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‘ndrangheta in Emilia: 16 arresti con l’operazione Grimilde. Ma al mosaico mancano ancora tasselli importanti

 

Pensare che l’operazione Aemilia avesse risolto la questione delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia era utopico: il territorio è troppo ricco perché le cosche che vi sono insediate possano lasciarlo facilmente. E infatti ieri è scattata l’operazione Grimilde, che ha portato all’arresto di 16 persone, a cui si aggiungono altri 64 indagati. La polizia, con lo Sco – Servizio centrale operativo e le questure territoriali di Bologna, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, ha effettuato anche una settantina di perquisizioni, molte delle quali a Brescello, il paese di Peppone e don Camillo in provincia di Reggio Emilia, primo comune della regione Emilia Romagna sciolto per il rischio  di condizionamenti da parte della criminalità organizzata. 

Quello che emerge in questa nuova operazione, che può essere considerata come una sorta di sequel di Aemilia, sebbene con sue peculiarità, è la rete di relazioni su cui la cosca emiliana poteva contare. Relazioni che mostrano in maniera molto chiara i meccanismi di infiltrazione da parte della ‘ndrangheta nel tessuto economico e sociale del territorio. Il caso più eclatante è quello legato all’arresto del presidente del Consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso, esponente di Fratelli d’Italia e prima dipendente dell’Agenzia della Dogane. Su di lui pende anche la pesante accusa di far parte dell’associazione mafiosa: secondo gli inquirenti non solo partecipava ai summit della consorteria, ma “metteva a disposizione le prerogative, i rapporti professionali e amicali” per allargare “l’espansione della cosca nel sistema economico emiliano”. 

Le intercettazioni che, al riguardo, vengono riportate nell’ordinanza di custodia cautelare sono emblematiche. “Perché io ho mille amicizie – si vanta Caruso – da tutte le parti, bancari, oleifici, industriali, tutto quello che vuoi. Quindi io so dove bussare”. Il politico, secondo le accuse che dovranno poi essere valiate in sede di giudizio, sarebbe anche intervenuto in una questione relativa all’erogazione di fondi dell’Unione Europea per l’agricoltura. Inoltre, in qualità di dipendente dell’Agenzia delle Dogane, avrebbe ottenuto compensi non dovuti per far entrare in modo illecito merce proveniente dalla Cina, riducendo i costi per la società importatrice. 

Altri arresti importanti sono quelli di Francesco Grande Aracri e del figlio Salvatore.  Il primo, fratello del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, era già stato condannato a 3 anni e 6 mesi per associazione mafiosa. Nonostante ciò, l’allora sindaco Marcello Coffrini (Pd) lo aveva definito “uno composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”. Parole che vengono riportante anche negli atti di questa ultima operazione, dove si legge che “l’ex sindaco di Brescello Marcello Coffrini, la cui giunta venne sciolta con provvedimento presidenziale per infiltrazioni mafiose, e ottimo sponsor di Francesco Grande Aracri, lo definisce persone ‘gentile ed educata’”. 

Salvatore Grande Aracri, a sua volta, aveva partecipato alla manifestazione in piazza a Brescello per sostenere lo stesso Coffrini, dopo che erano state chiese le sue dimissioni a seguito delle sue dichiarazioni sul boss. Ma del resto l’allora sindaco – non indagato – aveva riferito che Brescello non è un paese con problemi di criminalità organizzata e che la “storia della ‘Ndrangheta” è un “leitmotiv”.  Chissà se questa operazione servirà a fargli cambiare idea. Fatto sta che anche il padre, Ermes Coffrini, che a Brescello è stato sindaco per 19 anni, fino al 2004, non ha mai visto Francesco Grande Aracri come una persona controindicata. Tanto che, oltre a vantarsi di averlo assunto per i lavori edili nella sua abitazione, ne ha anche curato la difesa davanti al tribunale amministrativo dal 2002 al 2006, nonostante nel 2003 Francesco Grande Aracri fosse stato coinvolto nell’operazione Edilpiovra della Dda di Bologna. Del resto non è proibito essere contemporaneamente sindaco di un paese e difendere un uomo accusato – e poi condannato in via definitiva – per associazione  mafiosa che vive in quello stesso paese. Casomai è una questione di opportunità politica. 

Nell’operazione Grimilde, viene  fatta luce anche sulla vicenda relativa al lancio di sassi contro la troupe della Rai che aveva come ‘colpa’ solo quella di voler raccontare chi era Francesco Grande Aracri e come la ‘ndrangheta si fosse radicata al Nord. In quell’occasione, Salvatore Grande Aracri, dopo aver allontanato con frasi minacciose i giornalisti, avrebbe afferrato un sasso lanciandolo contro l’auto della troupe e rompendo il parabrezza. Ora è accusato di danneggiamento e, insieme al padre e alla sorella Rosita, anche di aver denunciato falsamente i giornalisti Rai, dicendo che si erano inventati l’aggressione. 

Nelle indagini portate ieri alla luce dalla polizia e coordinate dalla Dda di Bologna, poi, emergono altri importanti elementi che mostrano l’importante rete relazionale che la cosca Grande Aracri era riuscita a tessere sul territorio emiliano. Tra gli indagati, infatti, c’è anche un ufficiale giudiziario del tribunale di Reggio Emilia, che avrebbe ritardato un’esecuzione di sfratto in una discoteca permettendo a Salvatore Grande Aracri di continuare l’attività e, quindi, i guadagni. Indagato pure un ex consigliere comunale di An di Reggio Emilia che avrebbe fatto da prestanome. Ma quello che è più impressionante, sono i tanti, tantissimi cognomi emiliani doc che appaiono nell’ordinanza e che sono indagati perché, per soldi, si sono messi a disposizione della cosca per le intestazioni fittizie di conti corrente, società, beni mobili e immobili. Alcuni, addirittura, hanno acceso finanziamenti in banca, poi messi a disposizione del boss Francesco Grande Aracri nel momento in cui si trovava in difficoltà per il sequestrato preventivo del patrimonio.  Oltre ai beni che sono ora stati confiscati, la famiglia del boss gestiva molteplici e variegate attività che vanno dalle discoteche, ai bar; dagli stabilimenti balneari, alle imprese attive nel settore dell’edilizia.

L’operazione Grimilde ha inserito un tassello significativo nella ricostruzione del quadro sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia, ma mancano ancora tessere importanti che arriveranno dal prosieguo dell’attività di indagine. 

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