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La fugace conquista della felicità. ‘Come un delfino’ di Gianluca Pirozzi, Giulio Perrone Editore

 

Capita spesso di incrociare vite attraversate in apnea, alla perenne ricerca di uno spiraglio di ossigeno che possa restituire senso e compiutezza a dolori pervasivi e tenaci, che possa compiere il momentaneo miracolo di piccole felicità raggiunte, di attimi in cui l’insopprimibile bisogno di sentirsi amati possa considerarsi colmato. In Come un delfino, romanzo edito lo scorso novembre da L’Erudita di Giulio Perrone, lo scrittore Gianluca Pirozzi, che ha già pubblicato diverse raccolte di racconti e un romanzo, accompagna il suo protagonista Vanni in un percorso che prende le mosse dall’infanzia napoletana per poi portarlo alla piena maturità lontano dai luoghi natali, impregnati di traumi irrisolti e relazioni familiari conflittuali, nel tentativo (riuscito) di raggiungere la piena consapevolezza delle sue esigenze e il riconoscimento dei suoi bisogni.

Quella di Vanni potrebbe essere una famiglia normalmente felice: padre, madre, fratelli, nonna, ma si avverte subito che qualcosa non funziona per il verso giusto, che un’atmosfera tossica guasta cose e persone, che prima l’infanzia e poi l’adolescenza devono elaborare fantasmi inquieti nonostante l’affettuosa complicità che lega Vanni al fratello più piccolo Maso e l’amore evidente che madre e nonna riversano su di loro. Anche il padre, forse a suo modo, ama i figli, ma è segnato dal marchio dell’arte, è affetto dal gigantismo della propria personalità, dal narcisismo distruttivo che spesso accompagna l’artista che si ritrova invischiato in un quotidiano ostile e avvilente, dalla frustrazione per una carriera che avrebbe potuto essere meravigliosa e in continua ascesa senza il peso della famiglia e dei doveri ad essa connessi.

Per quanto negativo e talvolta meschino possa apparire nell’insieme, questo padre, che sa diradare il senso di colpa di Vanni per la morte del fratellino e che si eclissa quando le scelte di vita (prima fra tutte l’omosessualità) dell’ormai unico figlio maschio diventano chiare e non equivocabili, è una delle figure più riuscite, i suoi accessi d’ira non gli alienano l’empatia del lettore, non lo confinano nella tipizzazione che spesso nuoce a personaggi così monolitici. Tutta la prima parte del romanzo è dominata proprio dal personaggio rappresentato più di sguincio, le sue mani possenti che danno vita alle sculture sono capaci di plasmare esistenze e di seminare macerie esistenziali, sono le mani che Vanni ricorderà da adulto con un pizzico di invidia, mani che non lo hanno saputo sorreggere o accarezzare nei momenti in cui i dubbi e i turbamenti lo avevano fatto vacillare. Quelle mani operose e taumaturgiche appartengono invece a nonna Iole, donna colta e saggia che sa rifugiarsi nell’ombra durante le ire paterne e sa rinascere come l’araba fenice non appena il terremoto ha finito di scuotere le fondamenta domestiche. E appartengono alla madre, mite e apparentemente remissiva, traduttrice immersa in interminabili letture, anche lei un po’ artista ma schiacciata dalle più roboanti e rabbiose aspirazioni del marito. Eccolo qui, dunque, il destino dei figli dei giganti, tutta una vita a lottare per conquistarsi uno spazio vitale in cui godere di luce propria, tutta una vita a capire chi si è e cosa si voglia diventare. Vanni preferisce la fuga, andar via dal padre e lasciarsi alle spalle le tracce odorose della madre e della sorellina, nata poco prima che il lutto si abbattesse sulla famiglia, figurina che rimarrà in ombra anche da adulta, appendice quasi insignificante (e quindi non necessaria) del nido familiare dal quale salvare soltanto qualche ricordo. Lo spostamento insomma è vissuto come svolta, il viaggio come ricerca di identità. Una scelta che probabilmente riporta allo stesso autore che ha molto viaggiato e che di queste esperienze ha lasciato visibili impronte nel romanzo in cui ambienti, strade, atmosfere sono descritti con mirabile precisione.

