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Morire per amore, del proprio lavoro

 

Quando arriviamo dalla famiglia di Mena, sul ballatoio al sesto piano, suo padre ci accoglie a qualche metro di distanza dalla porta di casa. Dietro di lui, sulla soglia, vedo una sagoma scura che mi preoccupa non poco, il suo braccio si allunga con la forma inconfondibilmente barocca di un fucile d’assalto di fabbricazione turca. Non riesco a reagire perchè, intanto, l’anziano Tale Jan mi abbraccia mentre dall’ombra esce suo figlio, con l’arma calata. Un’accoglienza resa ancora più tetra dal black out che sta paralizzando Kabul, dopo che i talebani hanno abbattuto una parte dell’elettrodotto al servizio della capitale.
“Mia figlia è morta per amore del suo lavoro”. Dice l’anziano padre. Mena Mengal era uno dei volti noti dell’informazione televisiva afghana, conduttrice per il canale Yek, Tolo Tv e Shamshad Tv. Era anche un’attivista per i diritti delle donne e i diritti umani

Con la moglie al fianco e i nipotini che corrono in giro nella stanza, l’uomo rivive la mattina dell’11 maggio scorso quando sua figlia esce di casa alle sei per andare al lavoro, il rumore degli spari, il papà che scende in strada e trova un capannello di persone intorno ad una pozza di sangue, cerca sua figlia in ospedale, scopre che è morta ma non può dirlo alla mamma che invita a raggiungerlo con una scusa (“sono caduto, vieni a prendermi al pronto soccorso”).
Ad uccidere Mena Mengal è stato un commando di uomini in moto, guidato dal suo ex-marito. Lei l’aveva lasciato perchè si opponeva al suo essere giornalista e donna emancipata. Un disonore che l’uomo ha lavato con il sangue.
Nella casa di famiglia, vivono le tre sorelle di Mena Mengal, suo fratello con i figli, gli anziani genitori. Vivono barricati, difesi solo da quel fucile d’assalto di grosso calibro perchè – dice il fratello – un Kalashnikov costava troppo. Temono rappresaglie da parte delle persone che loro hanno denunciato.

Purtroppo, nel disastro della giustizia afghana (creata anche con milioni e milioni di euro del contribuente italiano) dei dieci uomini denunciati dal padre, solo quattro sono stati arrestati. Il giorno prima del nostro incontro, il tribunale di Kabul ne aveva assolti tre, condannando solo il quarto a 16 anni di prigione. “Non ci siamo potuti permettere un avvocato – dice il padre – ognuno di loro, invece, aveva il proprio. Comunque per quanto è corrotto il sistema giudiziario afghano, sono sicuro che l’unico condannato uscirà presto di prigione”.
Ignorata dal governo, tradita dai giudici, la famiglia di Mena Mengal vive tra povertà (nessuno dei suoi membri può più uscire per andare a lavorare) e paura. Chiede asilo ad un Paese straniero, Italia compresa. Noi glielo dovremmo, fosse solo perchè siamo co-responsabili del fallimento della “giustizia democratica” in Afghanistan.

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