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Il tradimento di Lenin Moreno e il Brasile di Jair Bolsonaro

 

A Washington, The Donald si frega le mani.  La sua influenza a livello regionale non si è fermata al muro messicano, consolidandosi soprattutto a Sud.

Difatti, con l’Argentina di Mauricio Macri, il Brasile di Bolsonaro e la Colombia di Iván Duque subentrato a Santos, Trump si è assicurato l’appoggio dell’ABC sud-americano – le tre nazioni più grandi – e ciò ha contribuito al ritorno del suo ghigno abituale, dopo lo smacco venezuelano subìto a causa della bufala Guaido’, per il quale Cuba è stata punita duramente con la recrudescenza dell’embargo, non avendo voluto abbandonare al suo destino lo storico alleato.

Non basta: il voltafaccia di Lenin Moreno alla Revolución Ciudadana, rischia di trascinare anche l’Ecuador di nuovo nelle braccia USA, che prima di Correa stringevano senza troppi riguardi la piccola nazione andina, ricca di petrolio e materie prime, oggi sfruttate in larga parte dalla Repubblica Popolare Cinese. Che, dopo il devastante terremoto del 2016, ha incrementato il suo credito nei confronti del governo locale con prestiti e anticipi di royalties.

Ho viaggiato e lavorato come corrispondente stampa free-lance in Ecuador dal 2014 al 2017, collaborando con le agenzie governative nel monitoraggio degli aiuti alle comunità terremotate. Perciò tale prospettiva incute tristezza, se ripenso agli anni di Rafael Correa, che riuscì ad abbassare il tasso di povertà del Paese con i soldi ricavati dalle risorse naturali, andando a prenderli laddove ce ne sono sempre troppi per pochi: le banche e le cartelle esattoriali dei ricchi.

Per dare avvio al New Deal ecuadoriano, sono servite le tasse di successione sui grandi capitali, e i contributi obbligatori da parte del settore finanziario al Bono de Desarrollo Humano, soprattutto a favore delle pensioni di cittadini a basso reddito, che sono circa due milioni.

Tali prelievi erano assicurati da una tassazione sui servizi venduti alla clientela, quali prestiti, mutui e acquisto di strumenti finanziari.

Il tutto corredato da una nuova legge che garantiva la trasparenza bancaria, la rintracciabilità di depositi sospetti, e il passaggio degli acconti d’imposta da 0.2% a 3%. La reazione degli istituti di credito, convogliata inizialmente nella candidatura del banchiere Guillermo Lasso (il quale perse le elezioni di aprile 2017 per un soffio, a vantaggio del successore di Correa, Lenin Moreno) ha finito poi per orientare la politica dello stesso Moreno su binari neo-liberisti, minacciando i pilastri del welfare ecuadoriano – allora il più solido dell’America Latina – che contemplava la sanità gratuita per tutti, stranieri compresi, finanziata dalle royalties del petrolio.

Il ceto medio ecuadoriano, nato e consolidato proprio grazie alla congiuntura economica favorevole, ha voltato poi le spalle a Correa, che trasferito in Belgio dopo la fine del suo ultimo mandato, è stato inquisito lo scorso anno dalla Procura di Quito (la capitale) con l’accusa di aver fatto sequestrare un oppositore politico riparato in Colombia durante il suo governo.

E proprio Moreno ha sostenuto tale imputazione, avallato dal partito di entrambi – Alianza Pais – chiedendo l’estradizione del suo predecessore.

Però la successiva indagine dell’Interpol ha scagionato l’ex presidente.

Dal 2007, anno del suo insediamento, al 2016, il tasso di povertà in Ecuador calò dal 36,7% al 22,5%. Con Moreno invece, l’adeguamento del salario básico (minimo) 2018 fu più che dimezzato, da 25 a 11 USD mensili.

Quest’anno è sceso a 8 dollari. Uno sputo in faccia, a fronte del carovita che in pochi anni è lievitato del 40% sui beni primari. E’ abitudine per gli ecuadoriani che vogliano rinnovare la mobilia o comprare sanitari, passare il confine e andare a fare acquisti in Colombia, dove tale merce costa circa la metà.

Le manifestazioni popolari dell’estate 2018 che scossero il Paese, causando numerosi arresti, espressero una solidarietà tardiva verso l’ex leader.

