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L’incontro che precede l’incontro: Paolo De Nardis sulle tracce di Edgar Morin

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Ci sono incontri che avvengono prima ancora di conoscersi. Accade quando un giovane studioso apre un libro e vi trova una mappa del mondo che assomiglia alla propria inquietudine. Quando tra le pagine di un autore riconosce non soltanto un maestro, ma una direzione, un metodo, una possibilità di pensare diversamente il proprio tempo.

Il rapporto tra Paolo De Nardis ed Edgar Morin appartiene a questa categoria rara di incontri. Da una parte il grande filosofo e sociologo francese, padre del pensiero della complessità, intellettuale militante del Novecento e del nuovo millennio, capace di attraversare le tragedie della storia europea, la Resistenza, le speranze della sinistra, le crisi della modernità e la nascita di una coscienza planetaria. Dall’altra il sociologo romano che, nel corso di una lunga carriera accademica e civile, ha fatto della riflessione sulle organizzazioni complesse, sui processi culturali, sui sentimenti collettivi e sulle trasformazioni della società contemporanea uno dei propri principali terreni di ricerca.

Tra i due si è sviluppata negli anni una consonanza che va oltre il semplice rapporto accademico.

È il riconoscimento reciproco tra due studiosi che hanno sempre rifiutato le semplificazioni ideologiche e disciplinari, scegliendo invece di abitare le contraddizioni del reale. Morin ha insegnato che la conoscenza non può essere ridotta a compartimenti stagni, che la realtà è relazione, intreccio, incertezza. De Nardis ha raccolto questa lezione facendola dialogare con la tradizione sociologica italiana e con le sfide della contemporaneità.

Non è un caso che, negli anni in cui era alla guida della Facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma, Paolo De Nardis abbia voluto invitare Edgar Morin per una lectio magistralis, portando nel cuore dell’università italiana uno dei pensatori che più hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra sapere, politica e società. Fu un incontro simbolico: il maestro e il discepolo, ormai divenuti interlocutori, riuniti dalla convinzione che la cultura debba ancora servire a comprendere la complessità del mondo e a trasformarlo.

Oggi, ripercorrere questa storia significa raccontare non soltanto un’amicizia intellettuale, ma anche una stagione della sociologia europea in cui il pensiero critico, l’impegno civile e la ricerca della complessità hanno rappresentato una forma di resistenza alle semplificazioni del presente.

 

  1. Professore, qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa a Edgar Morin?

Una figura d’intellettuale rinascimentale con una visione a tutto tondo della realtà da indagare e con una prospettiva culturale che va al di là della metafisica degli steccati disciplinari. La sua intuizione di società reticolare complessa che si fonda su dialogo e relazione rappresenta una pietra miliare per la teoresi sociologica.

 

  1. Lei ha spesso definito Morin un punto di riferimento fondamentale del suo percorso intellettuale. Quando è nato questo legame e cosa l’ha colpita maggiormente della sua figura?

A diciotto anni ho vissuto per vari mesi a Parigi. Frequentai gli ambienti intellettuali e universitari     di quegli anni 1968-69, era qualcosa di particolarmente stimolante. Il maggio francese del ’68 era vivo e vitale e lo sarebbe stato per molto tempo ancora. A place Auguste Comte sorgeva l’università della Sorbonne che ospitava le facoltà umanistiche di Lettres et Sciences Humaines ed era ricca di offerte di sapere accademico che, oltre alle discipline filosofiche-letterarie offriva le lauree di sociologia, psicologia, cinema, urbanistica. Insomma, una poliedricità di saperi che mi avrebbero spinto a piantare una tenda sulla stessa piazza, per vivere una ricchezza di saperi senza limiti di tempo. Ecco allora che tra le grandi figure intellettuali dell’epoca, da Louis Althousser a Etienne Balibar a Pierre Macherey a Jean-Marie Vincent, emergeva, con lo stacco della sua rinascimentalità, Edgar Morin, l’intellettuale a 360 gradi, lo studioso che mi sembrava potesse comprendere tutte quelle prospettive del sapere di cui ero appassionatamente innamorato senza che esse venissero disgiunte dall’impegno e dalla militanza civile.

 

  1. Ricorda il vostro primo incontro personale? Quale impressione le fece l’uomo dietro il grande pensatore?

L’incontro avvenne a Roma negli anni in cui ero giovane direttore del dipartimento di Sociologia della Sapienza, all’inizio degni anni Novanta. Fu un momento di grande emozione attraverso un incontro culturale segnato dalla semplicità comunicativa di un grande intellettuale e connotato da acume analitico e un pizzico di autoironia. Parlammo di tanti argomenti. Da giovane studioso avevo affrontato la teoria sociologica del funzionalismo parsonsiano; avevo avuto un fitto carteggio con lo stesso Talcott Parsons. Avevo altresì pubblicato saggi criticando dal punto di vista del marxismo d’ispirazione dellavolpiana e dell’impostazione logico-empirica la grande teorizzazione e di tutto questo discutemmo a lungo con Edgar. Mi piacque tanto il suo eloquio in nu italiano simpaticissimo e la sua attenzione nei riguardi della realtà concreta del molteplice come antidoto a ogni metafisica, ma anche come esso potesse essere espressione di concatenamenti strutturali e non solo un arcipelago di monadi senza finestre.

