Del resto, era il 1984 quando quel bastian contrario di professione che era Giorgio Bocca scrisse un saggio profetico: “Italia anno uno. Le campagne senza contadini, le città senza operai”. Quarantadue anni dopo, Torino, la città-fabbrica per eccellenza, rischia davvero di ritrovarsi senza operai. Una lenta agonia, un fiume carsico di ricordi, una nostalgia struggente cui qualcuno, prima o poi, avrebbe dovuto dare voce. Ha provveduto Niccolò Zancan (“L’ultimo operaio”, Einaudi), torinese, figlio della Torino operaia degli anni Settanta, quando Mirafiori era una città nella città, un mondo a parte ma ben integrato nel tessuto circostante, e d’estate si andava in villeggiatura, neanche a dirlo a bordo di una FIAT, l’Avvocato era un mito, oltre che una controparte, e la Juventus era la squadra che andavano a seguire al Comunale tanto i quadri quanto le tute blu. Perché sì, “Agnelli l’Indocina ce l’hai nell’officina”, così si scandiva nelle manifestazioni dell’Autunno caldo (1969), quando a tenere banco, a livello internazionale, era la Guerra del Vietnam, ma poi la domenica “Pietruzzu” Anastasi faceva battere il cuore di ogni classe sociale, mentre Brodolini e Giugni conquistavano lo Statuto dei lavoratori (1970) e la Costituzione entrava finalmente anche nelle fabbriche, dopo la lunga parentesi del vallettismo. Anni Settanta, per l’appunto: un mondo che non c’è più in una città che si è trasformata, ha mutato aspetto, ha cambiato pelle, si è resa smart, ha guadagnato in servizi e vivibilità ma, ahinoi, ha smarrito l’anima, non riuscendo a coniugare il doveroso progresso con l’auspicabile umanità che, invece, prima c’era.
“Il contrario della paura non è il coraggio: sono i desideri” – Intervista con Niccolò Zancan
“Il contrario della paura non è il coraggio: sono i desideri”: poche frasi come questa di Alessandro Baricco possono aiutarci ad affrontare, con professionalità e rispetto, la crisi del lavoro operaio, e del lavoro in generale, che da tempo sta squassando l’Italia.
Non avrei mai creduto che un cronista della “Busiarda” (così era soprannominata “La Stampa” negli anni in cui tenere una copia de “l’Unità” in tasca davanti ai cancelli di Mirafiori poteva costare caro) avrebbe avuto tanto coraggio: per fortuna mi sbagliavo. Il suo memoriale di un tempo che fu, il suo “canto finale della grande fabbrica” è un qualcosa che ricorda da vicino la tristezza di Osvaldo Soriano, la decadenza del Sud America del pianto e il crepuscolarismo che oggi non va più di moda, soppiantato dalla necessità artificiale di essere felici ad ogni costo o almeno di darlo a vedere. Grazie a Dio, esiste anche chi non si piega a queste convenzioni e lotta, armato di penna e taccuino, per restituirci lo spaccato di un tempo perduto e la tristezza di un presente in cui c’è davvero poco da stare allegri.
Abbiamo concluso la nostra chiacchierata con una citazione di Carlos Dittborn, il dirigente cileno che organizzò i Mondiali del ’62 nonostante un terremoto devastante avesse distrutto il suo Paese nel 1960. “Porque nada tenemos, lo haremos todo” (“Proprio perché non abbiamo più nulla, riavremo tutto”) era la frase che campeggiava negli stadi cileni durante quel Mondiale: appena quattro, di più non potevano permettersene, ma furono sufficienti per organizzare comunque la competizione, nonostante la solita FIFA, con il cinismo che l’ha sempre contraddistinta, pensasse già a una soluzione alternativa. Dittborn se ne andò prima di veder realizzato il suo sogno, ma quel sogno è rimasto, anche se per l’Italia si trattò di un Mondiale amarissimo, funestato dagli errori arbitrali dell’inglese Ashton nella partita contro i padroni di casa, passata alla storia come la “corrida di Santiago”. Ebbene, con Niccolò abbiamo convenuto che i ventenni di oggi, sempre in piazza – da Gaza al 25 aprile, passando per i diritti delle donne e ovviamente il 1° maggio e la rivendicazione di un lavoro di qualità – anche se magari non la conoscono, costituiscano l’incarnazione di quel motto di Dittborn: proprio perché non hanno più nulla, rivogliono tutto. I corpi, la vita, l’umanità, lo stare insieme e chissà, magari anche la fabbrica.
