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Andrea Camilleri e rifugiati: il diritto, negato, alla protezione

 

“Le probabilità che questi natanti respinti corrano il rischio di un naufragio sono altissime, ma non ci sarà nessuno che potrà raccontare l’agonia e la morte in mare di uomini, donne, bambini. Solo i pescatori ti vengono a dire, quando ne hanno voglia, che il mare ormai è fiorito di cadaveri, tanto per rubare un verso a Eschilo.” Sono parole di Andrea Camilleri, il grande scrittore al quale ieri è stato dato l’ultimo saluto, nel cimitero acattolico di Roma. Si direbbe scritte di recente, invece risalgono a 14 anni fa.

Siamo nel 2005 e il Consorzio Italiano di Solidarietà, nato nel 1993 per coordinare le attività del movimento italiano di solidarietà con le popolazioni della ex Jugoslavia colpite dalla guerra, decide di redarre un rapporto dedicato al diritto d’asilo per i rifugiati in Italia. L’ICS infatti, grazie all’esperienza diretta degli anni ‘90 nell’organizzazione dell’accoglienza di profughi croati, bosniaci, serbi e kosovari in tempi in cui il sistema SPRAR non esisteva ancora – era diventato punto di riferimento sul tema asilo.

“Quando l’editor di Feltrinelli ci disse che sarebbe stato importante avere la prefazione di uno scrittore famoso, ci venne subito in mente Andrea Camilleri. Attraverso il suo personaggio Montalbano si era espresso sugli avvenimenti di Genova e nel libro Il giro di boa aveva toccato il tema delle migrazioni: lo sentivamo in qualche modo vicino. E così gli scrivemmo”. È Maria Silvia Olivieri, allora dell’ICS e curatrice della pubblicazione, a ricordare quei giorni: “Per fax ricevemmo l’invito a fargli avere il rapporto e dopo pochi giorni dalla consegna, sempre per fax, ci inviò questa prefazione. Battuta a macchina e con correzioni a mano. Immagina la nostra emozione: per una ong ‘di nicchia’ come era ICS, con il tema dell’accoglienza in Italia su cui ci impegnavamo anima e corpo, ricevere la disponibilità e la stima di uno scrittore come Andrea Camilleri!”.

Camilleri fece anche di più, aggiunge Maria Silvia Olivieri: “Addirittura… Ci telefonò per assicurarsi che avessimo ricevuto il testo. Ci chiese se ci era piaciuto (lui, lo Scrittore, chiedeva a noi! Era anche questo Camilleri) e poi fece tante domande. Sulle politiche migratorie, sull’asilo, sui rifugiati, sull’accoglienza. Da allora non ha mai smesso di farsele e di farle.”

Ecco che, per ricordare il Grande Camilleri, abbiamo chiesto a chi nel 2005 operava in ICS (organizzazione il cui impegno su accoglienza e asilo oggi viene continuato dalle singole consorziate di un tempo, tra cui “ICS – Ufficio rifugiati Onlus  ” a Trieste) di ripubblicare la prefazione a firma di Camilleri al libro “La protezione negata. Primo rapporto sul diritto di asilo in Italia  ” (Feltrinelli, 2005). Un testo che pone questioni e domande, ancora tragicamente attuali.

Questo rapporto su come viene concepito ed esercitato in Italia il diritto d’asilo per i rifugiati stranieri, è il primo che nel nostro paese prende in esame la questione e lo fa con estrema oggettività, facendo ricorso a tabelle comparative, statistiche, raffronti, percentuali, ecc. Molti di questi dati, è bene sottolinearlo subito, non provengono da Ong (che potrebbero essere accusate, da altri e non certo da me, di una visione parziale del problema), ma dal nostro Ministero dell’Interno, sono cioè dati ufficiali.

Voglio con ciò sottolineare che il titolo “la protezione negata” non è una forzatura polemica, ma è l’oggettiva presa d’atto di un modo d’agire abituale del Governo, vale a dire l’istituzionalizzazione del rifiuto a priori dell’ospitalità a chi ne avrebbe invece tutto il diritto.

