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“Il dialogo col Governo è possibile, ora affrontiamo i nodi. Subito moratoria sui tagli e legge contro le querele bavaglio”. Intervista al segretario Fnsi Raffaele Lorusso

 

“Rispetto”, “toni pacati”, “disponibilità”, “dialogo”, le parole cambiano il verso dei percorsi. Il segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa italiana, Raffaele Lorusso, dei toni pacati ha fatto un po’ il suo status symbol  e dunque adesso che può parlare con un componente del Governo senza sentire insulti, strilli e disprezzo, in fondo, ha già segnato un punto. In una partita lunga e complicata, quella sull’editoria e l’informazione, fatte letteralmente a pezzi con le parole oltre che con i tagli aumentati e i bavagli mai eliminati.

Reduce dall’incontro con Andrea Martella, sottosegretario all’editoria da poche settimane, Lorusso, anche se non lo dice, tira un sospiro di sollievo.

Allora, che controparte abbiamo questa volta?

“Intanto mi  sento di ringraziare il sottosegretario Martella di aver voluto incominciare la sua interlocuzione su questo settore incontrando per prima la Federazione della Stampa. Noi abbiamo riproposto i punti che vanno affrontati dal Governo, gli stessi che avevamo proposto al precedente sottosegretario e al precedente Governo, anzi ai precedenti Governi,  sui quali non abbiamo trovato dialogo né ascolto, anzi si stava andando nella direzione opposta. Oggi possiamo dire che questo dialogo c’è, almeno vedo un clima diverso e la volontà di trovare possibili soluzioni per questo settore, che in Italia e nel resto del mondo paga a caro prezzo  la fase di trasformazione dei mezzi di informazione tradizionali.

Dunque ha rifatto l’elenco delle priorità? Le stesse da troppi anni

Le stesse, ma noi insistiamo. Però da subito moratoria sui tagli al fondo per il pluralismo dell’informazione che il precedente Governo aveva avviato, ponendo le basi per l’azzeramento di quel fondo. Eravamo contrari a quella scelta, che si portava dietro il mancato rinnovo della convenzione con Radio Radicale, poi ripresa in extremis grazie ala mobilitazione e al fronte trasversale a tutti i partiti che si è creato in Parlamento. Ma ora quella questione va ripresa, la concessione andrà a scadere e non possiamo farci cogliere di sorpresa. Stesso discorso vale per il fondo per il pluralismo, è un sostegno che il Governo deve continuare ad assicurare ai giornali delle differenze, alle testate che esprimono orientamenti  ideali,  giornali diocesani e territoriali, voci che senza sostegno sarebbero costretti a chiudere e ciò creerebbe un grave vulnus alla nostra democrazia e, va ricordato, un effetto disastroso sull’occupazione con la perdita di migliaia di posti di lavoro.

A queste “vecchie” questioni  se ne sono aggiunte di nuove molto stringenti come la precarietà, quindi un’agenda fitta per il settore che lei rappresenta. Possiamo parlare di emergenza’?

Il precedente Governo e anche quelli ancora precedenti sono stati investiti di questa emergenza, ma purtroppo abbiamo visto come è andata. Ora noi ribadiamo che bisogna mettere in campo misure efficaci di contrasto al precariato. Non possiamo più assistere alla perdita di lavoro dipendente, alla espulsione di lavoratori subordinati e alla loro sostituzione con giornalisti precarizzati, co.co.co o addirittura a partita Iva. Tutto questo non è accettabile per la tutela dei lavoratori ma anche perché c’è necessità evidente di garantire qualità di informazione. E  la qualità presuppone che ci siano professionisti dell’informazione che siano, quantomeno, adeguatamente retribuiti, cosa che in questo momento troppo spesso non avviene. So che le aziende editoriali  chiedono un  ricambio generazionale, noi non siamo contrari ma il ricambio deve essere tale, non trasformarsi in  distruzione di lavoro regolare e sostituzione con lavoro precario. Questo non sarà consentito e lo si combatterà. Inoltre  ciò si lega alla previdenza e alla tenuta dell’Inpgi. Abbiamo ribadito al sottosegretario che sosteniamo l’allargamento della platea Inpgi ai comunicatori.

Sullo sfondo resta sempre il nodo delle querele bavaglio ai giornalisti. Pensa che una modifica sia possibile, adesso e finalmente, nel nostro ordinamento?

E’ una norma necessaria, non più rinviabile. Contro le querele bavaglio  esistono due disegni di legge, è stato calendarizzato il disegno di legge dell’onorevole Verini e ci auguriamo che abbia il parere favorevole del Governo. E’ una norma di civiltà che ci metterebbe in linea con quello che la Corte Europe dei diritti umani ha già ribadito, ossia che la cosiddetta azione temeraria promossa contro il giornalista non può essere sanzionata solo con sanzione pecuniaria. Oggi con le azioni temerarie si tengono sotto scacco azienda e giornalista con richieste milionarie, sapendo in partenza che quell’azione non è fondata e che si pagheranno pochi euro al massimo in caso di rigetto della domanda. Chi attenta alla libertà di stampa, invece, deve sapere che se l’azione è infondata sarà chiamato a pagare non solo spese di giudizio ma avrà anche una sanzione proporzionale all’entità del risarcimento richiesto

Lei ha richiamato più volte l’attenzione sulla necessità di applicare la direttiva sul copyright perché ne va del reddito di giornalisti e dei bilanci delle aziende editoriali. Però si continua  a rinviare…

Il tema della tutela del copyright, con  il recepimento della direttiva Ue,  sta a cuore a giornalisti e editori perché la rapina quotidiana di contenuti di informazione su cui c’è investimento di un’impresa e il  lavoro dei giornalisti sta creando un problema al mercato del lavoro e alle aziende, un problema di mancati profitti che non tornano nelle casse di chi ha fatto investimenti. E ciò giova solo alle over the top che fanno profitti incredibili. Va recepita quella direttiva per ribadire che il lavoro va sempre retribuito ex articolo 36 della Costituzione.  E’ un principio di civiltà su cui non si può transigere né si deve più rinviare. Le cifre di cui disponiamo parlano chiaro. La raccolta pubblicitaria complessiva in Italia nel 2018 ha fatto registrare un fatturato complessivo di 8,2 miliardi euro di cui il 36% si riferisce al settore digitale (siti informazione e social) e di quel 36% il 75% è stato incassato dai cosiddetti over the top, più di tutto l’incasso pubblicitario di tutta la carta stampata messa insieme. E senza pagare tasse. In un contesto in cui si parla con insistenza di lotta all’evasione è un argomento che deve interessare anche il Governo oltre che noi.

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