 

  1. Da preside della Facoltà di Sociologia della Sapienza volle invitare Morin a Roma per una lectio magistralis. Che significato ebbe per lei e per l’università quella visita?

Quando anni dopo divenni preside della facoltà di sociologia in Sapienza volli invitare a Roma Morin per una lectio magistralis e in quell’occasione l’emozione fu rinnovata anche dalla lettura del suo nuovo libro “I miei demoni” dove l’inquietudine dell’esistenza individuale diveniva specchio della situazione europea di quegli anni e l’ontogenesi, ancora una volta in Morin, ricapitolava la filogenesi. Anni dopo, nel 2012, lo insignimmo anche del premio Scanno per la sociologia.

 

  1. Morin ha dedicato la sua vita alla costruzione del pensiero della complessità. Qual è l’insegnamento che ritiene oggi più attuale della sua opera?

Il problema della complessità viene analizzato in Morin dal punto di vista interdisciplinare senza compartimenti stagni a cominciare dal superamento delle due culture, ordo essendi e ordo cognoscendi di cartesiana memoria, dualismo che viene in effetti a rappresentare una situazione schizofrenica di quella che per noi moderni è la modernità.

 

  1. Al di là del maestro e dello studioso, che tipo di persona era Edgar Morin nei rapporti umani, nelle conversazioni private, nei momenti informali?

Nei rapporti umani e interpersonali Edgar sapeva essere maestro e fratello maggiore razionale e affettuoso all’unisono, sempre sorridente e soavemente calmo nel suo argomentare, persona amabile, rigorosa e affascinante nello stesso tempo.

 

  1. C’è una frase, un consiglio o una riflessione che Morin le ha lasciato e che continua ad accompagnarla ancora oggi?

Una frase che Morin richiama da Michel de Montaigne: “Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Un monito pedagogico importante contro formazioni e culture nozionistiche e in favore invece di una metodologia da insegnare per riuscire ad avere una visione d’insieme delle problematiche reali al fine di saper connettere in tal modo tutto gli elementi che intervengono nella e dalla molteplicità del concreto.

 

  1. Come ha vissuto la notizia della sua scomparsa e quale eredità pensa che lasci alla sociologia e alla cultura europea?

La notizia della sua scomparsa mi ha rattristato tantissimo. Ma questo sarebbe normale, perché non poterlo più leggere o avere l’auspicio di incontrarlo nuovamente sta impietosamente nella realtà di chi ci lascia per sempre. Però è particolare che tale sentimento si accompagni alla infantile e irrazionale speranza che in effetti lui potesse non morire mai, soprattutto dopo la lettura del suo bellissimo libro, quasi lascito finale, “Encore un moment” uscito appena tre anni fa.

 

  1. Se dovesse raccontare Edgar Morin a uno studente che non lo ha mai letto, da dove partirebbe? Forse partirei proprio dai suoi ultimi libri. Il primo è “L’anno ha perso la sua primavera”, il suo romanzo in parte autobiografico scritto nel 1946 ma pubblicato solo nel 2024, dove si comprende bene come non esista militanza culturale e scientifica senza corrispettiva militanza politica e civile, nettamente presente dopo gli anni della guerra e della lotta di Liberazione in Francia a cui Morin partecipò attivamente mentre approfondiva il marxismo a Tolosa.

L’altro, pubblicato nel 2022, “Reveillons-nous” (Svegliamoci!) dove soprattutto per i giovani si timbra la necessità di trovare punti di riferimento contro il mare magnum delle incertezze del presente.

 

  1. Che cosa perde oggi il mondo intellettuale con la scomparsa di Edgar Morin e che cosa, invece, della sua lezione continuerà a vivere?

Siamo di fronte alla perdita di un grande intellettuale e compagno di lotte, di uno spirito critico geniale che ha saputo trarre dalle vicissitudini della propria esistenza il modo per commensurarle con la realtà senza cadere nello psicologismo, ma anche attraverso i suoi studi di biologia molecolare sul DNA, il codice genetico, la ricapitolazione dei cromosomi come farina iniziale che va a finire nelle parti sempre più ampie che compongono l’individuo quando questo va studiato nella sua specificità di individuo sociale nelle varie formazioni che compongono la struttura del proprio mondo. Per cui già nel micro è iscritto il macrostrutturale e viceversa.

Questo mi sembra il “fiore più squisito” per dirla con Hegel che continuerà a vivere come eredità del suo “pensiero complesso” ed è all’unisono ciò che ci mancherà di più nei nostri tentativi di sviluppare quel suo particolare e unico magistero che comunque è in qualunque modo ha influenzato in maniera significativa la nostra più fervida formazione dal punto di vista scientifico e intellettuale.


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