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Salvo che corre dietro alle notizie. “Non mi fermo perché ho paura che mi sfugga qualcosa, oggi, qui a Palermo”

 

Trentasei ore dopo aver letto nell’ordinanza sugli ultimi arresti di mafia che Benedetto Militello, braccio operativo di Sicily Food, azienda degli Inzerillo, voleva dargli “due colpi di mazzuolo… due colpi di legno… per l’azione…”, Salvo Palazzolo sta facendo le stesse cose di sempre, il giro di giudiziaria, telefonate, appuntamenti con le fonti, domande e ancora domande per il pezzo che scriverà domani. “Sono un cronista – dice – faccio la stessa vita degli altri giorni, degli altri anni, quello che farò domani e dopodomani, quello che facciamo in tanti, tutti i giornalisti di Palermo”.
Però qualcosa di nuovo c’è, adesso. Che cosa?
“Allora, io non mi voglio soffermare sulle parole di Militello che si è arrabbiato tanto per l’azione, ma voglio sottolineare un altro aspetto. In questo momento Palermo sta vivendo un momento molto particolare, delicatissimo. Tanti boss sono tornati dagli Usa, altri sono usciti dal carcere  e credono di trovare la stessa città che hanno lasciato negli anni Ottanta. Stiamo vivendo quello che gli investigatori esperti chiamano un momento di fibrillazione. E noi giornalisti di Palermo siamo impegnati a raccontare questa fase storica. Siamo in tanti, usciamo, andiamo sui posti, nei quartieri e facciamo domande. Non ci sono solo io a raccontare queste storie. Siamo in molti”.
Il boss e i fedelissimi erano arrabbiati per la tua “azione”, per il fatto che li hai sfidati andando nel quartiere che è “cosa loro”, una specie di invasione di campo è così?
“Sì, è così, a Palermo ci sono quartieri che vengono considerati una sorta di ‘zona franca’ ma noi giornalisti andiamo anche lì perché, appunto, questo è un momento particolare e, per quanto mi riguarda, ma credo sia sia così anche per tutti i colleghi, non voglio che mi sfugga nessun dettaglio. Nulla di questa storia deve andare perduto. Io corro, corro dietro alle notizie e ho come paura che mi stia sfuggendo qualcosa in questo momento della storia di Palermo. Dobbiamo continuare a registrare i fatti, raccontare, perché i nostri morti, i martiri della mafia stanno lì a dimostrare che allora qualcosa sfuggì”.
Cosa può sfuggire adesso?
“Nulla deve scappare. Ecco perché abbiamo il dovere di stare in questo posto, scrivere, rendere una cronaca dei fatti implacabile nei dettagli. Io dico sempre che ai mafiosi bisognerebbe regalare un calendario con le foto di tutti i nostri martiri vicino alle date per non dimenticare, non lasciare nulla indietro. Noi abbiamo avuto dei martiri perché erano soli. Non possiamo permettere che accada di nuovo. Questo vorrei che si capisse ovunque, nelle istituzioni, nel Paese: a Palermo c’è da raccontare una storia attuale complessa e delicata. Giovanni Falcone ce lo ha detto: ‘Si muore perché si è soli'”
Perché corri dietro alle notizie anche oggi che hai saputo che un mafioso voleva colpirti fisicamente?
“Perché voglio capire cosa non ho capito, cosa mi è scappato, vado in strada a cercare la notizia che ancora non ho, che non ho scritto, che non ho saputo. Ai mafiosi di Palermo dico ciò che ho anche messo su Facebook: loro devono sapere che a Palermo noi giornalisti siamo tanti e tutti abbiamo lanciato una sfida, quella di capire cosa sta succedendo. La mafia sta tornando e noi siamo qui, ci interroghiamo, raccontiamo. Siamo nel 2019 e non più negli anni ’80”.

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