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Il grido di Hong Kong

 
Ciò che sta accadendo a Hong Kong, fra contestazioni durissime all’indirizzo della sbiadita Carrie Lam e imbarazzi di varia natura, è l’emblema della crisi globale di questi tempi aridi. I più in difficoltà, infatti, anche se può sembrare incredibile, sono proprio i papaveri di Pechino, i quali si trovano al bivio fra la necessità di modernizzarsi, aprirsi al mondo e presentarsi in una veste pseudo-democratica e la tentazione, sempre più forte, di intervenire reprimendo nel sangue la rivolta popolare che va avanti da mesi.
Il grido di Hong Kong, con tanto di bandiere americane sventolate qua e là, avrà un’importanza tutt’altro che secondaria nelle Presidenziali americane del prossimo anno. Come abbiamo già avuto modo di scrivere qualche tempo fa, difatti, un eventuale intervento di Trump a sostegno dei manifestanti hongkonghesi condurrebbe lo scontro con la Cina a un livello di tensione senza precedenti. Un suo eventuale silenzio, invece, rischierebbe di farlo apparire agli occhi dell’opinione pubblica americana come un presidente debole e agli occhi della comunità internazionale come un personaggio del tutto disinteressato al tema dei diritti umani, dunque inaffidabile.
Non a caso, un esperto di questioni internazionali come Federico Rampini ha scritto un saggio intitolato “La seconda guerra fredda”, in cui affronta il delicato tema dello scontro fra Stati Uniti e Cina in un contesto multipolare nel quale si fronteggiano una forza emergente e una forza in declino, con l’incubo che ciò possa favorire un conflitto i cui esiti sarebbero devastanti.
Hong Kong sembra una polveriera studiata ad arte, una Sarajevo del Ventunesimo secolo che ha sede, però, fuori dall’Europa, a dimostrazione di quanto il nostro continente sia oggi marginale nelle dinamiche globali. Stretti fra due colossi che si guardano in cagnesco, la verità è che noi abbiamo smarrito il nostro ruolo nel mondo, non riuscendo nemmeno a nominare una Commissione all’altezza e non avendo un’anima, una visione globale, un’idea di società all’altezza della nostra storia e dei valori democratici che un tempo costituivano il nostro punto di forza.
Hong Kong, in pratica, è la cartina al tornasole di una modernità sbagliata. Lì si gioca il futuro dell’umanità e, probabilmente, anche l’esito di un conflitto la cui conclusione produrrebbe due vincitori e un mondo più sereno e il cui prosieguo, all’opposto, potrebbe provocare un’ecatombe.

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