I rincari minacciano di impoverire anche la classe media, a favore di una nuova oligarchia economica. La prospettiva che la restaurazione in atto riporti indietro l’orologio della storia sociale del Paese, è quanto mai attuale.

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In Brasile, Eduardo Bolsonaro, figlio del nuovo presidente, sta premendo sul padre per accomodarsi nell’ambita poltrona di ambasciatore del Brasile a Washington D.C. Un ruolo che rinsalderebbe oltremodo i rapporti tra suo padre e Donald Trump, ma porrebbe a serio rischio la fama d’integrità che ha consentito a Bolsonaro di sbaragliare i suoi avversari, proprio adesso che da poco è stato approvato un decreto di fonte governativa contro il nepotismo.

E l’opposizione, supportata da una larga parte della stampa che conta, lo ha già messo sulla graticola.

D’altra parte, il nuovo presidente sta incrementando invece la sua popolarità grazie agli affari esteri. L’accordo commerciale tra Mercosul e UE, ha trovato in lui il motore trainante, e alla luce del patto di scambio tra tariffe doganali agevolate per import-export regionale, e un generico impegno nel rispetto degli accordi di Parigi sul clima, è proprio il Brasile a uscirne apparentemente vittorioso. Potrebbe però essere una vittoria di Pirro, se consideriamo le tragedie ambientali che hanno già provocato in Amazzonia danni irreversibili all’ecosistema e alle comunità indigene, uccidendo tra l’altro centinaia di persone.

Il crollo dei dazi

 

Le tasse doganali d’importazione sui prodotti europei, che oggi incidono dal 14 al 18% su pezzi di ricambio, dal 14% al 30% sui macchinari industriali e agricoli, prodotti chimici (sopra il 18%) farmaceutici (sopra il 14%) vestiti e scarpe (35%) dovrebbero essere azzerati, secondo i comunicati ufficiali. La stessa sorte potrebbe toccare al vino e ai distillati, anch’essi tassati finora dal 20 al 35%.

Di pari passo, diminuirebbero considerevolmente le tasse interne sui consumi.

Difatti in Brasile ci sono due aliquote IVA, una federale nazionale, mentre la seconda è locale, e varia per ogni Stato federale.

Essendo sul valore aggiunto, sono calcolate anche sui dazi doganali: se questi si azzerano o quasi, l’IVA si abbassa di conseguenza.

Ovviamente, tale vantaggio non riguarderebbe solo il Brasile, bensì tutte le altre nazioni che aderiscono al Mercosul, ovverossia Argentina, Paraguay, Uruguay e Venezuela. Dazi.webloc In particolare quest’ultima, ormai al collasso economico e finanziario, potrebbe ricevere una vera e propria maschera d’ossigeno grazie all’eliminazione delle tariffe, sempreché Trump sia d’accordo: come già anticipato, è lui l’ago della bilancia commerciale, e la sua strategia applicata alle dogane, va in direzione opposta a quella del patto tra i suoi rivali europei e gli Stati sudamericani sovracitati,

Parlando di esportazioni verso l’Unione Europea, il favore sarebbe reciproco: circa il 90% dei dazi doganali sulle importazioni sudamericane, verrebbe azzerato; per cui il movimento delle merci classiche, quali carni bovine, pollame, zucchero, etanolo, legno, cuoio, succo d’arancia, caffè – prive o quasi di imposte – registrerebbe un’accelerazione tale da consentire agli stati esportatori un aumento del 30% di produzione per ogni miliardo che viaggia verso l’Europa.

La ministra dell’Agricoltura ha comunque ammonito che tutto ciò avverrà nel corso di un processo graduale, quantificato in 12 anni circa, condizionato però dal fattore ecologico.

Questo nuovo miracolo economico è appeso a un filo, legato precariamente al dito brasileiro: il rispetto dell’ambiente nell’ambito degli accordi parigini, che vertono soprattutto sulla conservazione della foresta amazzonica, strettamente legata agli investimenti e opere pubbliche compatibili con quest’ultima.

 

La questione ambientale

 

E qui casca l’asino: la multinazionale brasiliana Vale, a oggi la maggiore responsabile con le sue controllate degli ultimi disastri ambientali, possiede ben 17 dighe totalmente prive di certificazione che ne attesti la stabilità strutturale.