Desidero aggiungere subito però che il rapporto non è un “cahier de doléance” (che già sotto questa forma sarebbe di per sé un documento di fondamentale importanza) ma si presenta come una esaustiva trattazione del problema dei rifugiati sotto tutti i suoi aspetti, che vanno dalle normative internazionali sul diritto d’asilo alle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato, dalla particolare situazione italiana (luoghi di frontiera e sistemi di accoglienza) alle risorse economiche destinate ai richiedenti asilo.

Uno dei primi meriti del libro, agli occhi di uno come me assolutamente negato alla comprensione di grafici e tabelle, è quello di “spiegare” e commentare, con estrema chiarezza, cosa significano quei grafici e quei numeri, quanto di verità e quanto di menzogna essi riescono a rivelare o a nascondere.

Faccio un solo esempio. Negli anni compresi tra il 2000 e il 2004, sono sbarcati sulle nostre coste (sono cifre del Ministero e della Corte dei Conti) un totale di 94.474 extracomunitari. Negli stessi anni, ne sono stati respinti alla frontiera 146.315. Attenzione, dunque: gli extracomunitari respinti superano di ben 51.841 unità il numero complessivo di coloro che sono sbarcati. Come si spiega questa forte discrepanza? Come mai respingiamo più extracomunitari di quanti ne sono sbarcati? I curatori del rapporto fanno osservare che anche a voler calcolare coloro che arrivano per via aerea (ma il loro numero è così basso che non vengono nemmeno considerati nelle percentuali) e coloro che arrivano via terra attraverso i confini francese, svizzero, austriaco e sloveno, non si potrà mai raggiungere una differenza tanto alta.

I curatori propongono due ipotesi. La prima è che si tratta di un accorpamento, a livello ministeriale, di dati non omogenei. Sarebbe, come dire, una delle tante falsificazioni che questo Governo compie abitualmente in tutti i campi per dimostrare, nel caso specifico, il bilancio in attivo del Ministero per ciò che riguarda la severa applicazione delle ottuse leggi ottusamente approvate contro l’immigrazione.

Ma la seconda ipotesi, che è certamente la più sconcertante e sconfortante, forse è quella che più si avvicina alla verità. Vale a dire che in quella cifra sono compresi coloro che, raggiunti faticosamente e spesso tragicamente i limiti delle nostre acque territoriali, vengono respinti direttamente in mare aperto probabilmente dopo un sommario conteggio e senza che sia naturalmente avvenuta alcuna identificazione. Le probabilità che questi natanti respinti corrano il rischio di un naufragio sono altissime, ma non ci sarà nessuno che potrà raccontare l’agonia e la morte in mare di uomini, donne, bambini. Solo i pescatori ti vengono a dire, quando ne hanno voglia, che il mare ormai è fiorito di cadaveri, tanto per rubare un verso a Eschilo.

In questo modo, non c’è nemmeno bisogno di disturbare le nostre sensibili orecchie con il “rombo del cannone”, come auspicava Bossi. Ma il risultato che si raggiunge è lo stesso. E tra l’altro, così operando, i possibili rifugiati politici vengono anonimamente e automaticamente immessi nel novero degli extracomunitari che tentano l’ingresso clandestino in Italia, quegli extracomunitari dai quali bisogna assolutamente proteggersi perché a loro è da ascrivere (parole del ministro dell’Interno Pisanu) il 50% dei reati che si commettono nel nostro paese.

Poi ci sono i casi di coloro che, arrivati fortunosamente in Italia, fanno regolare richiesta d’asilo perché ne hanno tutto il diritto, ma vengono inspiegabilmente respinti verso un destino di persecuzione, carcere, tortura. Anche qui un solo esempio. Muhammad Sa’id al Sakhri è un dissidente siriano che viene costretto all’esilio a Baghdad per undici anni. Nel novembre del 2002 riesce ad imbarcarsi con la famiglia (la moglie e quattro figli dai 2 agli 11 anni) su un aereo diretto in Italia. Arriva all’aeroporto della Malpensa il 23 novembre e presenta subito domanda d’asilo. Egli e la moglie sono in possesso di documenti in regola.

