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Rai. La prefazione di Paolo Gentiloni al libro di Roberto Zaccaria

 

Avevamo letto memoriali, ricostruzioni, retroscena, cronache, interviste, pettegolezzi, ritratti, atti di convegni, pamphlet, messaggi in codice, perfino invettive sulla Rai. Mai una indagine, così puntigliosa, così serrata e chirurgica, dei principi e della normativa che la definiscono, della sua governance, alla luce delle trasformazioni subite nel tempo, della natura e della missione del servizio pubblico, come quella che, inesorabile, descrive Roberto Zaccaria nelle pagine che seguono. E che mette in luce il contrasto tra il ruolo che le norme assegnano alla Rai e la missione concreta che la politica tende ad assegnarle, di questi tempi in modo perfino sguaiato e sgangherato.

Con una intenzione che l’autore denuncia da subito; quella cioè di rendere e fare giustizia della complessità di questa azienda e della sua storia, irriducibile a qualsiasi banalizzazione e riduzione ad unum. Come vorrebbe, ad esempio, la vulgata del rapporto tra politica e televisione o la progressiva evaporazione della centralità del ruolo della tv pubblica nella formazione del costume, della identità, del consenso. Non con uno sguardo nostalgico, tutt’altro (anche se la Rai della “lottizzazione” sembra alla osservazione di Zaccaria mantenere una leggibilità dei processi che la variopinta opacità della confusa situazione attuale non pare consentire); ma con una consapevolezza, da uomo di diritto che ha conosciuto da dentro le meccaniche e le dinamiche aziendali, che restituisce non solo nitidezza e parresia, ma perfino chiaroveggenza.

Di qui l’endiadi del diritto e del rovescio, che del diritto è il suo contrario, la sua ombra, il suo doppio negativo. Le distorsioni, quelle di una prassi che prevale e prevarica le regole del gioco, anch’esse cangianti, mutevoli, ma che dovrebbero fissare il perimetro di comprensione e lo spazio di esperienza della Rai. Disarmonie ed ipocrisie, stigmatizza Zaccaria, che impediscono alla azienda di corrispondere alla propria missione, non solo a quella affidatale dalla sua storia, ma anche quella affacciata su un futuro fatto di giganti internazionali del settore, di rete, di produzione, contenuti e piattaforme.

In altri termini, osservare la televisione pubblica italiana sotto la lente della sua forma giuridica e delle sue trasformazioni, ma anche depurata dagli aloni e dalle zone d’ombra che ne hanno modificato i connotati, frenato lo sviluppo, corrotto – sì, corrotto – la vocazione, significa per Zaccaria non soltanto inventariare ciò che è stato, ma anche e soprattutto indovinare quel che potrà essere.

Si pensi, ad esempio, alla costitutiva ambiguità di società privata a controllo pubblico che da sempre viene costretta nella monodimensionalità delle posizioni di chi di tanto in tanto vede nella privatizzazione il destino della Rai e di chi, invece, si rinserra nel servizio pubblico come fosse una fortezza Bastiani in attesa del suo immaginario nemico.

In particolare, è proprio nel tema della governance aziendale, dei suoi organi direttivi e del loro rapporto con il potere esecutivo, e più in generale con quello politico-parlamentare, che lo sguardo di Zaccaria isola la scatola nera della Rai, come se fosse già tutto impresso lì, ambizioni e limiti, opportunità e confini, velleità e frustrazioni. E quindi a che serve inseguire i gustosi medaglioni delle personalità che si avvicendano alla guida di Viale Mazzini, il racconto evenemenziale, se già nell’ordito giuridico è già tutto scritto, codificato, previsto?

Basta leggere le pagine dedicate ai poteri del Presidente e degli altri organi monocratici, alla luce delle modifiche subite nel corso del tempo, per comprendere linee di continuità e di tendenza di una governance complessa, dagli ampi margini di conflitto e interpretazione. Margini sui quali insistono debolezze e punti di forza, la capacità stessa di adattamento della Rai, ultima balena bianca nella vita pubblica di un paese sempre più friabile, sfrangiato, parcellizzato, quasi gassoso.

Zaccaria ci aiuta a comprendere lo stato di salute del servizio pubblico partendo dal riconoscimento del profilo istituzionale della Rai. L’azienda come istituzione, in un panorama nel quale i soggetti istituzionali subiscono l’attacco della consunzione, della difficoltà di dirsi e farsi capire, della velocità del cambiamento, dello sberleffo.

Si direbbe, la Rai presa sul serio, senza sussiego e liturgie, ma esibita ed esposta nella sua struttura, dissezionata per poterne comprendere diritti e rovesci, appunto.

Infine. Sullo scacco che mina il servizio pubblico radiotelevisivo, ad esempio, sul tema delicato ed attualissimo dei controlli, il rapporto tra Agcom e Ministero, ma anche il disincanto del caveat con il quale l’autore denuncia come “dei numerosissimi organi di controllo” non ce ne sia uno in grado di assumersi la responsabilità “di rassicurarci dei comportamenti rispetto alle leggi”, e dunque di “chiudere il circuito democratico”.

Una simile ambiguità svela più di qualsiasi fenomenologia il segreto della Rai, la sua natura anfibia. Anche in tempi di sfida alle nostre democrazie liberali, la sua capacità di adattamento, trasformistica certo, la mantiene, nonostante tutto, un organismo vitale e vivo e desto.

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