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Un business chiamato Borgo Montello, intrecci e interessi di ieri di oggi (parte seconda)

 

Chi può guadagnare e chi ha guadagnato già dalla quarta discarica più grande d’Itala?

Gli interessati ai terreni di Montello sono sempre stati pochi ma curiosamente anomali. Gli atti della discarica sono tempestati di errori e sviste, alcune incredibili. Per esempio soltanto nel 2014, a seguito di un’indagine della Finanza sulla holding De Pierro si scoprirà che la Regione Lazio quando ha autorizzato la società Ecoambiente ha preso per buona la dichiarazione della srl che sosteneva essere proprietaria dell’area, che invece era del gruppo De Pierro, tanto che fu sequestrata come tutti gli altri beni della stessa compagine.  Come se non bastasse nel 2012 sia Ecoambiente che l’atro gestore Indeco chiedono un sovralzo. Sulla stessa discarica esaurita Ecoambiente vuole immettere altri 38mila metri cubi, utilizzando peraltro un terreno che oggi è dell’Agenzia per i beni confiscati e concesso in affitto alla ex srl riconducibile al Comune, ignorando quello che già è accaduto, ossia un inquinamento generale delle falde con presenza  di arsenico  in misura 30 volte superiore al consentito, ferro, manganese e altri metalli. A garanzia di eventuali problemi ambientali c’è la polizza fidejussoria di una società con sede a Vaduz e che è stata ritenuta non valida per un’altra società di produzione di energia. Chi subisce tutto questo? Perlomeno le sette famiglie che vivono attaccate alla discarica, un ristorante, due scuole che distano 800 metri e un’intera città, quella di Latina. La commissione parlamentare sul ciclo illegale dei rifiuti ha accertato che i casalesi, per il tramite di Michele Coppola, acquistarono i terreni con la consapevolezza che poi sarebbero serviti e la discarica e infatti fu così. Nell’audizione del 9 giugno 2016 l’avvocato della Green Holding che ha il controllo di Indeco candidamente dichiarò: “…in particolare credo si tratti semplicemente di una circostanza (si riferisce all’acquisto dei terreni dalla famiglia Schiavone per l’ampliamento della discarica) che era già oggettivamente esistente.  Se c’è una questione da indagare è quella di verificare come mai i terreni limitrofi  alla zona destinata a discarica fossero già di proprietà  degli Schiavone, credo il cugino di Schiavone”. Eh già, come mai? Chi può dirlo? La Green Holding comunque ha confermato alla Commissione che sapeva che stava comprando dai casalesi ma quelle aree gli servivano e dunque…. “La società si è limitata a prendere atto di questa circostanza.. erano terreni limitrofi , gli unici che potessero servire all’ampliamento”. Dunque quando si tratta di affari vanno bene anche i casalesi, non è colpa di chi tratta con loro se sono casalesi.

A furia di chiudere gli occhi sulla discarica di Borgo Montello non si è visto nulla pur essendo accaduto tutto.  Il primo sito S0 comincia ad inquinare negli anni 80: nel 1986 la società Ecomont opera sull’invaso S0, quello più pericoloso e nel quale sono stati cercati, inutilmente i fusti tossici nel 2012. Ecomont  nel 1997 fallisce e lascia un disastro con percolato che sversa ovunque, non solo in S0 ma anche nelle vasche S1, S2, ed S3 il percolato straripa. Ecomont, però, era una maceria giudiziaria. Chi  interviene quindi? La Regione Lazio con un miliardo e mezzo di vecchie lire. E chi si offre di andare in soccorso della discarica piena di percolato? La Ecoambiente partecipata dal Comune di Latina, che afferma di aver smaltito 12mila metri cubi di percolato;  ma quell’intervento fu considerato lacunoso al punto che la Procura di Latina aprì un procedimento per avvelenamento delle acque. Il processo che ne è scaturito non riesce a partire. Nella falda sono penetrati piombo, rame e zinco per la reiterata fuoriuscita dai siti S0,S1,S2,S3”. Dunque la messa in sicurezza di cui parla Ecoambiente potrebbe aver avuto delle lacune, numerose.

