L’avanspettacolo minore della politica

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Peggio di una inguardabile crisi di governo in piena pandemia c’è solo il racconto mediatico della medesima. Soffermiamoci sulla televisione. Se nella primavera del 2019 i commentatori si spingevano a decretare l’eutanasia dei talk, un anno dopo e via via fino ad ora, gli ascolti sono aumentati di un paio di milioni di utenze.

Ecco, a fronte di simile incremento delle audience dovuto al lockdown, c’è da registrare amaramente l’epifania di un fenomeno già evidente nel tempo passato, ma ora giunto a soglie persino surreali. Vale a dire l‘essersi formata una granitica compagnia di giro, di quindici-venti persone, che si esibisce nella strisciata continua dalle sei del mattino all’una di notte. Una sorta di Televisione Unica, che ha messo in soffitta per timidezza analitica i rinomati scritti sulla politica come spettacolo o sullo spettacolo della politica. Siamo nel bel mezzo del gradino successivo, quello dell’avanspettacolo minore della e sulla sfera pubblica. Intendiamoci. L’avanspettacolo ha una storia importante e ha forgiato numerosi professionisti di valore, costituendo una peculiare espressione artistica ingenerosamente relegata alla marginalità. No. Nel caso dei talk odierni si assiste ad una riduzione dei personaggi a figuranti o ad interpreti di canovacci prevedibili, in cui ogni volto e ogni voce riconducono ad un punto di vista che forse un algoritmo svilupperebbe meglio.

Al di là delle competenze o della bravura dei singoli, infatti, il contesto è già il testo. E la sensazione per chi sta fuori dalla scena è di assistere ad un gioco predeterminato. E se le parti in commedia tracimano da un canale all’altro in un flusso ininterrotto, poco contano le effettive opinioni espresse. L’ipotetico pluralismo svanisce, perché il format assorbe qualsiasi opposizione, facendone una pura sequenza da contrapporre a corni di una dialettica senza vero conflitto. E senza verità.

Ci sono interrogazioni presso la commissione parlamentare di vigilanza, che evocano la trasparenza degli eventuali compensi degli ospiti e la chiarezza sul ruolo ingombrante degli agenti facilitatori delle presenze nelle reti e nei programmi di un mondo variegato, che spazia da artisti affermati, a coloro che cercano la visibilità, ad esponenti politici o dei media. Con la frequentissima appendice della esposizione alle telecamere della copertina di un libro.

Sgarbi, Sileri, Salvini e Renzi stanno in testa nell’offerta della Rai, di Mediaset e de La7. Sono alcuni nomi, peraltro precisamente rilevati dai monitaraggi. Cui si aggiungono Mieli, Cacciari, Travaglio, Sallusti, Scanzi, Severgnini, per fare qualche nome. Donne poche e non è una novità, purtroppo.

Per non parlare dell’ondata imbarazzante di virologi ed epidemiologi, qualcuno dotato persino di propri uffici stampa, dicono le malelingue. E qui il problema si fa persino più serio, perché da tali fonti immaginate così autorevoli ci si attenderebbe un rigore in certi casi un po’ lontano dall’ansia massvirologica che sembra avere il sopravvento. Se quotidianamente illustri scienziate e scienziati forniscono versioni contraddittorie e spesso configgenti sulla situazione pandemica il divorzio tra specialisti e opinione pubblica si aggrava e il qualunquismo aumenta.

Insomma, è una materia da riprendere in mano, con una scossa. Finora l’attenzione è stata assai modesta da parte delle istituzioni preposte. Ovviamente, non sono in causa né la libertà sacrosanta di espressione e neppure la legittima facoltà di conduttrici e conduttori di scegliere gli interlocutori.

Una regolazione improntata alla chiarezza e all’assenza di qualsiasi sovrapposizione di ruoli o di conflitti di interesse è indispensabile. A partire dai comportamenti della Rai, che è un servizio pubblico con un preciso contratto di servizio stipulato con lo stato. Ad esempio, nei talk dell’azienda pubblica non ci devono essere compensi pecuniari per chi oltretutto ha la ribalta del video. O si tratta di tribune aperte, o di infinite telepromozioni.

L’informazione, pubblica o provata ne sia la natura societaria, è un bene comune.

PS. Nella strisciata non stop c’è un’unica certezza: il manifesto non è mai invitato.

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