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Gezi Park, resta in carcere Osman Kavala ‘colpevole’ di difendere i diritti e la libertà di pensiero in Turchia

 

A 48 ore dalla bella vittoria di Ekrem Imamoglu, eletto sindaco di Istanbul  portando una ventata nuova nel Paese alla ricerca di un futuro di democrazia e libertà da troppo tempo represse dal governo di Recep Tayyip Erdogan, la Turchia ripiomba nell’amara realtà degli ultimi anni. Osman Kavala, fondatore dell’organizzazione Anadolu Kultur, intellettuale e filantropo molto stimato in ambienti internazionali, resterà in carcere dove ha già trascorso oltre 600 giorni. La decisione della Corte del processo per le proteste di Gezi Park del 2013, iniziato ieri,  era attesa ma ciò che più amareggia è il diverso trattamento riservato rispetto a un altro imputato, Yiğit Aksakoğlu, per il quale è stato disposto il rilascio.  Che il modus operandi di Erdogan nei confronti dei suoi oppositori non sia cambiato lo denuncia anche Imamoglu la cui voce, Canan Kaftancioglu, sarà a processo da venerdì con sette capi d’accusa relativi a 35 suoi tweet pubblicati tra il 2012 e il 2017, per cui rischia fino a 17 anni di carcere. Tra i reati contestati ci sono quelli di “offesa al presidente della Repubblica” e “propaganda terroristica”. Secondo il suo partito, è una chiara vendetta per “il devastante danno di immagine inflitto da questa donna politica al potere di un uomo solo”.

Proprio il fatto di essere entrata senza timori in un mondo spesso machista l’avrebbe resa particolarmente invisa agli avversari, e non solo.

Dal maxi-carcere di Silivri a Istanbul è intanto giunta la decisione di lasciare dietro le sbarre il filantropo Kavala con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo finanziando le manifestazioni di Gezi Park del 2013.. Alla sbarra ci sono in tutto 16 accademici, giornalisti, artisti e imprenditori – alcuni in contumacia – che rischiano l’ergastolo. Un caso su cui ha espresso preoccupazioni anche l’Ue, mentre da Amnesty International a Human Rights Watch piovono critiche per un processo senza “uno straccio di prova”.

Prima che dai giudici, Kavala era stato accusato da Erdoğan in persona di aver cospirato contro di lui finanziando il movimento pacifico che nel 2013 animò una serie di manifestazioni di dissenso contro il governo, iniziate con il sit-in di una cinquantina di persone che si opponevano alla costruzione di un centro commerciale al posto del parco Gezi.
Cortei e dimostrazioni vennero repressi con la forza dalle squadre antisommossa della polizia, il bilancio fu di 9 morti e 8163 feriti.
Il rinvio a giudizio con l’accusa di ‘tentata eversione dell’ordine costituzionale’ di tutti gli imputati è maturato sulla base di un’ordinanza di 657 pagine, in cui compaiono anche i nomi dell’ex direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, e del giornalista e opinionista Mehmet Ali Alabora, colpevoli di aver raccontato e commentato l’onda delle proteste.
Leggendo l’atto di accusa è evidente che non esistano prove a sostegno della tesi del procuratore ma teorie senza base giuridica, elemento che solleva dubbi sul rispetto della giustizia turca delle norme internazionali ed europee.
L’inchiesta sul movimento di Gezi Park non è ancora chiusa, altri esponenti della società civile sono sotto indagine. Non perché siano responsabili delle proteste ma semplicemente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione.
Un “clima di paura” teso a scoraggiare lo svolgimento di assemblee pacifiche e a imporre bavagli ai media, imposto dalle autorità in Turchia nel silenzio colpevole di un occidente che disattende, con la propria indifferenza, principi su cui ha bassato la propria struttura democratica.
Oggi più che mai Articolo 21, insieme alla rete delle organizzazioni internazionali dell’Advocacy Turkey Group, continua a chiedere la liberazione di giornalisti, artisti e altre figure del mondo della cultura ancora in carcere in Turchia a seguito del tentativo di colpo di Stato fallito nel luglio 2016.

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