E le conseguenze letali si sono già viste due volte a pochi anni di distanza: il 5 novembre del 2015, nello Stato di Minas Gerais, la diga di Mariana (costruita dalla Samarco Mineração,  proprietà di Vale in joint-venture con l’australiana BHP Billiton) cedette, riversando nella vallata sottostante 60 milioni di metri cubi di residui ferrosi, che mescolandosi alle acque del Rio Doce, causarono una inondazione di fango misto a liquami tossici. Il villaggio sottostante di Bento Rodrigues fu spazzato via, uccidendo 19 abitanti.

La micidiale colata annientò la fauna ittica, inquinando l’acqua potabile e costringendo migliaia di persone all’immobilità totale.

Ci vollero gli elicotteri per raggiungere le comunità isolate, che approvvigionarono per lunghe settimane con viveri e acqua imbottigliata.

I liquami raggiunsero l’Oceano Atlantico, contaminando irrimediabilmente la foce e i fondali marini, cancellando le attività di pesca degli indios.

Ancora oggi non si riesce a quantificare il danno ambientale arrecato.

La Camera dei Deputati formò una commissione speciale investigativa, i cui componenti erano quasi tutti membri del PT della Rousseff, allora premier, MDB (Movimento Democrático Brasileiro) suoi ex alleati, e PSDB, i socialdemocratici, principale partito d’opposizione guidato da Aécio Neves, oggi sotto processo per corruzione attiva. Costoro avevano ricevuto proprio da Vale generosi contributi elettorali fino a R$ 2,6 milioni, e non avevano nessun interesse a calcare la mano. Samarco se la cavò inizialmente con una multa di 250 milioni (66 mil. USD) e nel marzo 2016 firmò un accordo per compensare i danni ambientali pari a 2 miliardi in USD, che fu però sospeso nei mesi seguenti.

La Corte Suprema brasiliana mise sotto processo BHT e Vale per omicidio colposo e catastrofe, chiedendo ai due colossi 58 miliardi in R$ per ammortizzare anche il ripristino ambientale. Le due multinazionali temporeggiarono, ottenendo due anni per mettere insieme la somma richiesta. BHT si sfilò poi dall’impegno, dichiarandosi non responsabile, ma dovette affrontare in patria una class action da parte dei suoi stessi azionisti che lamentarono le perdite subite causa il crollo della diga.

Dal canto suo Vale, coperta dai politici benevoli, riuscì a procrastinare ancora: approfittò della lentezza della Fundação Renova, istituita per indennizzare le vittime, facendo precipitare le azioni della Samarco, comprando poi a costo zero la parte della consociata BHT che si era defilata.

O negócio acima de tudo. Gli affari prima di tutto.

Un capolavoro di cinismo, che lasciò impuniti i diretti responsabili, senza indennizzare nel modo dovuto chi aveva perduto tutto nell’inferno di fango.

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Brumadinho

Tre anni dopo circa, la tragedia replicò se stessa, stesso attore protagonista (Vale) stesso scenario regionale (Minas Gerais).

A soli 120 km da Mariana, il 25 gennaio 2019, crollò un’altra diga, alla periferia di Belo Horizonte.

Stavolta però i comprimari pagarono uno scotto molto più alto: i morti accertati furono 250. La musica nel frattempo aveva cambiato spartito, poiché oltre a 250 milioni di sanzione, il nuovo governo congelò tre miliardi in USD di beni della Vale. Brumadinho.webloc

Il programma di risarcimento alle vittime, non fu più patrocinato da una pseudo fondazione sfacciatamente di parte, bensì affidato a un agguerrito team di legali che rappresentò – a differenza della diga di Mariana dove furono soprattutto gli indios a subirne le conseguenze – proprio le famiglie dei lavoratori della Vale periti nel disastro, uniti in un’azione collettiva contro la multinazionale.

Dopo varie trattative, le due parti si sono recentemente accordate per un risarcimento di 10 milioni in R$ a ognuna delle 49 famiglie coinvolte nella tragedia. Quasi mezzo miliardo in R$. Brumadinho 2.webloc

Vale fu privatizzata nel 1997 da Fernando Henrique Cardoso.