Che sia Roma o Bruxelles o Skopje (ad essa è dedicata un’ampia e discutibile parte diaristica), lo scenario della crescita e dell’emancipazione affettiva e lavorativa di Vanni si propone come luogo di possibili incontri e di ipotetici traguardi, ma non si avverte più la potenza di immagini e di sentimenti che aveva corroborato la prima parte. Vi si gettano però le basi per le scelte definitive, quelle che condizioneranno il futuro tramite l’irrompere di due personaggi decisivi, Tiago, che sarà l’amore vero e stabile nonostante il mestiere di giornalista che li costringerà a continue separazioni, e Amandine, amica di Vanni e Tiago quasi per vocazione istintiva e poi artefice della realizzazione del sogno genitoriale della coppia. Se Tiago vive della propria schietta e sulfurea personalità, Amandine non convince appieno nella sua gravidanza non soltanto proposta ma addirittura sollecitata come soddisfacimento di un proprio bisogno, quello di mettere al mondo una vita per farne poi dono a chi non può farlo. Certo resterà presente nella vita della piccola Tea, sarà la premurosa zia Amandine, ma lo spessore di questa donna altruista che ci tiene a camuffare la sua gratuita generosità risulta artificioso.

L’autore si muove tra romanzo autobiografico e romanzo di formazione (elementi rimarcati dalla narrazione autodiegetica che non si porge come semplice artificio letterario e da una catena di eventi traumatici che segnano snodi e tracciano percorsi di evoluzione) attingendo ad un registro stilistico classico tramite una lingua pulita, distesa e senza asperità in cui le scelte lessicali sono accurate, lontane da azzardi e sperimentazioni che avrebbero soltanto potuto confliggere con l’impianto dell’opera. Eppure sottopelle si avverte l’urgenza di mettere a fuoco le conseguenze dei cambiamenti nel mondo contemporaneo, specie quelli afferenti la trasformazione del nucleo familiare che deve fare i conti con la metamorfosi dell’impianto tradizionale e guardare alle nuove realtà in cui due persone dello stesso sesso realizzano il proprio bisogno di genitorialità scontrandosi con le difficoltà legate ai pregiudizi sociali e alle falle legislative. Giusta e in perfetta sintonia con i tempi dunque l’intuizione che viene innestata nel percorso narrativo, ma persino troppo ottimistica la visione generale, perché le disponibili Amandine in giro per il mondo probabilmente non sono così tante.

Nell’ampio romanzo di Pirozzi le sequenze dialogiche occupano una parte cospicua, ma difettano di freschezza e di autenticità, sono lunghe, talvolta esasperanti, troppo spesso letterarie, cavillose, ripetitive. E’ vero che tutti i personaggi del romanzo appartengono a classi sociali che ne determinano l’alto profilo culturale e che quindi credibilmente utilizzano un altrettanto alto registro linguistico, ma dietro l’esposizione puntuale e dettagliata dei propri sentimenti (accettabile soltanto nelle riferite sedute psicoanalitiche), dietro certi dialoghi densi di periodi lunghi e formalmente ineccepibili, si avverte un limite profondo, quello di non affidarsi ad un semplice gesto, ad un singolo sguardo, ad un’asciutta battuta per far parlare ai personaggi la lingua pulsante e calda delle emozioni non dichiarate ma semplicemente suggerite.

L’autore in realtà quest’arte dell’emozionare il lettore la conosce e svettano per la potenza rappresentativa e la suggestione delle immagini le pagine dedicate alla morte, tragicamente incontrata in più occasioni dal protagonista bambino e poi adulto, al suo impatto devastante e alle conseguenze immediate e a lungo termine, all’impossibilità decretata per legge di natura di guardare ancora dentro occhi che hanno saputo guardare dentro i nostri, di ascoltare parole che sono state trascurate per puro istinto di dissipazione. La morte come concretizzazione fisica e psicologica del concetto di assenza, quelle assenze eterne che scavano tunnel da percorrere rannicchiati e a capo chino, perché ogni urto è un’altra menomazione, ogni inciampo una frana rovinosa, ogni spiraglio di luce una boccata d’ossigeno indispensabile per poi tornare in apnea, come un delfino.

L’autore dichiara in copertina di aver trattato “la fugace conquista della felicità”, ed in effetti è proprio così, perché non c’è felicità che non abbia conosciuto il dolore, quello che apporta un danno non risarcibile ma che non nega la possibilità del suo superamento, quello che per contrasto può spalancare le porte alla scoperta della bellezza della vita.

 

Gianluca Pirozzi

Come un delfino

L’Erudita, novembre 2019

pp.359; € 25.00

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