La fragilità ambientale della discarica e il suo potenziale sono, ad ogni modo, solo una parte del problema-Montello. L’altra è, appunto, legata agli interessi e alla presenza costante negli anni della criminalità organizzata. Lo ha spiegato bene il pentito Carmine Schiavine, anche se le sue affermazioni non ebbero seguito per quanto riguarda quella discarica. Ecco cosa disse già nel 1996 ai carabinieri di Latina: “Come ho già avuto modo di riferire  a Latina il mio gruppo ha realizzato un investimento di notevole entità in un’azienda agricola di Borgo Montello costata alle casse del clan circa tre miliardi (di lire ndc), era intestata a mio cugino Antonio Schiavone… Mi diceva Salzillo (Antonio ndc) che lui operava con la discarica di Borgo Montello… prendeva una percentuale sui rifiuti smaltiti lecitamente ed in tale struttura lui faceva occultare bidoni di rifiuti tossici o nocivi, per ognuno dei quali, mi diceva,  di prendere 500mila lire”. Il costo della distruzione dei fusti (interramento) sarebbe stato, secondo questa versione, di due milioni e mezzo ciascuno, di cui due milioni  di lire effettivi e 500 per il clan. Un sistema perfettamente sovrapponibile a quello esistente negli stessi anni nell’agro aversano.  Perciò da un lato i casalesi smaltivano in modo illegale rifiuti non autorizzati insieme a quelli leciti e dall’altro custodivano i terreni accanto al sito, tramite Michele Coppola , un tipo finito più volte in indagini per associazione di stampo mafioso, custode di armi oltre che dei terreni , arrestato nell’ambito dell’inchiesta Spartacus. Tutto questo non ha mai prodotto una reale svolta nelle indagini sullo sversamento illecito di rifiuti pericolosi a Montello. Le dichiarazioni di Carmine Schiavone sono del 1996, eppure nel 1998 uno studio commissionato dal Comune all’Enea conclude per la mancanza di prove circa lo sversamento di rifiuti pericolosi.  E sempre a metà degli anni 90 viene condannato Adriano Musso, presidente di Ecotecna, per lo sversamento nell’invaso B2 di rifiuti pericolosi non autorizzati.  Ma  non si andò oltre il B2, non ci furono analisi sugli altri siti vicini. Anche per questa ragione quando nel 2000 Arpa Lazio va a monitorare la falda acquifera si basa sulle certezze (presunte) precedenti  e valuta le fonti di contaminazione solo da rifiuti urbani. Ecco cosa dice il responsabile Arpa: “Il meccanismo dell’inquinamento  è derivante da rifiuti solidi perché parto dall’assunto che questa discarica è stata adibita a rifiuti urbani”.  E circa la presenza di metalli, il responsabile Arpa ammetterà: “… piombo, cadmio, cromo e nichel non sono in grado di riferire la tipologia di rifiuto da cui possano  provenire… non c’è stata mai un’indagine sul tipo di rifiuto che vi hanno portato.. la situazione di Borgo Montello è effettivamente complessa.. la problematica nasce proprio con il famoso S0  creato negli anni 70 proprio a ridosso del fiume Astura”.

In altri termini: si sta riaprendo una discarica con un sovraccarico di 38mila metri cubi, in un luogo inquinato e in parte non bonificato a dovere tanto che c’è un processo penale e, in più, non sappiamo ancora la tipologia dei rifiuti che effettivamente è stata sversata nella discarica perché nessuno si è mai preso la briga di indagare. In più una parte dei terreni hanno fatto la gioia e il profitto dei casalesi e in parte sono confiscati perché appartenuti ad un tizio incappato nei controlli del Gico della Guardia di Finanza.

Questo è il luogo che può salvare Roma dal problema dei rifiuti.

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