Insieme a Lula, fu uno dei presidenti più attenti alle riforme sociali e alle fasce più deboli do povo brasileiro. Ciononostante, già nel corso del primo mandato di Lula, e dei due (il secondo interrotto per impeachment) di Dilma Rousseff, la multinazionale consolidò il suo stato d’impunità legale e deregulation ambientale che ha permesso tanto sfacelo, senza contare che le privatizzazioni in genere si estesero a macchia d’olio. FHC.webloc

Lo schema di corruzione creato dai suoi vertici, che ha coinvolto tutti i partiti storici dell’arco parlamentare, consente oggi a Bolsonaro di erigersi a salvatore della patria. Illusione o realtà che sia, il Brasile al momento non ha alternative.

Finché farà quadrare i conti almeno. Pecunia non olet.

 

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Note: Nei riguardi di Lula continua imperterrita la querelle tra innocentisti e colpevolisti sulle rivelazioni del giornalista americano Greenwald, ex corrispondente CNN dal Brasile, portate alla luce dal sito Intercept Brasil.

Il giornalista accusa l’attuale ministro di Giustizia Moro, di accanimento giudiziario nei confronti dell’ex presidente, per aver cercato di orientare il procuratore Dallagnol a emettere una sentenza di condanna il più rapidamente possibile, aldilà della fondatezza degli elementi probatori, ai tempi che era giudice istruttore a capo dell’inchiesta Lava Jato.

A suffragio di tali accuse, Intercept mette a disposizione dei media una serie di file che pongono in risalto i serrati colloqui tra i due magistrati, tra l’altro amici di vecchia data, e altri colleghi. Ho acquisito uno stralcio dell’inchiesta, in cui compaiono gli audio e le trascrizioni in questione. Eppure, ascoltandoli e traducendoli, non ho rilevato finora riscontro certo a tali accuse.

Nelle conversazioni intercettate, risalta piuttosto la raccomandazione di Moro rivolta alla Procura, di mettere a conoscenza della stampa la solidità conclamata delle prove, proprio per tacitare la campagna denigratoria contro la magistratura che la difesa di Lula stava conducendo con animosità sui media nazionali ed esteri. Senza addentrarmi in opinioni personali, offro il link del pezzo con i file audio alla vostra valutazione. intercept.webloc

Intanto lo scoop di Greenwald si è trasformato in un boomerang: sono stati arrestati i due hackers infiltrati nel cellulare di Sergio Moto, e sembra che uno abbia confessato di aver ricevuto il lavoro su commissione del giornalista americano. Vero o no, Bolsonaro ha preso la palla al balzo, minacciando di farlo arrestare a sua volta, poiché Greenwald è residente in Brasile, avendo sposato 14 anni fa un cittadino brasileiro.

L’ultimo nodo che deve ancora venire al pettine è la questione indigena: os povos indigenas, sotto la spada di Damocle delle promesse pre-elettorali rivolte all’elettorato medio-alto, soprattutto quello delle compagnie minerarie, che nonostante le catastrofi descritte, continua a insidiare la terra d’Amazzonia con i suoi cantieri e le micidiali dighe, tra le quali l’ultima bomba a orologeria è la Belo Monte nello stato del Para’, che abbiamo già descritto in passato. Il tutto nell’indifferenza del brasiliano medio, che non ama gli indios, e non rispetta l’ambiente.

Il nocciolo centrale di quelle promesse consiste nel rifiuto presidenziale alla demarcazione delle riserve indios, e di conseguenza al mancato rispetto degli accordi che riguardano i suoi confini.

Posizione che, coerentemente al percorso iniziale politically correct della nuova amministrazione, potrebbe “addolcirsi” coinvolgendo le etnie nel processo di sviluppo invocato nei mesi passati da Bolsonaro. In pratica, fare assumere gli indios dalle stesse compagnie, costringendoli a un conflitto d’interessi epocale: rinnegare la propria cultura e la proprietà esclusiva delle loro terre, in cambio di un lavoro e di compensazioni. E gadget tecnologici.

Smartphone e tablet, sarebbero i prescelti. Così come una volta i conquistadores barattavano con i “selvaggi” specchietti e chincaglierie in cambio di oro e pietre preziose. Ne riparliamo a settembre.

(Foto e testi © Flavio Bacchetta – Alcuni passaggi del pezzo sono estrapolati da articoli similari dell’autore, pubblicati da il Fatto Quotidiano online e dalla rivista Contropiano.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/27/il-brasile-politically-correct-di-bolsonaro-tra-dazi-e-tragedie-ambientali/5344301/

http://contropiano.org/news/cultura-news/2019/07/08/i-paradisi-possono-essere-infernali-0117097

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