte elargizioni di Menem: perequazioni salariali, indennizzi e indulto alle vittime della dittatura militare, ma anche ai generali condannati e ai guerriglieri che si erano combattuti. Anche a voler tralasciare le questioni di principio, pax costata milioni di dollari.

Seguitemi, non vi defrauderò”, era intanto la parola d’ordine di Menem. La cui vita personale, sovraccarica di glamour, lambiva il disordine dei conti pubblici. Coincidendo con tragedie, sospetti e accuse che non cessano di inseguirlo anche oltre le aule dei tribunali e la sua stessa esistenza in vita. Nel luglio 1994, un’auto-bomba distrugge l’edificio della mutua ebraica AMIA nel centro di Buenos Aires: lascia 85 morti sotto cumuli di macerie. E’ un attentato antisemita. Poco più di un anno dopo, nel novembre, la cittadina di Rio Tercero, nella provincia di Cordoba, è scossa da una serie di esplosioni: 5 morti. Sarebbero servite a cancellare le tracce di un traffico d’armi che coinvolge governo e Forze Armate. Menen viene accusato di complicità in entrambi gli episodi. Assolto nei tribunali, ancora oggi le famiglie delle vittime si dissociano nondimeno dalle esequie all’ex presidente.

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