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Beirut, scuola di vita e  di morte

 

Molti amici giornalisti e ricercatori stanno scrivendo di Beirut, raccontando, oltre ai terribili fatti di cronaca, esperienze personali, viaggi, amicizie nella capitale libanese. Uno dei modi migliori per conoscere altri Paesi e le persone che vi abitano è, infatti, proprio quello di viaggiare e stare per qualche tempo nei luoghi di cui si vuole scrivere, respirare quell’aria, vivere quei ritmi, osservare le persone nel loro ambiente ed entrare nelle loro vite per farne parte, non per giudicarle superficialmente.

Ogni anno migliaia di studentesse e studenti, di giornalisti e ricercatori di ogni angolo del mondo vanno in Libano a studiare arabo, a vivere l’esperienza del dialogo interreligioso, e a scoprire il Medio Oriente vivendo sulla propria pelle le sue mille contraddizioni. È più che mai importante che ci sia chi racconta il Libano, ma vale per tutti i Paesi, non solo per le sue complesse vicende politiche, per la guerra civile e le guerre regionali, per la crisi economica e le tante incertezze, ma anche per i suoi colori, le sue feste, la sua musica, le sue diverse anime che con non poche difficoltà convivono. Il Libano è un Paese fucina di artisti del mondo della musica, della letteratura, del cinema, delle arti performative; si è sempre distinto, rispetto agli altri vicini mediorientali, proprio per la sua vivacità, il suo spirito giovane, innovativo, in qualche modo ribelle, tanto che Beirut veniva definita la Parigi del Medio Oriente. Tanta creatività continua a fare i conti con una parte di popolazione, piccola, ma potente, di stampo conservatore, persino radicale, estremista. Il Libano è anche il Paese simbolo delle diversità etniche e religiose e, forse anche più della Siria prima della guerra, è sempre stato baluardo di queste presenze tanto differenti, che da sempre lottano per affermarsi e veder riconosciuto il proprio diritto di esistere e vivere da cittadini, non da minoranze discriminate. Un laboratorio sempre aperto.

In Libano, un Paese che conta circa 4 milioni di abitanti, vivono milioni di profughi palestinesi, iracheni e siriani. Un fiume umano di disperati che ha pesato, negli anni, sui già difficili equilibri locali. La recente crisi economica e il prolungarsi della crisi politica hanno portato, negli ultimi mesi, a massicce manifestazioni di piazza. Giovani disarmati, pacifici e determinati a chiedere un cambiamento politico netto, per porre fine a un sistema corrotto e clientelare che ha mortificato per troppo tempo l’economia e la società.

Oggi al risveglio Beirut sembrava una moderna Hiroshima, devastata, ferita, irriconoscibile. Quello che la guerra civile ha fatto in giorni, settimane e anni, lo hanno replicato, in pochi istanti, le esplosioni che hanno colpito al cuore il Libano. Si rincorrono molte ipotesi e l’unica certezza sono le vittime e la devastazione, lo stato di emergenza sanitaria, abitativa ed economica. In pochi secondi la distruzione è arrivata ovunque, il volto della città è stato deturpato in modo terribile. Sapere che tante persone, tanti giornalisti e scrittori abbiano un pezzo di cuore lì, pur nella tragedia, fa sperare che questa vicenda terribile non verrà dimenticata. Molti si sono già attivati con iniziative di solidarietà. Al di là dell’urgenza della cronaca e delle analisi, è bello vedere colleghe e i colleghi che oggi parlano di Beirut con professionalità, ma anche con tanto cuore. Nei loro articoli e nei loro post sui social media c’è un pezzo della loro esperienza professionale, ma soprattutto umana in cui raccontano il loro Libano, la loro Beirut. Credo che questo faccia davvero bene al giornalismo.

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