L’istanza è però sollecitamente respinta e tutta la famiglia, il 28 dello stesso mese, viene imbarcata sopra un aereo diretto proprio in Siria. Cioè il perseguitato viene buttato nuovamente tra le braccia dei suoi persecutori. Appena arrivata a Damasco, tutta la famiglia è incarcerata (mi spiego meglio: anche il figlio di due anni). Il padre rimane in carcere per undici mesi e viene sottoposto a un trattamento disumano e alla tortura perché fa parte di un partito la cui appartenenza in Siria, è considerata fuorilegge e punibile con la pena di morte. Al-Sakhri tentava di sfuggire a questo destino e noi italiani abbiamo fatto di tutto perché questo destino seguisse il suo corso.

Ora è assai interessante riportare esattamente le parole del sottosegretario Alfredo Mantovano in risposta a una interrogazione parlamentare su questo caso. Può affermarsi con certezza che le procedure adottate per il controllo e per il respingimento della famiglia siriana… sono state perfettamente rispondenti alle norme in vigore, al buon senso e al senso di umanità. Il signor Al-Sakhri non ha mai presentato alcuna domanda d’asilo, non ha mai chiesto o manifestato, anche solo per gesti, una volontà che andasse in tale direzione e nessuna esternazione diretta a richiedere asilo è stata mai percepita dalle decine di operatori di polizia e di addetti allo scalo, alla ristorazione e ai servizi che, nei cinque giorni di presenza in Italia, sono entrati in contatto con la famiglia siriana.

C’è da restare esterrefatti. Dalle parole dell’ineffabile sottosegretario si deducono due possibili scenari. Il primo è che il signor Al Sakhri, fino al momento nel quale si è trovato sull’aereo, si è comportato da uomo normale, ma che appena ha messo piede sul suolo italiano si è tramutato in una sorta di vegetale incapace, nell’arco di cinque giorni, non solo di balbettare una domanda d’asilo, ma persino di farsi capire anche solo per gesti dai poliziotti e dagli addetti che non riescono nemmeno a percepire (poveracci, che sforzi hanno dovuto inutilmente fare!) che cosa voglia da loro quell’essere paraumano con moglie e quattro figli. Il che è francamente incredibile. Il secondo scenario che emerge dalle parole del sottosegretario è quello di un’atroce beffa, di una vergognosa pantomima tra un poveretto che tenta in tutti i modi di comunicare e i preposti alla frontiera che fingono di non capire. E nell’uno o nell’altro scenario, cosa c’entrano il buon senso e il senso di umanità di cui parla Mantovano?

E, tra i tanti, è bene che il lettore ponga attenzione al caso della Cap Anamur, una nave battente bandiera tedesca che soccorre, imbarcandoli, 37 cittadini africani i quali si trovavano a bordo di un gommone che stava per affondare. È semplicemente allucinante, da quel momento, l’odissea della nave e degli uomini a bordo: prima la quantità di cavilli legali e non che vengono escogitati per non fare attraccare la nave a Porto Empedocle, poi, dopo peripezie varie, per respingere tutti i cittadini africani meno uno. Il comandante e il rappresentante dell’armatore della nave vengono tratti in arresto con l’accusa di aver agevolato l’ingresso irregolare di migranti. La Cap Anamur è posta sotto sequestro.

Il fatto è, come è scritto in una pagina di questo libro, che il Governo italiano non solo parte dal principio che i richiedenti asilo siano nella loro quasi totalità dei millantatori, dei finti perseguitati, ma anche che tale convinzione il nostro Governo ha tentato di diffondere, e continua a farlo, nelle sedi europee.

Il diritto d’asilo è sancito da trattati e leggi internazionali. Ma non credo che esistano trattati e leggi che impongano il dovere di asilo. Teoricamente, non dovrebbe essercene bisogno perché accogliere nella propria casa chi viene a chiedere riparo è un moto spontaneo, istintivo dell’uomo. Vuol dire che da noi questo spontaneo gesto d’umanità lo si va perdendo. Del resto, mi pare che sia stato dimostrato ad abbondanza che, per questo attuale Governo, quello della Bossi-Fini e dei ponti aerei con la Libia per respingere indiscriminatamente profughi, clandestini, richiedenti asilo, immigrati, la parola “dovere” è solo una polverosa anticaglia.

(Andrea Camilleri)

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