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Processo alle OTT

 

Come sapete molto bene,  visto che siete qui, la nostra posizione sui cosiddetti “Over The Top” è molto critica, non negativa a priori,  ma attenta e non subalterna. Negare l’esistenza del presente e delle tecnologie che lo sostengono sarebbe inutile e forse anche dannoso, ma – a nostro avviso – serve un approccio informato e di approfondimento poiché qui a bottega non siamo affatto convinti che il modello sociale che le techno-corporation hanno diffuso e continuano a perpetrare allegramente sia l’unico possibile e/o addirittura il migliore, come loro medesimi sostengono ad ogni piè sospinto. Difficile essere d’accordo con questa posizione, visto che,  da questa medesima prospettiva,  gli unici a guadagnarci sono gli stessi che la sostengono, e che vorrebbero invece farci credere che il loro modo di vedere la questione è teso a realizzare, come ripetono sempre come un mantra: “del mondo un posto migliore”. I miliardi di dollari di sanzioni pecuniarie che il Governo del loro stesso Paese d’origine, gli Stati Uniti, ha comminato alla maggior parte di queste stesse aziende,  per punire comportamenti non propriamente specchiati, stanno lì a dimostrare che persino, negli USA, qualcuno che non si sente proprio allineato al modello tecnocratico: forse c’è. Non solo, ma come riferisce in modo eccellente Nicola Zamperini in un suo lungo articolo pubblicato a puntate da questa settimana sul sito China Files, il Governo americano avrebbe messo mano ad una vera e propria azione di “bonifica giudiziaria” articolata,  sull’operato delle techno-corporation,  partendo dallo studio delle concentrazioni di potere esercitate dalle medesime aziende.  Una cosetta che da tempo avremmo dovuto fare anche in Italia,  nei confronti di uno o più gruppi di aziende,  per spezzare alcuni regimi di monopolio pubblico/privato,  che si erano venuti a creare:  forse ve li ricordate anche Voi?

Ebbene proprio indagando sui monopoli e sulle eccessive concentrazioni di potere nelle mani di pochi, le autorità giudiziarie statunitensi potrebbero costringere i capi delle maggiori aziende dell’economia digitale della Silicon Valley  a rimettere in discussione il loro modello. Da noi da sempre molto criticato. Ma vediamo cosa sta accadendo nello specifico,  estraendo alcuni passaggi dal saggio di Nicola Zamperini sul tema,  pubblicato su China Files:

In questo momento sono in piedi diverse inchieste sui comportamenti delle grandi aziende digitali, comportamenti che avrebbero illegalmente soffocato la concorrenza. Diverse inchieste: una del Dipartimento di Giustizia, una della Agenzia federale sulle comunicazioni, condite da varie audizioni del Congresso, cui devono aggiungersi le indagini di oltre 50 procuratori generali di quasi tutti gli Stati. Per utilizzare un’immagine pop che piacerebbe ai tardo adolescenti della Silicon Valley, potremmo dire che hanno messo insieme gli Avengers della giustizia contro gli Avengers del digitale. Questi ultimi se la passano piuttosto male, addirittura hanno subito l’onta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di consegnare le mail inviate e ricevute dagli amministratori delegati, per capire se lì dentro ci sono prove di comportamenti anti-concorrenziali. Per capirci le mail di Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin.

Che le techno-corporation rappresentino monopoli può essere considerato un dato di fatto, una considerazione scontata se si guarda esclusivamente ai rispettivi mercati e se si circoscrive l’analisi al mondo occidentale. D’altronde la tensione a diventare monopolisti rappresenta un dato essenziale della loro rapace cultura d’impresa. Un aneddoto spesso citato riguarda Peter Thiel, tra i fondatori di PayPal e tra i primi investitori e consiglieri di amministrazione di Facebook, che nel suo corso all’università di Stanford insegnava proprio come costruire monopoli… Continua su lsdi

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